Janus

Giano su conioLa Tradizione Romana vuole che Giano sia una delle più arcaiche divinità.
Alla sua figura sono legate moltissime leggende che ne fanno un protettore speciale di Roma e dei suoi abitanti. Il suo nome è legato alla funzione: custodiva le porte di casa (Ianua) e i passaggi (Iani), portava in mano le chiavi, come un portinaio (ianitor) e le sue due facce sono rivolte verso l’entrata e verso l’uscita.
A lui è dedicato il primo mese dell’anno, Ianuarius, e gli si attribuiva un culto speciale in un tempio le cui porte erano sempre aperte in caso di guerra e sempre chiuse in tempo di pace.
Si diceva che Giano avesse sposato la ninfa Giuturna e che avesse avuto da lei un figlio, Fons o Fontus, il dio delle sorgenti. (DIZIONARIO DEI MITI – Gabriella D’Anna. ed. Newton.).
Varrone tramanda che Giano è il dio degli initia e Giove il dio dei summa. Infatti l’inizio del mese è sacro al bifronte dio, che guarda avanti e dietro anche nel tempo, mentre il plenilunio, la metà del mese, è sacro a Giove Ottimo e Massimo.
La leggenda vuole che Giano avesse un regno nel Lazio con sede sul colle Gianicolo. Qunado Saturno, di fuga dal figlio, giunse in queste terre, Giano gli cedette parte del suo regno, che divenne Saturnia Tellus, poi noto come Latium dal verbo latino latere: nascondere.
Il latente Saturno insegnò i misteri dell’agricoltura agli abitanti di questi luoghi e da qui nacque poi il regno romano. Ovidio dice di Giano: Giano bifronte, inizio dell’anno che tacito scorre, tu che solo fra gli déi puoi vedere il tuo dorso, sii propizio ai duci per opera dei quali la fertile terra gode di serena pace, e così il mare; sii propizio ai senatori e al popolo di Quirino e dischiudi con un solo tuo cenno gli splendidi templi. Sorge un giorno felice: accoglietelo con animi e discorsi appropriati: in questo giorno lieto si dicano liete cose. all’orecchio non giungano liti, stiano lontane le folli contese, e tu maligna tura rinvia la tua opera. […] Ma quale divinità dirò che tu sei, o Giano bifronte? […] Allora il sacro Giano, mirabile nel duplice aspetto, si offrì d’improvviso al mio sguardo con i suoi due volti. […] E quello, tenendo un bastone nella destra ed una chiave nella sinistra, con la bocca anteriore mi disse queste parole: “Deposto il timore, apprendi, operoso poeta dei giorni, ciò che desideri sapere e tieni a mente quanto dico. Mi chiamavano Caos gli antichi, – ch’io sono antica divinità -; vedi quali remoti eventi io stia celebrando. […] Quanto vedi ovunque, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto si chiude e s’apre per mia mano. Presso di me è la custodia del vasto universo, il diritto di volgerne i cardini è tutto in mio potere. Quando mi piace trarre dalla quiete del tempio la Pace, ella cammina libera per vie interrotte. Il mondo intero sarebbe lordato dal mortifero sangue se robuste sbarre non tenessero rinchiuse le guerre; insieme con le miti Ore custodisco le porte del cielo, e il fatto che Giove stesso ne esca e rientri è nelle mie mansioni. Perciò sono chiamato Giano; […] Ogni porta di qua e di là ha due facciate: di esse, l’una guarda la gente, l’altra gli déi Lari” […] (Ovidio, Fasti).
A volte Giano è rappresentato con 2 chiavi: una aurea ed una argentea;gli autori latini dicono che una fosse quella delle porte del cielo, l’altra delle porte del regno degli inferi. Altre volte (come nel caso di Ovidio) ad una delle due chiavi è sostituito un bastone. Ogni rito si apriva a Giano e il suo tempio (dice Dumèzil) era contenitore di qualcosa di terribile, come il vaso di Pandora; in qest’ultimo vi erano i mali, nel tempio di Giano pare vi fosse la potenza distruttrice e caotica della guerra. Difatti le porte di questo tempio venivano chiuse solamente in tempo di pace.

In effetti Giano è un dio eccelso, è il caos ma anche il principio dell’ordine, perchè il detentore delle chiavi, egli è i quattro elementi mescolati tutt’insieme, il serpente che si morde la coda, l’orrendo bifronte, che però con un volto guarda al passato e coll’altro al futuro, il dio del passaggio da se (il caos) all’ordine. Un caos che contiene in se il principio d’ordine, praticamente ognuno di noi è un Giano, la difficoltà è prenderne coscienza…
Il primo giorno dell’anno, ogni primo del mese e ogni novilunio sono sacri a lui. L’apertura dei riti, dei sacrifici e delle offerte è sotto la sua tutela.
Per qualunque azione sacra s’invoca prima Giano, il signore delle porte.
Il Gianicolo prende il nome dalla sede del suo regno ed alle pendici del Gianicolo, una volta offuscato il culto degli antichi dei, regnerà Pietro, anch’egli detentore delle chiavi. Il tempo caotico e ordinato sono in lui: con un volto guarda il caos, se stesso, coll’altro l’ordine, manifestazione di se. Il Caos è il Genius Janus, l’ordine è il Numen Janus che si stabilizza poi in Juppiter, il padre delle leggi per il mantenimento dell’ordine….
David Ulansey, nel suo libro “I misteri di Mitra” ed. Mediterranee paragona Aion Zevian alla Gorgone che sconfigge Perseo. La Gorgone rappresenta forze istintive che possono considerarsi anche cosmiche e difatti in alcune iconografie è rappresentata al centro dello zodiaco.
Aion viene sconfitto da Mitra che assume i suoi poteri e diviene così divinità cosmica.
Mettendo a confronto Aion Zevian e Giano possiamo notare che:
Aion Zevian ha le ali e dunque è una divinità del cielo, ha la chiave per far ascendere e scendere le anime e ha un aspetto mostruoso, per ricalcare la sua origine arcaica (teogonicamente parlando).
Dunque l’idea di una divinità arcaica che gestisce le forze cosmiche è fortemente presente nelle tradizioni indoeuropee. I caratteri di Aion sono un pò differenti da quelli di Giano se, come dice Ulansey, rappresentano anche delle forze da combattere. Giano in realtà combatte da se il caos in lui portando l’ordine attraverso l’attimo del passaggio.
Se si ritiene errato l’accostamanto di Aion Zevian alla Gorgone allora lo si può avvicinare a Giano, ma non abbiamo elementi che ci permettano di caratterizzarlo come dio degli initia: potremmo parlare altrimenti di una tradizione comune anche in questo senso.
Giano è un ordinatore anteriore a tutto ciò: egli è il Caos col principio dell’ordine in se, Mitra in confronto è solo ordinatore.
Carandini in “L’origine di Roma, Dei Lari e Uomini all’alba di una civiltà” mostra che Opi (Ops in latino) è la paredra di Saturno nella religione romana e latina arcaica. In qualunque caso tutte le divinità femminili rappresentano una manifestazione specifica del ricettivo/passivo, difatti Saturno è dio della terra e dell’agricoltura (oltre che di tutte le altre cose attribuitegli) e Ops la dea della dispensa, ovvero colei che passivamente conserva ciò che attivamente ha creato Saturno colla sua operatività agricola.
Importanti le divinità con tre volti, tra cui Ecate e Giano. Difatti Giano oltre ad essere bifronte è ricordato, da alcuni autori antichi, trifronte ed il suo vero volto è occultato tra i due visibili e si manifesta soltanto a pochi. Vi è una spiegazione misterica a ciò ed ha a che fare coi “passaggi”… colla visione del “mondo occulto”.
E’ importante quel volto perchè sta nel mezzo, nel punto di equilibrio del tutto, tra il Disordine e l’Ordine, tra il Passato e il Futuro, tra una vita e l’altra.
Sul Giano quadrifronte si può dare certezza che esista, poichè è il dio che guarda verso i quattro punti cardinali. Del resto oltre alle porte bifronti, a Giano sono consacrate anche quelle quadrifronti.
Giano è Caos, è atomo primordiale che esplode e si spande, è il passaggio da Caos a ordine e viceversa. Se è reale la teoria del “respiro cosmico” tutto tornerà in Giano e sarà un ciclo eterno…
Ecate è Luna nera e caotica, ma in un’altra faccia è luna crescente e generante e in un’altra ancora è luna piena (per alcuni la terza faccia è la fase calante: la vecchia). Tre fasi per un altro ciclo, più piccolo ma a modo suo anche questo “eterno” (relativamente alla vita del nostro sistema solare).
parallelamente è chiaro che Mithra sia un dio-modello per l’iniziato, che deve distruggere le forze caotiche in se per ottenere da esse l’ordine.
Si consideri il Perses come Perseo, modello mitico che l’iniziato mitraico deve incarnare arrivato ad un certo grado di evoluzione spirituale. Per la cronaca Ulansey sostiene che il nome dell’eroe Perseo significhi Persiano e pensa di poter ritrovare nell’antica Persia l’origine del culto di Mithra, così come lo conobbero i romani, o per lo meno il luogo di passaggio prima di arrivare in Cilicia, da dove poi si diffuse per opera dei legionari di Pompeo.
Già in alcune religioni sono presenti divinità originarie che presiedono al passaggio dal disordine all’ordine, come in Grecia lo stesso Caos.
Per la sua funzione ordinatrice Giano ha in se qualcosa di solare (o viceversa il Sole ha in se qualcosa di Gianuale?), tanto che in molte raffigurazioni antiche sopra il volto di Giano è scolpito un piccolo Sole. Nel mitraismo ritroviamo la funzione teologica dell’attraversamento delle porte, che di per se sono dei “Giani”, dunque in un modo o nell’altro Giano e l’attività solare di riordino dei quattro elementi vivono in una connessione fondamentale.

Lezione per approfondire la figura di Giano
https://youtu.be/l3huVzgK3Xchttps://www.youtube.com/watch?v=l3huVzgK3Xc

Iscrizione Tempio di Delphi

Il tempio di Apollo a Delphi, faro di luce nel mondo, distrutto purtroppo da coloro i quali erano contrari alla luce, recitava con un’iscrizione sul suo frontone Γνῶθι σεαυτόν, ossia conosci te stesso, nosce te ipsum. In questa breve frase è celata la chiave per la realizzazione dell’essere umano.

Europa

Rubens Ratto d'EuropaSecondo il mito greco Europa era la figlia di Agenore e di Telefassa; a volte viene ricordata come figlia di Fenice. Il sommo Zeus, che viveva l’amore in libertà al di la delle catene materiali, dunque in un carattere divino proprio del suo rango, se ne innamorò quando la vide giocare a Tiro colle sue amiche. Il Dio si avvicinò di nascosto trasformandosi in un toro dal candore abbagliante con le corna lunate. Lucente nell’aspetto come nel cuore Zeus le si avvicinò in disparte. Europa dapprima fu intimorita dalla vista di una così possente bestia, ma come il suo sguardo cedette un po’ di maggior attenzione, la bella fanciulla comprese di avere di fronte a se qualcosa di grande e di inesplicabile, vedeva nel volto del toro non il timore per l’infinita grandezza dell’universo, ma una sorta di gioia e di pace interiore, un amore puro e sublime che l’avvicinava sempre più al candido animale. Lo accarezzò e lo vide mansueto e pensò di potersi fidare e salì a cavalcioni sulla sua groppa, dove si sentiva unica al mondo, sicura e certa di sé come solo poteva essere nell’angolo più profondo della sua anima. All’improvviso il toro si lanciò verso il mare e, nonostante le grida della ragazza, cavalcò sulle onde fino all’isola di Creta. Lì Zeus si unì con Europa sotto i platani, che per privilegio d’esser stati testimoni di un così intenso amore, non perdono mai le foglie.

E così come la fanciulla anche il nostro continente ha sempre amato senza timore ciò che parea grande e possente, luminoso e affascinante. L’amore per il vasto mare vide naviganti, come greci o vichinghi, sfidare l’ignoto, argonauti alla ricerca di velli d’oro, giovani eroi a fondare città per andare a conoscere il mondo e l’universo tutto e per portare con sé ciò che avevano imparato. Come lo Zeus taurino affrontarono le onde del mare, amarono con purezza le loro terre, la conoscenza ed ebbero mogli e figli.

La giovane Europa con gli occhi dei celti osservò il cielo e costruì complessi centri astronomici, come nell’amore di quella giovine omonima fanciulla, furono affascinati da ciò che è grande e splendente. E solo questo amore puro, che può sembrar quasi bestiale dalla descrizione del mito, ma in realtà si tratta di un sentimento immenso per qualcosa di enorme in natura, nacque la ricerca del sapere, la filosofia dei greci, e i valori che furono le fondamenta delle più grandi civiltà europee, che sempre hanno cercato di fondersi, susseguendosi sotto vari imperi, per giungere all’Europa di oggi.

E quell’amore della giovine fanciulla per Zeus è un esempio di amore pio, perché soltanto amando si può far sì che l’ignoto diventi conoscenza, e questo è il sentimento doveroso che hanno seguito i più degli uomini pii della nostra antica Europa, matrice del nostro sapere.

GIUSEPPE BARBERA

De Superbia

di Elio Ermete
estratto da Pietas 1

Il cavallo di Troia è simbolo di un'azione necessaria all'abbattimento dei propri limiti, rappresentati dalle mura della città di Troia, la quale deve cadere affinchè in futuro Romolo fondi la Roma quadrata
Il cavallo di Troia è simbolo di un’azione necessaria all’abbattimento dei propri limiti, rappresentati dalle mura della città di Troia, la quale deve cadere affinchè in futuro Romolo fondi la Roma quadrata

Nel mondo latino la parola superbia indica il sentimento dell’orgoglio, distinto da quello della fierezza che si traduce decus: ingens suis decus attulit (è motivo d’orgoglio per la sua famiglia). Il termine inflatus denota invece un soggetto tronfio di se stesso, gonfiato dalla propria superbia, come se un demonio gli avesse soffiato in corpo il sentimento dell’orgoglio.

Nella cultura romana l’orgoglio in senso sano è la fierezza, vocabolo che preserva il tema dell’ambito selvatico, la selva, il disordine remio, difatti feritas significa anche selvatichezza, pertanto anche questo è considerato un sentimento negativo, tranne quando è generosus animus.

Nella tradizione classica i soggetti orgogliosi vengono puniti dal Padre degli dei od anche dai suoi figli se direttamente chiamati in causa; nel mito i soggetti orgogliosi non trovano mai la via della realizzazione.

Anchise, il padre di Enea, ottenne l’amore di Venere, ma egli si vantò di aver ottenuto tale dono divino, vanto finalizzato ad accrescere il suo orgoglio di fronte ai suoi simili, ma che gli costò la perdita della vista e dei favori della dea.

Achille è l’orgoglio assoluto di se stessi e mai riuscirà ad entrare nella città di Troia per espugnarla, ovvero il soggetto orgoglioso non riuscirà mai ad abbattere le costruzioni mentali che ha recepito e realizzato in sé, passo necessario (appunto rappresentato dalla guerra di Troia) per poter intraprendere il viaggio di ritorno alla patria d’origine dell’anima. Per quanto l’eroe figlio di Peleo ottenga riconoscimento ed onori dagli uomini, mai realizzerà il primo passo dell’opera alchemica[1]. Egli ebbe la scelta fin dall’inizio: o partire per i lidi orientali per veder soddisfatto il proprio orgoglio e morire o vivere in eterno nella sua dimora.

Agamennone per il suo forte orgoglio costruisce un altro sé, un elemento estraneo a lui stesso (Egisto) che s’impossessa della sua anima (rappresentata dalla moglie Clitennestra) e che poi lo uccide.

Niobe usò i suoi figli per soddisfare il suo orgoglio, vantandosi di averne generati più di Latona volle farsi credere superiore alla madre di Apollo e Diana, ma ciò le costò la vita.

Aracne era bravissima nell’arte della tessitura, che le fu insegnata dalla dea Atena, ma il suo orgoglio le fece credere di poter essere superiore ad una dea e sfidò la sua maestra in una gara di tessitura. Dopo averla sconfitta la Glaucopide dea trasformò la presuntuosa in  ragno.

Il sileno Marsia[2], orgoglioso delle melodie che riusciva a suonare con il flauto di Minerva sfidò lo stesso Apollo ad eguagliarlo con la lira: il vinto sarebbe stato alla mercé del vincitore; sconfitto fu fatto scuoiare vivo dal dio solare.

L’orgoglio è una crescita alternativa  e deviata del sé spirituale, che porta ai peggiori sentimenti che l’animo umano possa manifestare: pregiudizio, vanagloria, superbia, sopravvalutazione di se stessi fino alla propria distruzione, come il mito stesso testimonia.

La nascita di questo elemento avviene per una deviazione della rota solare causata da una sua disfunzione, difatti l’orgoglio è l’espressione dei valori solari capovolti.

Il soggetto solare è disponibile e silenzioso, tanto che il dies silentii è alla vigilia della nascita del Sole, sa ascoltare, valuta con equilibrio le ipotesi che gli vengono proposte e trova la giusta collocazione ad ogni pianeta perché possa ruotare, chi vicino, chi lontano, attorno di lui. L’uomo orgoglioso si considera superiore e si concede con difficoltà, parla per dare vanto a se stesso e non ascolta i giudizi degli altri ritenendo le persone in un gradino inferiore al suo, vuole forzare la funzione degli individui che gli stanno attorno, convinto di essere in grado di scegliere per loro, fino a perderli ed allontanarli da sé.

La larva dell’orgoglio è generata da una iperattività del plesso solare, per gli yogi sull’ombellico, e può nascere anche per una erronea alimentazione; coscienti di ciò i sacerdoti antichi eseguivano digiuni regolari scanditi dall’anno solare per mantenere il proprio metabolismo in armonia coll’astro celeste, evitando così di alimentarsi di sentimenti sbagliati ed infausti. Una volta generata suddetta larva pesante, dai Romani chiamata Lemure[3], essa si accresce intelligentemente agendo sulle funzioni spirituali dell’individuo: infatti alla spinta operativa del rito, che dovrebbe far ascendere gli elementi puri fino alla nascita della Minerva dal capo, s’insinua detto orgoglio sostituente i puri sentimenti animici, da ciò si avrà l’ascesa di un Marsia invece che di un Quirino.

Per far ascendere la forza animica ripulita dall’azione solare/spirituale che ha impresso della sua luce l’anima/luna necessita un’azione marziale, quando però questa spinta è sporcata si ha il Marsia, e seppure entrano in sintonia tutte e sette le note planetarie grazie all’azione dell’arte (questa rappresentata dal flauto di Minerva, nel quale si soffia), essendo sporca la matrice ascensionale (quella che gli Indù chiamano kundalini e noi Romani Iuno) invece di generarsi il fuoco interno delle rigenerazione si sentirà un bruciore sulla pelle simboleggiato nel mito dallo scuoiamento. Ma l’orgoglio stesso farà credere al praticante di essere nel giusto ed egli continuerà fino alla sua rovina poiché in realtà starà svolgendo l’azione di prevaricazione delle mura di Remo, gesto che garantisce la sua morte.

Il soggetto solare invece incarna l’azione romulea e non permette al Remo di prevaricare le mura entrando nel Palatium/corpo, compiendo un gesto di tutela della propria Urbs.

Il sentimento dell’orgoglio, essendo faunico e remio, è un impulso disordinato e caotico, manifestazione della crescita del Cacodaimon a discapito dell’Agatodaimon, è quindi un elemento distruttore. La volontà di imporsi sugli altri porta solamente al dissolvimento degli ambienti umani, così il Cacodaimon riempirà il cuore dell’orgoglioso di disprezzo per gli altri, non comprendendo l’uomo che egli è fautore del proprio destino e che le scelte fatali che sta affrontando lo porteranno ad un morboso attaccamento alla materia che sempre più lo allontanerà dalla dimensione della luce solare. Schiere di demonii risponderanno alle sue chiamate e crederà di essere potente e sulla giusta via, non comprendendo che per lui si staranno aprendo le porte di un abisso di materia scura, il guadagno di denaro e l’avanzamento di carriera non saranno in questo caso un prodotto gioviano, bensì il risultato della deviazione solare in ricchezza saturnia, solitudine che cresce quotidianamente perché in nessun rapporto umano troverà più la vera scintilla erotica, di Amor puro, che tiene uniti amici, familiari e i nostri amori

Il gentile che abbandona la gentilezza, o che usa questa ipocritamente, non comprenderà mai nessuno dei misteri luminosi e trascorrerà la sua vita in gioie effimere e noie preludio di un cammino di buio solitario.

Alcuni autori moderni considerano solare l’atteggiamento d’imposizione della propria volontà sugli altri, pensano che la dignitas consista nel comportarsi come esseri superiori sugli altri, ma queste sono vanaglorie, portatrici di squilibri solari, matrici di lemuri che se prendono il sopravvento sull’individuo lo condannano ad un lungo buio mentale, che lo porterà al fanatismo ed alla superstizione, lo stesso sentimento che ha spinto molti fanatici religiosi autori dei peggiori eccidi della storia, come il vescovo cristiano Teofilo, che spinse Teodosio a far vietare ogni culto pagano e che aizzò intere folle di fedeli contro i templi, così come il vescovo Cirillo ordinò ad un gruppo di uomini di uccidere Ippazia, la direttrice della Schola Pitagorica Alessandrina, i quali la attesero mentre rientrava nella sua dimora per prenderla, trascinarla alla chiesa di Cesario, strapparle le vesti, farla a pezzi con dei cocci e cavarle gli occhi mentre era ancora viva[4]. Quegli uomini che cercavano la luce non si resero conto che per il loro orgoglio, per il pregiudizio e per la presunzione uccisero l’ultimo astro luminoso di Alessandria; qualcosa che invece avrebbero amato se fossero stati gentili nell’animo. Sta all’uomo la scelta. O una vita romulea, costruttiva per se e per gli altri, o la distruzione remia. Il mito lo testimonia, ma la maledizione degli uomini è che essi dimenticano.

[1] S’intende qui il processo di trasmutazione della propria interiorità

[2] Vedremo più avanti perché Marsia è una manifestazione marziale silvestre, dunque faunica e deviata, accrescitrice dell’orgoglio.

[3] Per i Romani i lemuri erano le larve sprigionatesi da Remo, esse venivano credute, in alcuni casi, ereditate dai padri, ciò perché la comunione quotidiana in famiglia porta anche alla trasmissione dei sentimenti dal soggetto capo della catena domestica a tutti gli anelli componenti. Per tali motivi un capo famiglia deve essere sempre un esempio di rettitudine. Per il bene dei suoi stessi congiunti.

[4] Damascio cit. 76, 24-81.

CALABRIA PAGANA – DAL POLITEISMO AL MONOTEISMO

 

Processi di conservazione culturale

estratto da “Il Domani di Calabria” del 21/09/2009

Colonna superstite del tempio di Hera Lacinia a Crotone
Colonna superstite del tempio di Hera Lacinia a Crotone

Nella tarda antichità si svolse una lotta di politica religiosa che coinvolse prima tutto il bacino mediterraneo, poi l’Europa. Si tratta del passaggio dai culti politeisti al culto monoteistico. Giambattista Vico diceva che la storia si articolasse in corsi e ricorsi. Così quel che era avvenuto mille anni prima in Mesopotamia, in Persia, e duemila anni prima in Egitto, si ripeté nell’Impero Romano: al passaggio dai regimi politicamente policratici a  quelli monarchici scompariva un antico politeismo sostituito da un nuovo monoteismo.

I Tanti dèi babilonesi furono sostituiti dal monoteismo del dio Marduk, il quale sottomise tutti gli altri, così come i sovrani di Ur avevano sottomesso i loro antagonisti politici. Il potere dei diversi centri cultuali veniva accentrato in un’unica figura sacrale, quella del sovrano, cosicché tutti i cleri rispondevano ad un solo centro politico-religioso, concentrando così rispetto, ricchezze templari e ideologie filosofico-religiose su di un unico uomo il cui potere assoluto era ufficialmente riconosciuto da tutti. Medesima cosa accadeva nell’Impero Persiano sin dalla metà del VII secolo: Zaratustra riformava il culto dei Magi nel monoteismo di Ahura Mazda, dio del bene oppositore del dio del male Arimane; si tratterebbe in effetti di un dualismo, ma un unico dio rappresentava tutti i valori di bene, amore, prosperità e benessere, gli stessi valori che incarnava il Re dei Re, l’imperatore Persiano. Ahura Mazda governava sulle schiere del Bene, l’esercito di Asha, così come Dario ed i suoi eredi governavano su più di cento popoli, partecipi dell’esercito Persiano. Nella religione si faceva riflettere il piano politico: se tanti dei riconoscevano un solo dio sovrano, tanti uomini potevano riconoscere un re assoluto. E così come gli uomini erano servi dell’imperatore, i sacerdoti erano schiavi del dio.

Solamente nell’antico Egitto il Faraone non riusciva ad avere il controllo dei cleri locali: la religione era politeista e ogni santuario era un centro di potere spirituale, politico ed economico. Ciò non fu gradito al sovrano Akenamon, il quale decise di creare un monoteismo per bloccare lo strapotere crescente del clero ammonio e di altri santuari nilotici, creò così un monoteismo incentrato su Aton, dio del Sole, e cambiò il suo nome in Akenaton (servo di Aton), esponendo pubblicamente il suo ideale politico-religioso. Il nuovo centro decretato a capitale di un nuovo regno fu Amarna (da qui il nome di rivoluzione amarniana per il tentato enoteismo di Aton), ma i templi dei tanti dei non acconsentirono ad essere servitori assoluti di un unico sovrano, si ribellarono ed attraverso congiure di palazzo uccisero Akenaton, colui che minacciava i loro poteri provinciali. Il giovane figlio, Tutankaton fu costretto a cangiare il suo nome in Tutankamon per mostrare di essere favorevole allo strapotere del culto ammonio, ma all’età di 18 anni fu fatto morire misteriosamente.

heliosQuando l’impero romano era dilaniato da continue guerre intestine ed incursioni barbariche Aureliano propose il culto del Sole Invitto dicendo che uno è il dio sovrano ed uno solo deve essere l’imperatore, abolendo temporaneamente la tetrarchia. Costantino scelse un culto monoteistico per lo stato, affinché il modello dell’unità potesse irradiarsi dalla religione alla politica. Ciò non fu subito accettato da un impero fortemente legato alle tradizioni e la necessità spinse i suoi successori, come Teodosio II, ad imporre la loro visione con la forza.

Appena il potere politico centrale affrontasse un momento di debolezza riaffioravano, qua e la, i culti politeisti all’interno dell’impero ed alcuni imperatori, come Flavio Claudio Giuliano, pensarono che la convivenza delle diverse religioni non dovesse necessariamente creare frammentazioni. I loro successori non la pensarono alla medesima maniera ed ordinarono la distruzione delle biblioteche, ma ciò non fermava il pensiero libero, e così decretarono la distruzione delle librerie private e la condanna a morte per chi conservasse libri diversi dal nuovo canone. Ad Alessandria d’Egitto la biblioteca più grande del mondo venne data al fuco su istigazione di Teofilo, ostile alla cosiddetta “saggezza pagana”. In un sol giorno l’umanità vide bruciare secoli di sapere. Correva l’anno 491 d.C.

Ma la sapienza è un’esperienza e non si apprende dai libri quanto dalla vita quotidiana. Nei villaggi rurali, i Pagi, era cosa rara incontrare qualcuno che sapesse leggere e scrivere, eppure ognuno rimembrava gli insegnamenti dei padri e conosceva  i momenti astronomici alla perfezione, sfruttava al meglio il periodo della semina e seguiva la luna per sapere quando raccogliere i prodotti agricoli; nessuno aveva mai letto trattati filosofici ma conoscevano la logica dell’analogia, effettuavano riti per propiziare il raccolto  e l’uccisione del maiale era una festa che faceva invidia ai più grandi santuari del mondo antico. Superstizioni, diciamo noi oggi, ma a quelle superstizioni dovette piegarsi la nuova religione e seppur acculturava il popolo col nuovo evangelo s’inculturava delle tradizioni dei luoghi. La Calabria, più di ogni altra regione italiana, ha mantenuto quasi intatti i suoi antichi riti, dalle grandi città ai piccoli paesi. A Crotone annualmente si svolge una processione a Capocolonna, ieri dedicata ad Hera, oggi alla Madonna. E’ sempre il modello della madre, lo si chiami in un modo o nell’altro, ed è sempre lo stesso rito, colla sola aggiunta dei fuochi d’artificio in età moderna. Nella Sila piccola l’uccisione del maiale è quasi un rituale ed alcune anziane signore giocano a leggere il futuro nelle viscere dell’animale ucciso, cercano di vedere il sesso dei nascituri dal rene dell’animale, sono inconsce trasmissione di un’arte per molti persa, ma qui ancora viva: l’aruspicina.

A Gagliano, in provincia di Catanzaro, alcune signore raccontano di accompagnare i morti nell’aldilà, sognando giorni prima quando questi scompariranno: medesime convinzioni di quegli esuli Traci che si facevano chiamare “mistoi”: gli iniziati ai culti orfici. Per non parlare delle ricette delle feste: una su tre ha il sapore dell’antico. In quei luoghi dove nasceva la prima Italia ancora oggi può trovarsi il retaggio della grecità in tutti i suoi aspetti.

In tutto il bel paese un richiamo verso l’antico è in atto: associazioni di studi storico-religiosi, di filosofia antica ecc. si sviluppano qua e là, ma spetta alla nostra regione il primato del maggior numero di associazioni specializzate in questo settore: studiosi di pitagorismo, di tradizioni classiche e delle società antiche da noi abbondano e seppur i nostri poli universitari non sono noti come la Bocconi o La Sapienza  vantano il merito di aver condotto convegni internazionali, come quello sul Pitagorismo tenutosi nel 2006 al Consorzio universitario di Crotone, con docenti provenienti da tutta Europa.

Può sembrare strano ma ancora oggi l’Italia è pagana nella sua essenza religiosa, nonostante la forma sia quella cristiana. Ai tanti dei si sono sostituiti i molti santi e dove prima s’ergevano templi spesso ora sorgono chiese. I luoghi fisici del sacro sono così sopravvissuti e si sono conservati. Gli usi ancor più: come nei Saturnalia di duemila anni fa (feste che andavano dal 17 al 24 dicembre) facciamo cenoni e giochiamo a carte. Gli antichi consideravano caotico il periodo prossimo al solstizio, poiché in questi giorni il buio della notte predomina sulla corta giornata, pertanto consideravano lecito far ciò che la legge nel resto dell’anno vietava, come il gioco d’azzardo. Cosa faceva il romano del I sec. a.C. il 24 dicembre? Una bella tavolata in famiglia ed una giocata a dadi. Aveva ragione Vico: corsi e ricorsi storici. E se prima si festeggiava la nascita del Sole al 25, per il prolungarsi della giornata, oggi si festeggia quella del Salvatore: il Cristo.

Molti gruppi di studiosi affrontano studi scientifici per trovare le radici delle nostre usanze, perché solo guardando indietro possiamo comprenderci e potremo andare avanti, così ad esempio l’Associazione Tradizionale Pietas, nata a Crotone e poi sviluppatasi tra l’Italia e la Grecia, conduce ricerche sul mondo classico proponendo poi al pubblico i suoi risultati in conferenze, convegni e quaderni di studio, dall’ambito universitario a quello cittadino, cercando inoltre il coinvolgimento di tutti considerando il patrimonio culturale un bene universale così anche l’associazione “Le Crotoniadi” che propone eventi ed attività culturali di ricostruzione storica. Medesima cosa fanno altre realtà culturali nel resto della penisola. Vi sono anche associazioni che cercano di recuperare l’antica religiosità. In Grecia movimenti di studio sulla cultura classica hanno riacceso negli animi il desiderio di vivere l’antica religione, ed oggi gli Elleni sono la quarta fede nel loro paese. Ma non ha tanto importanza la forma di ciò che si fa o di ciò in cui si crede, quanto l’essenza delle proprie convinzioni, e quando queste sono intrise di sani valori ben vengano, perché le forme e le religioni cambiano nel tempo, ma l’etica del rispetto, della lealtà, dell’amicizia, dell’amore e della tolleranza va al di là delle bandiere ed è eterna, poiché non crollano con le loro civiltà e con le loro religioni, ma vivono per sempre.

Ed è su questi valori che l’Associazione Tradizionale Pietas ha improntato il suo lavoro: lo studio della religione e della società classica non deve essere il nascere di nuove forme di fanatismo ed incomprensioni, ma la ricerca di un’essenza che ha attraversato i millenni e che chissà fin quando risale nel tempo.

La Calabria di duemilacinquecento anni fa è stata la matrice della cultura romana: il Pitagorismo segnò Roma profondamente, al punto tale che all’entrata della curia della Res Publica si conservava un busto di Pitagora, i Gracchi lottarono per riformare la società su basi pitagoriche (la suddivisione delle terre conquistate ai più poveri e non ai già ricchi), Mario dopo di loro, poi Cesare, Roma unì quell’Italia che tempo prima era la Lega Italiota voluta dai Crotoniati; come un tempo, ancora oggi possiamo essere la matrice culturale di un paese in ginocchio, che necessita di rialzarsi, e da dove incominciare se non dal “Sapere”?

Conservando le nostre tradizioni salvaguarderemo la nostra identità e cercando in esse i nostri valori potremo sopravvivere ad un mondo in decadenza.

Giuseppe Barbera
fonte: https://issuu.com/ildomani/docs/21092009/38

Alchimia, scienza divina.

intervento di Giuseppe Barbera estratto dagli atti del convegno “L’alchimia, storia di una scienza”, Università di Roma La Sapienza anno 2007

Il serpente in alto è lo spirito del mondo, che a tutto dona la vita, tutto uccide, e in se reca tutte le forme naturali. Isomma esso è tutto e nulla… Il serpente in basso è detto Ouroboros. In lingua copta Ouro significa re, mentre ob in ebraico significa serpente. – Abram Eleazar, Donum Dei, Erfurt, 1735.
Il serpente in alto è lo spirito del mondo, che a tutto dona la vita, tutto uccide, e in se reca tutte le forme naturali. Isomma esso è tutto e nulla… Il serpente in basso è detto Ouroboros. In lingua copta Ouro significa re, mentre ob in ebraico significa serpente. – Abram Eleazar, Donum Dei, Erfurt, 1735.

E’ nota presso di noi l’alchimia come forma antenata della chimica, ma in realtà il

sapere della nostra scienza moderna non ci permette di definire quale delle due materie sia più evoluta o meno, certo il sistema attuale permette di precisare oggettivamente i risultati materiali, cosa che l’alchimia non sempre può fare, in particolar modo nel suo contesto spirituale, essendo l’esperienza del caso legata al soggetto, anche quando l’esperienza è uguale per tutti, la si vive comunque nell’intimità individuale. Effettivamente d’Aquino stesso spiega che esistono diversi tipi di pietre, ed ognuno può produrne alcune, più o meno volgari[1].

[1] Tommaso d’Aquino, L’Alchimia, Roma 1996.

Il disegno in alto a sinistra bene spiega ciò: l’uomo è un microcosmo in cui esiste lo spirito del mondo con tutte le sue essenze, incastrate allo stesso modo in cui la figura della stella a sei punte si intreccia, ed ogni uomo tende interiormente più o meno ad un diverso metallo. Ma che significa tendere ad un metallo? Significa avere un carattere più o meno aureo, più o meno stagnoso, più o meno ramoso. In che senso?

La porta ermetica addossata in un angolo dei giardini di Piazza Vittorio a Roma, qui in una incisione tratta dalla Sapienza dei Magi, di Giuliano Kremmerz; è questo un raro esempio di monumento alchemico, riportante nella sua simbologia l’opera per la realizzazione dell’individuo.
La porta ermetica addossata in un angolo dei giardini di Piazza Vittorio a Roma, qui in una incisione tratta dalla Sapienza dei Magi, di Giuliano Kremmerz; è questo un raro esempio di monumento alchemico, riportante nella sua simbologia l’opera per la realizzazione dell’individuo.

Questa idea del carattere legato al metallo benissimo si esprime nella tradizione greca e romana, difatti ogni metallo conserva un carattere divino, stessa cosa facciamo anche noi, e la mitologia rappresenta gli dei con caratteri umani per consentire di definire al meglio come riconoscere quale carattere divino abbia il sopravvento nel momento della vita di un uomo. Dunque la donna fedele al marito ha un carattere argento, essendo questo il metallo della Luna, a sua volta pianeta[1]di Giunone, dea moglie di Giove garante del matrimonio e della fedeltà coniugale. Il lavoro alchemico serve a raggiungere la realizzazione dell’oro, ossia uno stato di beatitudine che è legato al Sole, astro che illumina il mondo e porta la vita ovunque arrivi la sua luce, sin nelle profondità dei mari.

[1] Nonostante la Luna sia un satellite continuiamo a chiamarlo pianeta quando vogliamo rivolgerci al significato che le davano gli antichi: influenze siderali sulla vita degli uomini e sugli eventi del mondo, astro legato ad una essenza divina.

ermete con candelabro

A Roma si conserva un monumento alchemico d’essenziale interesse: la porta ermetica. In essa possiamo leggere l’importanza di ordinare i diversi elementi e le differenti essenze che compongono l’uomo, in maniera tale di uscire dal Caos primordiale e realizzare l’ordine divino in noi: attuato ciò sarà possibile attraversare la porta della sapienza e della conoscenza e rispondere a quelle domande cui l’uomo s’interroga sin dall’origine dei tempi.

Il Mercurio, appellato dal Sole come Filius Noster, emerge dalle acque e reca in mano l’antimonio.
Il Mercurio, appellato dal Sole come Filius Noster, emerge dalle acque e reca in mano l’antimonio.

Ma tale sapienza non deve essere svelata poiché è una conquista che può intendere solo chi raggiunge e non esistono parole per trasmetterla, ecco perché il libro alchemico più veritiero è il mutus liber, un testo fatto solo d’immagini, dove

l’intelligenza dell’individuo per comprendere supera la dimensione della parola, penetrando quel mondo delle idee che tanto ha voluto far conoscere Platone tramite la filosofia socratica, da lui riportata; così anche il Mercurio, che è al centro della nostra prima immagine, invita il praticante al silenzio e reca nella sua mano sinistra il fuoco dei sette pianeti.

Ed è proprio tramite il mercurio che bisogna compiere l’opera alchemica, Mercurio che

La Luna, che governa tutte le cose umide, partorisce il re immacolato dall’abito purpureo, ossia la tintura rossa, la tintura universale che guarisce tutte le imperfezioni. S. Trismosin, splendor solis, Londra XVI sec.
La Luna, che governa tutte le cose umide, partorisce il re immacolato dall’abito purpureo, ossia la tintura rossa, la tintura universale che guarisce tutte le imperfezioni. S. Trismosin, splendor solis, Londra XVI sec.

deve astrarsi dalle acque delle passioni per donare all’uomo l’antimonium, la soluzione necessaria alla nostra divinizzazione.

In alchimia ogni cosa ne genera altre e la madre di tutto è la natura, esterna ed interna all’uomo, generazione che può essere riprodotta dall’uomo in laboratorio e così la Luna ben gestita può generare il re immacolato dall’abito purpureo, salvatore dell’umanità per le sue qualità terapeutiche.

Tutta questa serie di “generazioni” deve portare alla realizzazione finale, ad una completezza che viene spesso rappresentata nel c.d. androgino ermetico, un essere che vince l’istinto e il bisogno, poiché completo in se. Michael Maier lo pensa incorporante tutti e quattro gli elementi[1]. Ma a quali elementi si riferisce? Secondo la filosofia pitagorica l’uomo è composto di quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Gli alchimisti vedono in ognuno di questi la preponderanza di quattro metalli basilari: piombo, argento, mercurio, oro. L’uomo vitruviano è inscritto in un cerchio, figura che per Pitagora rappresenta il Caos, ossia la sostanza che contiene in se, in maniera

I filosofi attribuiscono alla materia fredda e umida il carattere femminile (Luna) e a quella calda e secca il carattere maschile (Sole). L’androgino, dunque incorporerebbe in se tutti e quattro gli elementi – Michael Maier, Atalanta fugiens, Ottenheim, 1618.
I filosofi attribuiscono alla materia fredda e umida il carattere femminile (Luna) e a quella calda e secca il carattere maschile (Sole). L’androgino, dunque incorporerebbe in se tutti e quattro gli elementi – Michael Maier, Atalanta fugiens, Ottenheim, 1618.

disordinata, i quattro elementi costituenti l’universo[2]; da qui nasce il dilemma della setta pitagorica: la quadratura del cerchio.

[1] Michael Maier, Atalanta fugiens, Ottenheim 1618.

[2] Giuseppe Barbera, Il Pitagorismo in Italia ieri e oggi, Roma 2005.

Credendo difatti i pitagorici che l’universo è una realtà ordinata e misurabile, così come le leggi che lo regolano, cercavano una formula matematica che permettesse all’uomo di riordinare i suoi elementi per raggiungere la sua realizzazione. Dunque la formula 2 π r corrisponde ad una pratica alchemica capace di delineare i quattro corpi dell’uomo:uomo-vitruviano-di-Leonardo-Da-Vinci

  1. fisico
  2. anima
  3. intelligenza
  4. spirito;

corrispondenti ai quattro elementi ed ai relativi metalli. La serie di attività che avvengono nell’operazione trovata da Pitagora porta a conoscere i sette metalli nelle loro manifestazioni, così rappresentate dagli alchimisti nel seguente disegno:

vitriol

Ad ogni metallo corrisponde un evento: al Saturno un corvo che si posa su uno teschio sepolto, al Giove la trasformazione del cranio in una colomba che viene

Il monocordo è il principio interiore che dal centro dell’universo realizza l’armonia di tutta la vita del cosmo. – Robert Fludd, Utriusque Cosmi, vol.I, Oppenheim, 1617.
Il monocordo è il principio interiore che dal centro dell’universo realizza l’armonia di tutta la vita del cosmo. – Robert Fludd, Utriusque Cosmi, vol.I, Oppenheim, 1617.

estratta dal corvo da sottoterra, sicché le bianche colombe segnano sotto Marte l’uccisione del corvo per innalzare una corona sotto il segno del Sole, poi in Venere nascerà una pianta ed  in Mercurio l’unicorno anticiperà la venuta della sacra Vergine. Sette passaggi, identici per tutti, definiti dai pitagorici in una semplice formula. Gli alchimisti celarono questo insieme di attività sotto l’utilizzo del c.d. Vitriolo, Vitriol che significa: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem. Laddove i pitagorici usarono una formula, gli alchimisti applicarono un acido. Che l’Alchimia abbia elementi in comune con la filosofia pitagorica lo si vede in diversi concetti acquisiti. È il caso della figura seguente, dove il cosmo è rappresentato in un’armonia musicale.

L’idea che i pianeti esprimessero dei suoni nel loro moto[1] è prettamente pitagorica, così le sette note vengono definite dalla scuola crotoniate per riferire il moto dei pianeti esterni (macrocosmo) e di quelli interni (microcosmo), note che sensibilizzano diversi metalli, ovvero diversi caratteri umani, sicché ancora oggi usiamo per diverse occasioni della nostra vita, musiche con tonalità differenti. Il linguaggio matematico verrà usato fortemente in alchimia, la massima espressione di ciò è la definizione completa dell’opera che si dà nella Turba philosophorum[2]:

Voi parlate assai oscuramente e troppo. Ma io voglio indicare completamente la Materia, senza tanti discorsi oscuri. Io ve lo ordino, o figli della dottrina: congelate l’argento vivo. Di più cose fatene due, tre e di tre una. Una con tre è quattro. 4,3,2,1; da 4 a 3 vi è 1; da 3 a 4 vi è 1, dunque 1 e 1, 3 e 4. Da 3 a 1 vi è 2, da 2 a 3 vi è 1; da 3 a 2 vi è 1. 1, 2 e 3 e 1, 2 di 2 e 1, 1. Da 1 a 2 vi è 1; dunque 1. Vi ho detto tutto”.

Per acquistare gli atti del convegno cliccare sulla presente immagine

In conclusione possiamo definire l’alchimia come una scienza universale, le cui logiche trovano riscontro nella sperimentazione scientifica e per analogie applicate all’essere umano, tanto che Tommaso d’Aquino ci spiega che “tutta l’arte alchemica elesse la propria sede nell’intelletto e nella dimostrazione dell’esperienza[3].

[1] A riguardo questa teoria si veda il Somnium Scipionis di Cicerone, libro conclusivo del De Republica.

[2] Sec. XIII

[3] Tommaso d’Aquino, L’Alchimia, Roma 1996.

La scuola pitagorica femminile

Siamo attorno l’anno 530 a.C., quello dell’arrivo di Pitagora a Kroton, nel quale il maestro Samio propose alle donne della città di lasciar perdere una vita dedita alla vanità ed all’accumulo di ricchezze ma di ricercare la propria essenza, se stesse e la propria dignità nello pratica dello studio e delle virtù. Così registriamo che numerose teanodonne offrirono i loro  abiti migliori al tempio di Hera e che cominciarono lo studio della matematica, dell’astronomia, della musica e della teologia all’interno della scuola. Essendo questa l’unica realtà filosofica e pedagogica dove erano ammesse le donne, per tanti altri secoli la sola, troveremo poi nelle accademie tardoantiche  neoplatoniche e neopitagoriche di Alessandria l’ultima grande pitagorica: Ipazia, la quale venne trucidata dai monaci paraboloni per volontà del violento vescovo Cirillo, santo della chiesa cristiana. 

Kroton fu la prima città della Magna Grecia ad avere donne di grande rilievo e risalto. Se già la donna greca aveva diritti e poteri che solo a lei spettavano (come ad esempio l’emancipazione degli schiavi), quella pitagorica assume una funzione ancora più importante nell’ottica sacrale di cui la rivestiva la filosofia del maestro samio. 

Infatti la donna, come si è appena detto, era considerata legata alla Luna e l’osservazione dei Pitagorici, considerava Luna e Sole due realtà inscindibili grazie alle quali era possibile la vita sulla terra. Così la Luna era la matrice dell’universo, generatrice di ogni cosa, che elargiva grazie, salute e prosperità. Il Sole era invece concepito come l’astro datore di Luce, che la produceva di proprio col suo fuoco interiore, ma che solo la Luna era in grado di riflettere dolcemente sulla terra, rendendo così la stessa luce del Sole meno aggressiva e dannosa. Sia l’uomo che la donna erano visti come elementi quasi sterili se presi a se stessi ed isolati, ma l’interazione amorosa tra loro era il segreto per la generazione della vita e per la realizzazione di ognuno. La vita di coppia era dunque considerata importantissima per il filosofo pitagorico, tanto che lo stesso Pitagora era sposato.

Numerose sono le donne pitagoriche note (da Teano ad Ipazia di Alessandria) ed importantissimi i contributi che diedero alla dottrina della scuola. Peccato che la misoginia del cristianesimo delle origini portò alla cancellazione delle loro opere, ogni rimasuglio dei loro testi venne cercato per essere bruciato, ed a noi oggi rimangono solo poche notizie, ma sufficienti a sapere quanto la donna fosse importante per i pitagorici.

Giuseppe Barbera

ESTRATTO DA “Nascita del pitagorismo nell’antica Kroton”, di Giuseppe Barbera.
https://play.google.com/store/books/details/Giuseppe_Barbera_Nascita_del_Pitagorismo_nell_anti?id=AC7jAgAAQBAJ

La dottrina della scuola pitagorica

scula pitagorica Intorno al 530 si ebbe l’arrivo di Pitagora a Crotone, luogo dove il filosofo restò per ben vent’anni[1].
Le fonti storiche riportano che Pitagora “era fuggito da Samo e dai padroni dell’isola. Viveva in esilio volontario per l’odio verso la tirannide.[2] Arrivato nella città affacciantesi sul mar Ionio, il filosofo samio trova una polis indebolita nell’animo dalla sconfitta presso la Sagra, infiacchita e dedita al lusso, allontanatasi dall’amore per la religione[3]. Nonostante questa crisi morale una parte della componente aristocratica all’interno della città accolse Pitagora con piacere, essendo questi un nemico dichiarato del lusso[4], elemento quest’ultimo che caratterizzava l’oligarchia cavalleresca di Sibari[5], rivale morale e politica della Kroton della seconda metà del VI sec. a.C.

L’aristocrazia crotoniate era rappresentata dagli atleti ed era poco propensa verso la vita di comodità e di mollezze che caratterizzava il lusso sibarita[6], anzi l’atteggiamento verso il mondo del lavoro non era sprezzante come a Sibari[7]: eminenti pitagorici, come Hippaso, svolgevano attività di artigianato[8] e la polis traeva la sua ricchezza dal commercio e dalle attività portuali[9].

Pitagora propone un nuovo modello politico e sociale, dove l’oligarchia dirigenziale sia acculturata con una saggezza di tipo tradizionale[10], in cui rientrano le antiche concezioni mitiche e religiose ma nello stesso tempo rinnovate e rivitalizzante dal razionalismo della filosofia  e della logografia ionica[11]. Il manifesto del pensiero politico di Pitagora è espresso nei suoi discorsi[12] contenenti un doppio motivo di propaganda[13]: la rivalorizzazione delle tradizioni poliadi e l’esaltazione della saggezza. In primis il filosofo proponeva il recupero dei modelli sociali rappresentati dell’identità culturale crotoniate: Herakles, fondatore dei giochi Olimpici, Hera cui si rivolge il culto delle matrone, Apollo Pizio divinità tutelare dei giovani e della città, fondata sotto i suoi responsi. In secondo luogo l’esaltazione della saggezza comportava una presa di distanza rispetto agli eccessi[14], un invito alla moderazione dei bisogni e dei consumi che guidava la comunità ad accostarsi ad uno stile di vita dorico e in particolar modo spartano[15]. Questo stile di vita era finalizzato ad avvicinare il ceto medio a quello nobile: moderando i consumi si sarebbe moderato lo sfruttamento condotto dagli aristocratici sui ceti medi e il rifiuto del lusso avrebbe avvicinato i primi ai secondi[16].

Tutto ciò ebbe una serie di importanti ripercussioni nei diversi ambiti della vita cittadina: in campo militare si superavano le condizioni di combattimento agonale ed eroico a favore delle tecniche oplitiche con uomini inseriti in ranghi serrati, il cui armamento erano in grado di fornire anche le classi medie[17]; in ambito politico si realizzarono le basi per un consolidamento della comunità e la lotta al lusso e agli eccessi risvegliò l’orgoglio crotoniate anti-sibarita[18]. Catarsi ed instillazione del sentimento comunitario sono le due azioni che precludono alla successiva formazione sapienziale nella metodologia educativa del maestro.

Pitagora trovò in Kroton un terreno fertile: dopo aver parlato agli anziani essi gli chiesero di tenere discorsi al popolo e ai giovani, ragionamenti che trovarono subito grandi proseliti fra i cittadini, i quali videro in Pitagora la possibilità di riscatto all’insoddisfazione maturata dopo la sconfitta della Sagra[19].

Nasce in Crotone una scuola finalizzata a creare membri di una classe aristocratica di illuminati, in grado di giudicare gli eventi e di intraprendere i giusti provvedimenti in virtù della saggezza innovazioni teologichedivina che viene loro inculcata dagli insegnamenti del maestro[20].

I membri della scuola erano suddivisi in due schiere: i matematici e gli acusmatici[21]. I primi erano coloro che venivano considerati illuminati sulla via del sapere per aver sperimentato in prima persona ciò che c’è da insegnare, i secondi erano gli uditori che dovevano apprendere e non avevano diritto di parola nei consessi e nelle assemblee della schola[22], addirittura non potevano neanche vedere il maestro mentre spiegava nella tenda della sua scuola, ma silenziosamente dovevano ascoltarlo da fuori. Numerose prove erano finalizzate a selezionare e forgiare individui che incarnassero virtù supreme per essere i nuovi pilastri della società crotoniate.

Ma l’idea di Pitagora non si fermava alla creazione di una piccola isola felice composta da uomini virtuosi guidati da sapienti illuminati: egli per primo concepì una fratellanza non solo tra uomini ma tra città di un’unica realtà territoriale, egli per primo pensò l’Italia ed i suoi discepoli si armarono di una suprema volontà che li condusse al controllo della Magna Grecia: la lega Italiota era uno stato pitagorico, dalle leggi al calendario solare, dalla pietà per gli dei alla guerra per la diffusione di una nuova luce antesignana dell’ideale ellenistico alessandrino di ben tre secoli, una prima Italia sociale che verrà poi disgregata dalla reazione della borghesia crotoniate avente come massimo esponente quel Cilone, allontanato dalla schola per il suo carattere prepotente ed arrogante, che fu la miccia che scatenò la violenza strumentalizzata dai faziosi possidenti terrieri che ambivano alla creazione di latifondi a discapito dei piccoli possessori.

Per i pitagorici l’aristocrazia maschile non deve decadere moralmente con la ricerca forsennata dell’accumulo di beni, bensì le si propone di incarnare il nuovo modello di saggezza e tradizione proposto da Pitagora; i nobili crotoniati acquisiscono questo modello archetipale e  l’aristocrazia femminile fa altrettanto in funzione al ruolo della donna nella famiglia Crotoniate, cominciando così a seguire i riti presso gli altari[23] spogliandosi delle vesti più preziose: le donazioni al tempio per liberarsi dalla schiavitù del lusso divengono proverbiali e l’assunzione di uno stile di vita morigerato fondato sull’equilibrio, estratto dal modello sociale che viene loro insegnato nella scuola pitagorica femminile[24], diventa un cardine esemplare. Questa struttura fu organizzata in prossimità del tempio di Hera Lacinia[25]: in ciò appare chiara la volontà di recuperare il modello sociale rappresentato dalla dea Hera, moglie ideale poiché sposa di Zeus[26].  Secondo la dottrina pitagorica la donna aveva il suo riferimento cosmico nella Luna, e con questo astro era in stretta connessione, tanto che una donna spiritualmente sana era considerata quella che avesse un ciclo regolare come quello della Luna stessa. La scuola pitagorica femminile si sviluppò in contemporanea a quella maschile ed organizzata similmente con tanto di donne matematiche e donne acusmatiche.

In sintesi la dottrina politica della scuola pitagorica può riassumersi nell’intento di formare uomini spiritualmente sensibili, che abbiano abbattuto passioni e interessi, per partecipare alla creazione di uno stato giusto guidato da individui illuminati per il benessere di tutti nel pieno equilibrio delle parti sociali, il tutto in una unità sociale che superasse la polis e creasse, per la prima volta, uno stato nazionale.

NOTE:

[1]              MELE 1992, pag. 22.

[2]              Ovidio Metamorphoseon, XV, 61. Porfirio nella Puqagorou bioj, 9 inquadra la fuga di Pitagora da Samo intorno ai suoi 40 anni d’età, poiché vide che la tirannide di Policrate diventava un governo assoluto insopportabile per un uomo libero.

[3]              MELE 1992, pag. 22.

[4]              ibid.

[5]              ibid.

[6]              MELE 1992, pagg. 22, 23.

[7]              MELE 1992, pag. 23.

[8]              ibid.

[9]              ibid. L’antagonista Sibari, invece, traeva ricchezza dallo sfruttamento delle risorse del territorio, ciò comporta che l’aristocrazia viveva sul lavoro degli schiavi e dei componenti delle classi più povere.

[10]             MELE 1992, pag. 23.

[11]             MELE 1992, pag. 23.

[12]             I discorsi di Pitagora vengono riportati da fonti autorevoli e a lui contemporanee: Antistene, Dicearco, Timeo.

[13]             MELE 1992, pag. 23.

[14]             ibid.

[15]             ibid.

[16]             ibid.

[17]             MELE 1992, pagg. 23, 24.

[18]             MELE 1992, pag. 23. Orgoglio antisibarita che trovava fondamento nell’identificazione di Sibari con lo stile di vita molle e lussuoso.

[19]             MELE 1992, pag. 23.

[20]             BARBERA 2006, pag. 12.

[21]             BARBERA 2006, pag. 33.

[22]             BARBERA 2006, pag. 12.

[23]             MELE 1992, pagg. 20 e ss.

[24]             BARBERA 2006, pagg. 12 e ss.

[25]             ibid.

[26]             ibid.

ESTRATTO DA “Nascita del pitagorismo nell’antica Kroton”, di Giuseppe Barbera.
https://play.google.com/store/books/details/Giuseppe_Barbera_Nascita_del_Pitagorismo_nell_anti?id=AC7jAgAAQBAJ