di Giuseppe Barbera

La città sacra dell’occidente è Roma: fondata da Romolo, figlio del Dio Marte e della vergine vestale Rea Silvia, nell’anno primo della civiltà romana, ossia 2779 anni fa.
Roma è il riflesso speculare della parola Amor, che in latino significa amore. Vuole essere la città che riflette in terra l’Amore celeste, l’Amore di Giove, dio della legge e della giustizia, che si esplica con la grande invenzione romana: il diritto.
Se un tempo esistevano le leggi, per regolare comportamenti e funzioni, doveri di ognuno, con Roma giunge il diritto: a Roma ognuno ha il diritto di migliorare la propria condizione in cambio dell’impegno per una società nuova e giusta.
Roma irrompe nella storia, spezzando gli schemi pre-esistenti, imponendo la visione di una nuova società fondata sull’Amor e sulla meritocrazia. Il legante per tenerla in vita è il patto.
Romolo ottiene da Alba Longa la legittimità a fondare una città in prossimità dei sette colli, ciò gli dà il diritto di gestire il mercato che si sviluppa in prossimità dell’isola Tiberina, sulla sponda orientale del fiume Tevere. Questo fa scaturire la rabbia di tutti i popoli limitrofi che puntavano al controllo di quel mercato così ricco e fiorente: infatti è in quel crocevia che giungono etruschi con i loro gioielli, greci con le loro ceramiche e con anfore d’olio e di vino, sabini con il sale, latini con carni e formaggi. Per primi a Roma si opposero i sabini, ma Romolo seppe coinvolgerli nel proprio progetto, facendo subito comprendere al mondo che non puntava al potere, ma alla diffusione di un nuovo ideale di vita, di un nuovo modo di procedere. Quelle bande di giovani scalmanati al seguito di Romolo, riportato l’ordine politico ad Alba Longa, ottenuto il consenso ad essere una “entità”, si sentirono subito “riscattati” e trovarono il coraggio di chiedere ai genitori le mani delle ragazze che frequentavano, ma loro, tutti sabini, si opposero. Fu così che i romani organizzarono la prima ed unica fuga d’amore collettiva della storia: il ratto delle sabine. In quell’occasione Romolo ribadì il suo ideale: non trattate le donne allo stesso modo di come le trattano gli altri, ma abbiatene il massimo rispetto, nessuno le maltratti o le violi se non disponibili. Ad un simile atteggiamento nessuna donna dell’epoca era abituata, e quando i sabini vennero a reclamare le figlie, pattuirono con Romolo che sarebbero potute rientrare dai genitori tutte quelle che avrebbero voluto: nessuna tornò alla famiglia d’origine, ma tutte rimasero con i nuovi mariti.
La società romana si fondava su di un fuoco nuovo, differente: il fuoco dell’amore e del rispetto reciproco. Per primo era l’amore coniugale, quello di Marte che s’innamora della vergine vestale, l’ideale della lotta e della purezza. Nessuno veniva più legato al patto per imposizione, ma su libera scelta. Ogni uomo che voleva, poteva aderire alla nuova società romana: era sufficiente il patto di fede a Roma. Innovativo l’istituto dell’asilo, suggerito a Romolo dall’oracolo di Delphi (anche il santuario del Dio Apollo riconobbe la legittimità sacra di Roma): chiunque avesse aderito alla nuova società, avrebbe visto annullare le colpe e le condanne per cui era perseguitato altrove, in cambio dell’impegno per un nuovo mondo.
Ma come era possibile, in un mondo oramai pluristrutturato e pluristratificato da poteri secolarizzati, riuscire a ricavare non solo uno spazio per sé, ma persino diffondere la propria visione ed ampliare il proprio territorio? Romolo impostò tutto sull’incarnare il mos maiorum, il costume, il comportamento dei “maggiori”, ossia dei migliori o dei più antichi. Questo corpo di valori da incarnare si fondava su cinque pilastri fondamentali: Pietas, Fides, Virtus, Majestas, Gravitas.
Pietas era il doverso sentimento di amore e rispetto reciproco che dovevano coltivare tra loro i coniugi. Questo sentimento così forte, in origine reputato come la via spirituale dei latini, veniva poi ad ampliarsi verso i familiari, gli Dei e la comunità patria.
Fides era il sentimento della fiducia, il romano considerava un suo onore il meritare fiducia, quindi si impegnava per raggiungere tale obiettivo. Contemporaneamente fides indicava anche la forza del mantere fede agli impegni presi, dunque il rispetto assoluto della parola data. Nel valore della fides rientra anche il dar fiducia alla prima occasione, perdonare l’eventuale errore e dare sempre una seconda occasione, ma tertium non datur, ossia una terza occasione non veniva data perché si considerava il perseverare nell’errore una volontà negativa, da tenere lontana da sé.
Virtus, virtù. Comportarsi in maniera virtuosa, ossia nel rispetto dei valori generali. Essere onesti, leali, coraggiosi, equanimi, contenuti ecc. Tutti questi valori virtuosi dovevano essere perseguiti dai cittadini romani, affinchè ne emergesse una intera società virtuosa, che fosse un esempio nuovo e dirompente nella storia del mondo.
Majestas. La maestà, ossia il comportamento regale. Nell’antica Roma, già all’epoca di Romolo, il popolo ed il senato avevano dei poteri, come l’elezione del re, e chiunque, all’improvviso, romano e non, poteva essere scelto come re. Inoltre ogni cittadino poteva essere insignito di ruoli pubblici importanti, giuridici, sacerdotali e politici, dunque era compito di ognuno coltivare la dignità morale con cui accostarsi a tali incarichi. Nell’epoca repubblicana ogni cittadino partecipa non solo alla votazione di rappresentanti del popolo, ma anche ad atti giuridici (come la votazione per l’assoluzione di un condannato) e legislativi (i comizi popolari potevano proporre ed approvare nuove leggi). Quindi il cittadino romano doveva comportarsi come un sovrano, perché di fatto condivideva il potere con tutti gli altri cittadini.
Gravitas è il peso delle proprie azioni e parole. E’ l’invito a comportarsi in maniera seria, a non parlare a vanvera, ad esprimersi esclusivamente per dire cose importanti e non di poco conto, così come l’impegnarsi a compiere azioni rilevanti e non ingenue.
Questo corpo di valori consentiva ai romani di avere riferimenti fondamentali per assumere un comportamento impeccabile ed esemplare ma soprattutto permetteva di avere una società sana, fondata su valori che ne erano i pilastri etici che la rendevano credibile, affidabile, un riferimento tale che ancora oggi il mito di Roma e delle sue istituzioni è intramontabile. Oggigiorno, nella crisi morale che sta attraversando la nostra società, fare riferimento ai valori del mos maiorum, ovvero al sacro fuoco ideologico di Roma, non è sbagliato, ma anzi è l’azione risolutiva a questa crisi, perché se ogni cittadino incarnasse questi comportamenti, finalmente torneremmo ad avere una società di adulti, una società matura, corretta e funzionante.
Eventi culturali come la riaccensione del Sacro Fuoco di Roma presso la casa delle Vestali, nel foro della città antica a cura del Gruppo Storico Romano, sono spettacoli importanti, che vogliono celebrare quei valori sani che emerso secoli addietro e che, oggi, potrebbero essere il momento di un risveglio di presa di coscienza culturale collettiva, utile a ristabilizzare una società in cambiamento, in movimento ma ancora in crisi con se stessa.
Che il sacro fuoco di Roma illumini tutti noi, ad maiora semper.