ORAZIO COCLITE, MUZIO SCEVOLA E CLELIA

di K. Monterosso

“Et facere et pati fortia romanum est.”

Operare e patire da forti è da romano

  • Tito Livio

Nella Roma antica il saper soffrire e morire per la Patria, con Pietas, era il valore massimo che un uomo potesse avere.

La storia di queste tre figure eroiche, si colloca nel VI secolo a.e.v.  tra la fine dell’età regia e l’avvento della repubblica.

Tarquinio il Superbo era stato da poco cacciato dalla rivoluzione del popolo per abusi di potere, violenze e cattiva amministrazione. Esiliato chiese appoggio a Porsenna, Lucumone di Chiusi, che intervenne marciando verso Roma.

Giunto alle porte della città eterna, probabilmente con un’armata di suoi alleati etruschi, composta da numerosissimi uomini ben armati, si accampò sul Gianicolo. Per entrare in Roma era necessario attraversare il fiume Tevere sopra l’unico ponte che i romani avevano costruito: il ponte oggi noto col nome di Sublicio (all’epoca ancora in legno), che si dimostrava essere una breccia pericolosissima. Gli uomini di Porsenna già stavano per attraversarlo, quando tra le fila romane si fece avanti un giovane di titanica forza e sconfinata temerarietà: il suo nome era Orazio Coclite. Egli dopo aver fermato i compagni che si stavano dando alla fuga, presi dal panico, li esortò a riarmarsi e distruggere il ponte con ogni mezzo possibile, compreso il fuoco, mentre egli avrebbe retto l’urto dei nemici. Ottenuto ciò che voleva, si parò da solo contro i migliaia di soldati etruschi che rimasero sbalorditi dall’enorme coraggio del romano, il quale, armi alla mano, si scagliò furibondo all’assalto riuscendo a tener testa all’intero esercito nemico e impedendone il passaggio. Nel frattempo i Romani, dietro di lui, abbatterono il ponte con grandi colpi di scure. All’improvviso si udì uno schianto di assi e di travi spezzate: il ponte crollò, trascinando con sé Orazio ed alcuni soldati etruschi. Il Romano era un buon nuotatore e riuscì a porsi in salvo, raggiungendo le rive di Roma salvata.

Porsenna però non si ritirò e pose assedio alla città, con la speranza che i Romani si arrendessero vinti dalla fame.

Non passò molto tempo per riscontrare nella città laziale gli effetti dell’assedio, ma proprio mentre risorse e viveri stavano per finire, condannando il popolo a morte certa, un gruppo di giovani aristocratici romani pensò di risolvere la questione tentando un’impresa temeraria:  uccidere Re Porsenna.

I giovani tirarono a sorte e toccò a Caio Muzio, che presentandosi al Senato, chiese l’autorizzazione ad oltrepassare il Tevere da solo e senza visibili drappelli, per perseguire l’arduo tentativo. Egli ottenne il consenso e dunque, vestitosi da guerriero etrusco, partì con un pugnale nascosto e s’infiltrò nell’accampamento nemico. Arrivato in prossimità del seggio reale, si trovò immerso in una fitta folla, poiché in quel momento si stava distribuendo la paga ai soldati, con Re Porsenna seduto su di un palco con accanto il suo scrivano. Questi ultimi due avevano vestiti molto simili e lo scrivano, che aveva un gran da farsi, si trovava ad avere tutti i soldati che si rivolgevano ad esso; il romano fraintese le figure ed uccise l’uomo sbagliato, trovandosi subito accerchiato dai soldati etruschi e condotto d’innanzi al vero Porsenna che lo intimò di dire chi fosse, allorchè il giovane patrizio rispose: “Sono un cittadino romano, mi chiamo Gaio Muzio. ho voluto uccidere un nemico e nemmeno di fronte alla morte ho meno coraggio di quanto ne ho avuto per uccidere; agire e soffrire da forti è proprio dei Romani. Nè sono io solo a nutrire contro di te tali propositi: dietro di me c’è una lunga fila di giovani reclamanti lo stesso onore. Preparati dunque a questa prova, se ti piace, a lottare in ogni istante della tua vita, a trovarti sempre un pugnale e un nemico nel vestibolo della tua reggia. Questa è la guerra che noi, gioventù romana, ti dichiariamo. Non avrai a temere alcun esercito, alcuna battaglia; ma dovrai vedertela da solo contro ognuno di noi!”.

A quel punto vide poco distante un braciere per sacrifici e continuò:

“Punisco la mia mano perché ha sbagliato”

E dopo aver pronunziato tali parole, pose la propaggine dell’arto destro nel fuoco, lasciandola carbonizzare e rimanendo con fermezza, impassibile al dolore, concluse:

“Guarda come un uomo considera il proprio corpo quando ama la propria Patria”.

Il Re rimase talmente esterrefatto dinnanzi alla grandezza di tale atteggiamento e così impressionato, che diede l’ordine di liberare il giovane, il quale tornò a Roma, dove fu poi soprannominato Scevola, ovvero mancino.

Porsenna iniziò ad avere forti paure nel vedere la forza di un popolo che con un solo uomo fermò il suo esercito sul ponte Sublicio e con ardito eroismo era disposto impunemente a qualsiasi sacrificio pur di salvare la propria libertà, così, volendo preservare la propria vita, decise di intavolare coi romani trattative di pace.

Come parte del trattato di pace, che pose fine alla guerra tra Roma e Clusium, Lars Porsenna ottenne terre e ostaggi del patriziato, tra cui la giovane Clelia della Gens patrizia Cloelia. La ragazza, da indomita ed orgogliosa romana, non accettava di piegarsi al dominio di un nemico, così, una volta portata all’accampamento del Lucumone, non distante dalle sponde del Tevere, aspettò la notte e prendendo in mano la situazione spronò altre otto fanciulle a non piegarsi al giogo dello straniero, incarnando quell’ideale per il quale i loro stessi uomini si erano dimostrati disposti a tutto. Elle in quanto figlie di Roma, non sarebbero dovute esser da meno, decisero così di sfidare coraggiosamente la sorte ed eludere le sentinelle di guardia tornando alla madre patria. Fu così che queste 9 romane fuggirono arrivando sino alle gelate sponde del Tevere, ma durante il tragitto furono scoperte e bersagliate dalle frecce avversarie. L’unico ponte che portava all’urbe, era stato distrutto durante la battaglia con Orazio Coclite, ma piuttosto che la resa, le ragazze si gettarono tra le impetuose acque del sacro fiume sotto una pioggia di dardi. L’eroismo fu ripagato con la riuscita dell’impresa. Giunte all’altra sponda furono accolte dai romani che nel frattempo s’erano armati pensando di essere sotto attacco, ed invece rimasero stupiti nel vedere le giovani donne emergere dall’onde. Clelia ricongiunse le compagne alle proprie famiglie, ma una volta d’innanzi al Senato, lo Stato romano prese la decisione di persistere saldi i virtuosismi propri del sangue dei loro padri, mantenendo fede alla parola data e riconsegnando le 9 fanciulle a Re Porsenna, che una volta ricongiuntosi tra le tende dei propri soldati ordinò che le romane venissero portate al proprio cospetto chiedendo chi fosse stato l’artefice della fuga. Clelia avanzò verso il Re, tenendo fisso lo sguardo con colui che avrebbe potuto condannarla a morte, ammettendo con baldanza la propria colpa e dicendo che da romana non si sarebbe mai chinata a un nemico e che sarebbe stata disposta a riscappare. Porsenna si ritrovò di nuovo d’innanzi all’orgoglio e la fierezza della stirpe romana.

Il Lucumone, già colpito dalla lealtà dei romani ed estasiato dall’arditezza persino delle loro donne, preferì alla fine l’amicizia dei Romani piuttosto che ostinarsi a dare appoggio alla causa del Re spodestato Tarquinio il Superbo, così decise di restituire gli ostaggi e le terre per avere una pace ancora più duratura.

Per le sue gesta vennero tributati a Clelia molti onori e nel foro venne innalzata una statua equestre dell’eroina, ancora visibile nella tarda Repubblica.

Catone il Censore

CATONE IL CENSORE – “IL PRIMO TRA I PRIMI”

di K. Monterosso

 

 

Io preferisco gareggiare in Virtù con i più virtuosi piuttosto che con i ricchi in ricchezza o con gli avidi in avidità”.

Catone

Spesso, presi dalle persuasioni più o meno futili dei tempi attuali, ci si dimentica dell’immensa virtù di quegli illustri uomini della nostra stirpe che, secoli fa, abitarono il suolo italico. Qualora qualcuno si chiedesse se questa dimenticanza risulti essere un danno, bisognerebbe rispondere prontamente di “sì”. Sì, perché i motivi della decadenza e dello smarrimento della civiltà ultima impongo all’uomo contemporaneo un denudarsi della propria identità. Questi uomini esemplari del passato, i quali ebbero limpidi nel proprio spirito valori ed etiche, fedelmente esprimenti un’epoca fondata sull’eroismo e sulla luminosità olimpica, oggi possono giungere a noi come una sorta di mito, un sublime stile a cui ispirarsi per poi orientare sia i movimenti del proprio animo, sia l’azione volta ad attuare cambiamenti esteriori.

Tra i grandi uomini della stirpe romana, che possiedono l’assoluto diritto di essere elevati ad emblema e pura espressione della civiltà e della virtù, vi è sicuramente Marco Porcio Catone detto il Censore. Un uomo integralmente e gravosamente romano. Elogiato da grandi letterati e filosofi come Cicerone, che lo definì “l’ultimo vero romano”, o Plinio il Vecchio che di lui disse: “non fu secondo a nessuno”; persino i successivi autori cristiani come sant’Ambrogio e sant’Agostino, che certo non risparmiavano critiche al mondo pagano, elogiarono la sua dirittura morale e la sua perfetta coerenza. Ai nostri giorni di Catone rimane ancora lo spettro del “censore”, colui che battagliò strenuamente, affinché il suo popolo non perdesse la sua identità contro i costumi degenerati che in quell’epoca sembravano poter corrompere il puro spirito e la moralità dei figli di Roma.

È bene evidenziare che è proprio per questo ultimo punto che Catone deve essere preso da esempio da chi voglia “censurare” la decadenza e l’assenza di valori veri, propria del nostro tempo. Per l’appunto si dovrebbe ritenere la vita di Catone come fonte di importanti spunti, i quali non devono fermarsi al mero interesse retrospettivo; piuttosto lo studio della vita di questo grande Romano dovrebbe mostrarsi utile a coloro che intendessero trovare un saldo punto di riferimento, per l’analisi ed il giudizio dei numerosi aspetti della decadenza che caratterizza la modernità.

LA VITA IN BREVE

Marco Porcio Catone nacque da una famiglia plebea a Tuscolo, un piccolo villaggio vicino Roma, nel 234 a.e.v.[1] il giovane Catone venne forgiato dal duro, umile e tenace lavoro dei campi; situazione che gli conferirà l’amore per la propria terra, il valore della semplicità, della parsimonia e l’ostinazione tipica del contadino. Passò la sua giovinezza nella solitudine agreste, poichè che la sua casa era situata in un luogo abbastanza desolato. Tuttavia non mancò di distrarsi con le letture sulle grandi imprese degli eroi romani, come Quinzio Cincinnato, Furio Camillo, Curio Dentato e Fabio Massimo, dimostrando così di non essere un semplice uomo rude; anzi egli sentì di possedere un’affinità interiore con i nobili valori della romanità. Non tardarono le prime esperienze militari, durante la seconda guerra punica, che ebbero il pregio sia di toglierlo dal suo isolamento nei campi, sia di forgiarsi – ulteriormente – nei rischi del combattimento (dove dimostrò coraggio e capacità di comando). Così, nel periodo della sua giovinezza, si identificò con il modello dell’uomo romano nella sua forma più originaria, ovvero con il contadino forgiato dal sudore del duro lavoro nei campi e con il guerriero guidato dai valori eroico-aristocratici.

Marco Porcio Catone non mancò di farsi notare dal patrizio Valerio Flacco, il quale diede a quel giovane contadino la spinta necessaria per incunearsi nella vita politica di Roma. Catone iniziò il suo cursus honorum nel 204 a.e.v. come questore in Sicilia, nel 199 a.e.v. venne eletto edile e successivamente pretore in Sardegna, infine nel 196 a.e.v., a 38 anni, venne eletto alla massima carica della Repubblica: console. In questa carriera folgorante, Catone non mancò di ingraziarsi l’appoggio delle classi aristocratiche conservatrici romane, dato che in quegli anni di attività politica si espresse severamente a favore della vita austera e modesta e alla difesa del mos maiorum, dunque contro gli arricchimenti, la lussuria e i dispotismi. Sua è la citazione “i ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”, la quale dimostra quanto si accanì contro le ingiustizie e la corruzione della politica romana.
Combatté ancora durante la seconda guerra punica, in Spagna ed in Grecia, distinguendosi per abilità, virtù, doti organizzative e di comando. Nel 193 a.e.v. sposò Licinia Terzia, un’aristocratica con la quale diede vita alla sua virtuosa famiglia.

Catone fu anche un ottimo avvocato, uno scrittore originale ed uno stimatissimo oratore.
Nel 184 a.e.v. si svolsero le elezioni per il rinnovo dei censori: in quell’anno, dopo una dura battaglia elettorale Catone venne nominato censore, coronando così il suo cursus honorum. Egli onorò la sua nuova carica con zelo, autorità, intransigenza e dirittura morale, scagliandosi contro la decadenza dilagante, tanto da passare alla storia con il soprannome di “Censore”, “il Censore” per antonomasia.

CATONE COME PATER

Procedendo ad analizzare gli aspetti particolari della vita e della visione di Marco Porcio Catone, è possibile notare come egli – agricoltore, uomo politico e militare – si vantò di essere soprattutto padre. Catone considerò la familia quale cellula base della comunità romana, e non tardò quindi a sposarsi con Licinia Terzia dalla quale ebbe due figli. Il Censore trattò tutti i suoi familiari con bontà e dolcezza, considerandoli cose sacre, ma non risparmiò per questo ai suoi figli un’educazione severa, finalizzata a forgiare i futuri romani in grado di sopportare tutto pur di conseguire una vita virtuosa e devota a Roma. Perciò si impegnò ad insegnare ai figli ad andare a cavallo, a maneggiare la spada, a sopportare le intemperie, la fatica, ma anche a conoscere la legge, la storia e le gesta degli eroi romani (scrisse appositamente per loro anche un libro – tra i suoi tanti – intitolato Origines, nel quale illustrò le imprese degli avi). Non mancò neppure di dimostrare in famiglia un pudore fortissimo, e pretese il massimo rispetto sia dalla moglie che dai figli, in quanto, secondo la Tradizione, nelle famiglie romane a detenere una superiore dignitas fu sempre il padre.

VISIONE CATONIANA DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO

“Fra i contadini si formano uomini di fortissima tempra e soldati valorosissimi; e dall’agricoltura consegue il profitto più onesto, più stabile, meno sospetto: chi è occupato in quell’attività non nutre pensieri malevoli”.

Catone, De Agricoltura

La parola “economia” (letteralmente dal greco “casa” e “amministrazione”) dovrebbe subito far pensare ad un’amministrazione e gestione della casa in un tocco rudimentale e semplicistico. È solo con la moderna accezione che l’economia, contemporanea figlia dell’espansione dei commerci, delle rivoluzioni industriali, delle multinazionali fino ai capitali virtuali, è divenuta qualcosa di incomprensibile ai più per via di astratti processi e formule: un concetto talmente mutato che verrebbe da chiedersi cosa effettivamente c’entri con quel significato grossolano e primitivo che l’etimologia assolve. Per rispondere è necessario rivolgere lo sguardo alle concezioni del lavoro e dell’economia nell’antichità: si noterà che queste furono nettamente contrarie alle disposizioni oggi dominanti.

La romanità non era caratterizzata dall’ottica dell’investimento, del guadagno, del produrre sempre in maggiori quantità, piuttosto, fu caratteristica la frugalità, la moderazione negli acquisti, fino ad arrivare alla parsimonia. L’idea principale che si ebbe del lavoro, fu quella di concepire la propria professione non come un incatenamento o un impegno totalizzante (come, invece, spesso oggi avviene, confondendo la persona con la sua professione), il lavoro fu sentito, piuttosto, come una mera attività con il fine esclusivo del soddisfare le esigenze basilari, quindi senza smarrire la propria dimensione esistenziale rincorrendo ad un sempre maggiore guadagno o crescita: per dirla con un termine economico, senza ricercare un “surplus” nella produzione.
Il tempo che non veniva speso in cerca di arricchimenti, era utilizzato per l’otium, ovvero per esercitare le attività politiche, culturali e spirituali di edificazione della persona. Concezione pienamente vissuta dal Censore.

In particolare Catone vide il mestiere dell’agricoltore come superiore a tutti gli altri, in quanto la cura assidua dei campi, a suo giudizio, era capace di forgiare cittadini romani tenaci e prodi soldati. Egli considerò che l’attività del contadino fosse in grado di dare sicurezza economica e una vita stabile, improntata alla sobrietà ed all’autosufficienza. Ogni guadagno derivante dall’attività agricola doveva essere onesto e conseguito nel rispetto del mos maiorum.

Un’altra ragione per la quale Catone considerò l’agricoltura attività eccelsa, va individuata nell’importanza che, sin dai primordi, caratterizzò il rapporto tra i Romani e la terra.
Tuttavia dopo le guerre vittoriose del II secolo a.e.v. iniziò la diffusione inarrestabile delle attività di tipo commerciale. Ciò ebbe a Roma l’aspetto di una rivoluzione dei valori, in quanto l’intensa attività commerciale comportò l’apertura verso altri mondi, lo scambio assiduo di merci e tanto altro (una sorta di globalizzazione ante-litteram): tali cose che non piacquero a Catone, data la sua diffidenza nei confronti del cambiamento e dell’apertura verso l’esterno. Il commercio, secondo il Censore, non era particolarmente adatto a garantire l’onesto guadagno, in quanto l’attività commerciale si basava più sulla furbizia e sull’abilità seduttiva, anziché sul duro e semplice lavoro del contadino.

Le cose peggiorarono ulteriormente con la veloce diffusione dell’usura, pratica contro la quale Catone si scagliò vivacemente poiché anch’essa non genera un onesto e sofferto guadagno, anzi tutt’altro: alla domanda su cosa ne pensasse dell’usura, il Censore replicò “e tu cosa ne pensi dell’uccidere un uomo?”. In varie arringhe, Catone, si sforzò di dimostrare la dannosità dell’usura, come quando ribadì che le leggi di Roma condannavano “un ladro al pagamento del doppio e l’usuraio al pagamento del quadruplo”. Chiara fu, dunque, la sua condanna morale di quello che oggi in economia viene disinvoltamente chiamato “interesse”, ma che invece bisognerebbe chiamare “usura”.

Nonostante l’azione di Catone e dei suoi seguaci, Roma andò sempre di più arricchendosi anche e soprattutto attraverso le nuove pratiche commerciali e usuraie, che suscitarono il malcontento della popolazione più povera, favorirono la classe dei mercanti – la quale, come la storia ha spesso dimostrato, possiede una scarsa affinità con i principi ed i valori che caratterizzano una società tradizionale – e indussero l’aristocrazia a smarrirsi nei lussi e nei piaceri. Catone volle invece dimostrare coerenza all’Urbe e marciò contro corrente, sforzandosi di disprezzare i guadagni facili, le vesti sgargianti, le case lussuose, i cibi raffinati e i vizi sovversivi, preferendo condurre una vita umile e austera, faticosa ma saldamente ancorata alla fedeltà nei principi morali della Roma delle origini.

LE BATTAGLIE E I PRINCIPI CONTRO LA DECADENZA MORALE

Catone visse in un periodo molto turbolento della storia di Roma: il tempo delle guerre puniche. Sebbene in queste dure prove la grandezza interiore del popolo romano dimostrò di raggiungere il proprio apice, di lì a poco Roma cominciò ad essere una città aperta a nuovi costumi, diametralmente opposti al suo stile di vita originario; ovvero la forza morale, base dell’ideale politico dell’Imperium – che sottomise il materialismo ed il sensualismo orientali – andò scemando lasciando spazio nell’Urbe proprio ai quei caratteri licenziosi delle popolazioni dominate.
In particolare gli influssi del decadente mondo greco – ormai lontano dall’armonia e dalla misura “apollinea”, nonché dall’austerità spartana – si rivelarono causa di vizi e di corruzione.
Catone riconobbe il pericolo derivante dall’apertura ai nuovi costumi, il grave rischio che l’identità romana potesse perdere la sua originalità e scadere, per esempio, nell’individualismo, contrario al forte senso della comunità ed alla lealtà allo Stato; temette pure l’importazione di pratiche licenziose tipiche del mondo orientale.

Furono invece favorevoli alla visione di una Roma più aperta al mondo: Scipione l’Africano e la sua ricca e potente famiglia. La visione degli Scipioni fu rivolta all’espansione della pratica del commercio, fino a quel momento ritenuta dai romani un’attività poco onesta ed in contrasto con l’edificante e autarchico lavoro dei campi.

Scipione volle pure una Roma meno radicata nel passato e disposta ad essere influenzata da nuove idee e dai costumi provenienti dall’Oriente. Due visioni opposte, dunque, quella del Censore e quella dell’Africano. Scontrarsi con la prestigiosa famiglia degli Scipioni, costò a Catone la progressiva perdita dei privilegi. Anche il consenso popolare ne risentì, poiché l’agio ed il lusso conseguenti alle grandi conquiste, cominciarono ad influenzare anche gli strati della popolazioni fino ad allora esclusi da un certo tenore di vita.

L’aristocrazia, che inizialmente appoggiò il Censore, finì con l’abbandonare Catone insieme alle antipatie nei confronti dell’ellenismo decadente e delle culture esotiche. C’è da osservare, inoltre, che Catone suscitò il malcontento dei patrizi poiché si batteva contro i loro privilegi; ciò non perché  fosse a favore di una società egualitaria, ma perché desiderava restituire la giusta dignità al popolo contro la corruzione economica e morale del patriziato.

 

Catone morì nel 149 a.e.v. in solitudine ed impotente di fronte alla sua Roma che si stava dando ai vizi. Egli tuttavia rimase coerente con i suoi principi sino alla morte.

Nonostante la dura opposizione di Catone, in quel periodo Roma si volse verso il “nuovo” – lo straniero, il progresso – in un processo che evidentemente fu quasi inarrestabile. In particolare, dopo la vittoria su Antioco III, vi fu nell’Urbe un massiccio afflusso di poeti, cuochi, intellettuali, musici, prostitute, i quali portarono ad una diffusione di idee inedite, nuovi culti e licenze.
Invase Roma uno spirito “dionisiaco” e asiatico, caratterizzato dall’amore per il confuso, per l’informe, per la promiscuità dei sessi e delle classi sociali, per l’illimitato ed il piacere edonistico. La missione metastorica di Roma fu l’affermazione dello spirito sano che ne informava la società, tuttavia, nel periodo catoniano, si vide il popolo romano cedere a quei costumi che rappresentavano l’esatto opposto dell’austera romanità perseguita dal Censore.

Tra le conseguenze pratiche dello spirito nuovo che si diffuse tra i romani, vi furono: l’aumento dei divorzi, la pratica del celibato, il libertinaggio della gioventù, l’avidità dei guadagni, la diffusione dei culti orgiastici orientali, contro i quali venne emesso uno specifico emendamento da parte del Senato, finalizzato a ridurli. Catone sicuramente contribuì in modo eccelso ad arginare la decadenza della migliore romanità, ponendosi quale ostacolo tenacissimo ai moti sovversivi che gli si pararono innanzi.

CONCLUSIONE

Da questa sintesi della vita di Catone e delle sue principali battaglie, emerge la figura di un uomo che potremmo definire integro e “integrale”: Catone fu un capace combattente, un ottimo senatore, un severo magistrato, un erudito scrittore, un premuroso pater familias, un agricoltore, un sacerdote; riuscì a riassumere in sé, con la massima serietà ed applicazione, tutte quelle funzioni che un vero e nobile romano, radicato nel mos maiorum, doveva sforzarsi di incarnare. In particolare le virtù dell’agricoltore, il coraggio del combattente e lo zelo per l’attività politica.
Catone può essere considerato una personificazione del mos maiorum. Egli ebbe una spiccata sensibilità per la parsimonia, l’intolleranza verso la decadenza dei costumi, la vita fieramente austera che sola può conservare incontaminati quei valori dell’antica e migliore romanità. Valori che permisero al Censore di elevarsi al ruolo di difensore dello Stato e delle leggi sacre di Roma, fino agli ultimissimi giorni della sua vita quando, ormai ottantenne, emarginato ed incompreso dai più, si difese contro i giovani rampolli, figli della nuova cultura contaminata dagli influssi orientali, che nulla sapevano dell’autentica romanità.

La vicenda esistenziale di Catone mostra un uomo angustiato dal progresso incontenibile: nonostante la sua opposizione, la sua costante volontà di rettificare, la sua intolleranza e le sue azioni, egli non riuscì ad arrestare il nuovo e, con esso, la decadenza.
La lotta per ristabilire l’identità di Roma contro l’avanzata della decadente cultura tardo-ellenistica, la quale comportò conseguenze devastanti come il dilagare dell’usura, della corruzione, dell’incapacità di fare famiglia, (da cui i conseguenti divorzi volti a contrarre nuovi matrimoni per l’ascesa al potere), della decadente sessualità orientale (che voleva importare persino l’uso del “puer delicatus”, ossia la pedofilia) è da paragonare, in qualche modo, a quella speciale lotta oggi condotta dall’ “uomo differenziato” dei tempi ultimi. “Uomo differenziato” in quanto refrattario all’omologazione imposta dall’ideologia mondialista e ostinatamente attaccato ad una concezione tradizionale della vita. “Uomo differenziato” che si trova a dover fronteggiare tutte le insidie e le seduzioni suscitate dal dominio che la scienza, la tecnica e l’economia esercitano nel mondo moderno, un dominio che, di fatto, non tollera l’idea stessa di società tradizionale, imperniata sul concetto di Verità oggettiva radicata nel trascendente.

Dinnanzi a questa triste realtà, che vede avanzare ogni giorno di più il fronte della sovversione, è normale porsi la domanda se sia giusto o meno avversare e combattere ostinatamente l’incedere, apparentemente inarrestabile, del celebrato “progresso”, rischiando di vivere in una condizione di isolamento incompreso rispetto alla maggioranza dei connazionali. Il dubbio può essere risolto anche guardando all’esempio offerto da quel Romano, Marco Porcio Catone, che 2500 anni fa visse in una situazione simile a quella odierna. Egli, come sospeso fra due ere, scelse di combattere con una coerenza eroica, fino alla fine dei suoi giorni, per difendere la propria identità e i valori dei Padri, incurante delle avversità e degli antagonismi. La sua lotta non fu per nulla infruttuosa: un secolo e mezzo dopo di lui, l’idea del recupero dei valori delle origini riuscì a vincere nella figura di Augusto, il quale fondò il nuovo (l’impero), imperniandolo nei valori più arcaici dell’etica romana. Il classicismo di Catone si schierava contro un ellenismo decadente, che nulla aveva più a che fare con il grande ideale Alessandrino, così la rifondazione di Roma da parte di Augusto vede la rimonumentalizzazione del sepolcro di Romolo, volta a sancire l’ideale di ritorno alle origini, ulteriormente ribadito nell’arte dal nuovo classicismo augusteo.   Allo stesso modo, colui che oggi è desto dinnanzi alle rovine, deve concepire che una vita trascorsa nella coerenza dei principi, quand’anche procuri sofferenza e non faccia avvisare alcun bagliore di speranza, è infinitamente nobile, romana e degna di essere vissuta e, allo stesso modo dell’esempio catoniano, può essere seme destinato a fruttare nel secolo a venire.

[1] A.e.v. sta per avanti era volgare.