DEL RISPETTO DELLE DONNE PRESSO I ROMANI

Nella novella Roma il Re Romolo, figlio di Dio Marte, dovette procurar mogli ai suoi cittadini col noto inganno dei giochi in cui fu attuato il ratto delle Sabine.

Siamo portati a vedere questo come un atto violento ed ingiusto, ma il rispetto che Romolo volle per le donne fu tale che la sua azione prese una piega ben diversa.

Plutarco infatti commenta che “col conseguente onore, amore, e spirito di GIUSTIZIA con cui furono trattate le donne dimostrò che quell’atto di violenza e di sopraffazione fu un’impresa di grandissimo valore politico, mirante a promuovere un’unione fra i due popoli [sabini e romani]”. (vita di Romolo, 35(6), 2). “Del rispetto, dell’amicizia e della saldezza che egli impresse alle relazioni matrimoniali è testimone il tempo. Nel giro di 230 anni nè un uomo osò abbandonare l’unione con la moglie, nè una donna quella col marito” (vita di Romolo, 35(6),3-4). A guisa di ciò ricordiamo che i Romani avevano il divorzio nel loro diritto, e che questi tutelava sempre la donna, la quale poteva divorziare e tornare alla sua famiglia con tutta la sua dote, la quale non poteva essere  sperperata dal marito, bensì preservata e se possibile accresciuta. Dunque Plutarco sostiene che se le donne non usassero divorziare dai mariti è perchè queste si sentivano talmente rispettate, amate ed onorate che preferivano restare nella nuova casa piuttosto che tornare dai propri genitori (e non pensiate che non esistessero già all’epoca suocere che reclamavano il ritorno della figlia dopo il matrimonio!). D’altro canto gli stessi uomini evitavano di divorziare dalla donna per amore e rispetto nei suoi riguardi, nonostante di fanciulle in cerca di marito ve ne fossero tante, mentre gli uomini, falciati dalle perenni guerre, erano pochi.

Plutarco ci sottolinea che il primo divorzio fu richiesto 230 anni dopo il ratto delle Sabine: “tutti i Romani sanno che Spurio Carvilio fu il primo a ripudiare la moglie accusandola di sterilità.” (Plut., vita di Romolo, 35(6), 4).

Del resto è noto a tutti l’evento in cui le Sabine, quando giunsero i padri ed i fratelli a liberarle, non vollero che si procedesse nella contesa, ma chiesero che i due popoli si unissero ora che avevano avuto dei figli dai loro mariti. Le loro suppliche vennero ascoltate e così “fu accettata una tregua ed i capi vennero a trattativa.Frattanto le donne condussero i loro padri e fratelli, i propri mariti e figlioletti, e portavano da mangiare e da bere a chi ne aveva bisogno, e curavano i feriti portandoli nelle proprie dimore e mostravano come avessero loro il governo della casa e come i mariti avessero attenzioni per loro e le trattassero con benevolenza ed ogni rispetto. Si fece allora la pace a queste condizioni: che restassero coi loro mariti le donne che lo volevano...” (Plut., Vita di Romolo, 19, 8-9). Ovviamente le donne restarono coi propri mariti e Sabini e Romani abitarono nella stessa città, la quale venne chiamata Roma in onore di Romolo, ed i suoi abitati Quiriti per riguardo alla patria di Tazio (ibidem).

Plutarco ci rammenta alcuni dei grandi onori che furono tributati alle donne: “cedere la strada quando camminano”, e quindi non più che le donne dovessero scansarsi al passare di uomini, “astenersi in modo assoluto da ogni parola sconveniente in presenza di una donna” a differenza degli usi di ben altri popoli, “nè farsi vedere nudi o subire davanti ai giudici in loro presenza un processo per delitti capitali“, queste ultime due norme comportamentali era per evitare atteggiamenti sconvenienti nei riguardi delle donne e perchè non vivessero la sofferenza di assistere ad una condanna.

Insomma i primi ad avere un minimo di rispetto verso il “gentil sesso” furono proprio gli antichi Romani, da ciò diviene chiaro comprendere da chi, gli Italiani, hanno ereditato quel fare tipico del sentimento latino, capace di conquistare ogni donna in ogni parte del mondo… Forse un pò le scorribande di altri popoli possono aver corrotto quel sentimento puro che l’Italico aveva elaborato per la donna, così come la nuova religione orientale ha sovvertito il rispetto tipico della religione romana, ma non disperiamo: se cerchiamo bene, nel nostro DNA quella memoria di un sano comportamento può risvegliarsi in un attimo, e magari ridestarla in quest’epoca folle di continui delitti nei riguardi delle donne non sarebbe male.

Giuseppe Barbera

Caristia e San Valentino

Il 22 febbraio nell’antica Roma si festeggiavano i Caristia, la festa dell’amor familiare e coniugale. Si trattava di una festa riguardante l’ambito privato, non quello pubblico, durante il quale i familiari si riunivano attorno il Larario per fare offerte ai Penati e banchettare assieme. Il banchetto aveva la funzione rituale di ricongiungere i familiari in caso di eventuali dissapori.

Il 13 febbraio incominciavano i Parentalia, giorni dedicati agli antenati, ai quali seguivano i Feralia del 21 ed i Carstia del 22.

Il tutto era un ciclo dedicato alla famiglia, dall’amore commemorativo per i parenti defunti a quello per i vivi. Particolarmente il 22 i coniugi festeggiavano la loro unione ed il loro legame amoroso scambiandosi doni.

Nonostante l’abolizione forzata del culto antico, l’uso popolare dello scambio di doni tra coniugi rimase, in particolar modo tra gli innamorati che, il 14 febbraio, all’inizio delle antiche feste dedicate all’amore familiare, ancora oggi si scambiano doni.

Lari e Penati

Lare Domestico
Statuetta di Lare Familiare

I geni protettori nella tradizione romana.

Nella tradizione romana i Lari e i Penati sono divinità legate ai luoghi abitati dagli uomini.

Pare che il termine Lare sia presente anche nella tradizione etrusca, dove esseri divini sono rappresentati con le ali. Alcuni hanno associato l’idea di “Lare etrusco” a quella di “angelo cristiano”. Si noti che il Lare etrusco ha le ali ed è rappresentato generalmente nell’atto di sollevarsi in volo; il termine angelo proviene dal greco anghelos, che significa “messaggero”. Cosa abbastanza curiosa il dio Mercurio è definito Messaggero ed è rappresentato con i calzari alati. Certamente in tutte le tradizioni ciò che è rappresentato con le ali si richiama a dimensioni superiori e alla comunicazione con queste.

Se è vero, come dicono Elio Ermete e altri grandi maestri delle tradizioni, che ogni divinità rappresenta/è un forza, allora i Lasa etruschi rappresentano/sono una forza di ascensione e comunicazione col cielo, allo stesso modo di Mercurio e dei Lari Romani. A prova di ciò si può richiamare un antico rito in uso in alcuni luoghi della Calabria. Le sere dei giorni di festa la tavola viene apparecchiata secondo determinate regole antiche. Finita la cena si lascia la tavola pulita e apparecchiata col cibo nel posto riservato al “lareddru” secondo dettami che vengono trasmessi di generazione in generazione. La notte non si passa dalla cucina per non infastidire questo presunto ospite. Se al mattino il piatto si trova vuoto si dice che “u Lareddru ha gradito” (il Laretto ha gradito). Questo antico rito di offerta al Lare della casa si tramanda secondo regolari riti cittadini da diversi secoli e alla domanda “cosa è u lareddru” si usa rispondere che è l’angioletto che abita la casa. Si evince da ciò un’assimilazione dell’antico rito sotto una forma cristiana e che chiaramente il termine Lareddru derivi dal termine Lare con l’assunzione di un suffisso diminutivo –ddru, forse finalizzato a rendere questa figura originaria della religione precedente più accettabile a chi vede con cattivo occhio il perpetrarsi di determinate forme tradizionali.

Il Lare è una divinità domestica e gli si officiano offerte e il rituale su esposto svela che determinate tradizioni hanno assunto una nuova veste ma si sono mantenute.

Castaneda definisce i luoghi concavi abitati da spiriti; il suo maestro pensa che esistano anche nelle automobili e in tutti i luoghi artificialmente prodotti dagli uomini, come ad esempio nelle case. Se ciò fosse valido anche per la tradizione romana avremmo una risposta significativa alla domanda: perché nei luoghi abitati vi sono Lari e nelle campagne Geni?

Perché il Lare è richiamato dall’azione artificiale dell’uomo, il Genio dall’azione della Natura di creare un luogo. Riscontriamo nelle città antiche la presenza di specifiche divinità all’interno delle mura urbane, altre venerate in santuari all’infuori di queste stesse mura.

Una stessa divinità può essere un Lare cittadino o il Genio di un promontorio. Perché Venere è Lare dei Romani (insieme a Marte) ma allo stesso tempo Genius Loci al Capo Ericino? Perché nella creazione della città di Roma in un modo o in un altro Venus è stata attratta dai luoghi prodotti dagli uomini, ad Erice Venus era già presente prima come Genius Loci, riconosciuta tramite una sua epifania dagli uomini, ordinò l’erezione di un suo Santuario, dunque fu attratta precedentemente dalla Natura che creò il capo ericino.

Una simile interpretazione bene spiega il perché dell’assioma romano: i Lari vivono nei luoghi abitati dagli uomini. Essendo il Lare un ente vivente, invisibile a meno che non decida di presentarsi materialmente, è una forza agente che interagisce con l’ambito umano. Si hanno conseguentemente un’infinità di forze agenti in diversi aspetti: i Lari familiari (quindi i geni protettori della famiglia), i Lari compitali (abitanti degli incroci), i Lari triviari (abitanti dei trivi), i Lari della casa intesa come luogo fisico. I Lari familiari, il Genio di ogni componente della famiglia, le genialità che si occupano della dispensa rientrano nella cerchia delle divinità domestiche. Perché queste divinità agiscano a nostro favore necessitano una serie di riti atti a creare una collaborazione tra essi e gli uomini (una sorta di Pax domestica, per riprendere le parole di Elio Ermete).

Nella tradizione romana i gentili attuano una serie di pratiche di realizzazione dell’individuo a partire dalla maggiore età con l’assunzione della toga virile. Il richiamo agli antenati ha finalità evolutive, poiché si richiamano anime che conoscono la via di realizzazione dell’individuo e possono aiutare i loro discendenti; per questo motivo comunemente si usano considerare gli antenati membri delle divinità domestiche.

Nella rituaria gentile il praticante conosce i propri Lari ed Elio Ermete nelle sue “Conclusiones Gentiles” spiega che: “Vesta è la più onorata, poiché il  fuoco ch’ella custodisce tutto permette…” , che i Lari rientrano nella gerarchia divina da lui esposta e che “la divinità gentilizia sempre segue la famiglia, nei luoghi in cui essa sceglie di vivere, così il genio di  ognuno segue il suo amato ovunque e sempre……esistono metodi di chiamata dei Lari, i quali allontanano entità fastidiose e negative…ma la chiave di tutto è sempre il carattere del gentile, che gli permette di avere buone relazioni con gli uomini e con gli dei…”

La scuola di Esculapio nella dimensione Romana

Nel mondo romano la medicina è sviluppata in dimensioni parallele tra loro. Non vi è solamente la dimensione della cura fisica, ma anche quella della soluzione metafisica. Si riscontra in ciò una eredità proveniente da tempi e luoghi lontani, difatti tale sistema d’interazione si riscontra per esempio nell’antico Egitto, che a sua volta pare aver ereditato dalla Babilonia il concetto di azione metafisica sui mali[1].

Secondo la cultura mesopotamica il male consisteva in una intelligenza che agiva sull’uomo guidando un esercito di demoni invisibili all’occhio umano[2]: sembrerebbe una primitiva (ma non tanto) definizione del concetto di virus e batteri o il tentativo di spiegazione ad un bambino di come si sviluppano le malattie, con l’aggiunta di un concetto metafisico mancante alla moderna medicina occidentale.

Limitati dai mezzi analitici moderni riusciamo ad osservare il male solamente per mezzo di ciò che riusciamo a vedere con i nostri strumenti, dunque ciò che rileviamo tramite il microscopio e le varie tecnologie di visione fisica, ciò che è occultato dalle carni e delle dimensioni minuscole. Non esistono purtroppo mezzi che permettano la visione di intelligenze a se, o forse le vediamo ma ancora non le riconosciamo: se nel DNA si conservano geni, come possiamo sapere se essi abbiano o meno una relazione con quelli che noi definiamo in senso romano come Geni? Eppure quella è la memoria storica nostra, del nostro sangue, che cangia per ogni individuo in base a come egli si è formato nell’interazione di concepimento ereditando dai cromosomi dei genitori.

Allo stesso modo il Genio della persona cangia per ognuno ed è connesso al suo sangue ed alla sua formazione di concepimento. Forse i romani vedevano nel Genio ciò che noi vediamo nei geni del DNA? L’approccio illuministico alla religione contemporanea ha fatto si che considerassimo l’ideale antico come una superstizione, ma di quelle idee [causa le persecuzioni culturali della mistica tardo-antica e medievale, il cui risultato sono stati gli incendi delle biblioteche antiche (prima di tutte quella di Alessandria)  ed i decreti criminali di Teodosio II], non sappiamo quasi nulla, poiché sono filtrate dalla tradizione scritta del basso medio-evo, la quale ha recuperato poco, oltretutto filtrandolo con la sua ottica. La sola lettura di Platone, Aristotele, Macrobio, Lucrezio e qualche altro non è sufficiente a definire il modo di pensare di un intero mondo: i pochi autori a noi giunti ci permettono di vedere soltanto due o tre colori di un intero arcobaleno.

Le continue ricerche e gli studi congiunti delle fonti possono però permettere di cominciare a intravedere qualcosa del modo di pensare degli antichi.

In Egitto il rinvenimento di una vera e propria enciclopedia medica su fogli di papiro dà una chiave importante sulla visione in piani paralleli delle medicina. All’analisi dei sintomi segue la definizione del male e la successiva proposta di cura, tramite metodi simili a quelli dell’alchimia spagirica, cui successivamente si propongono usi rituali, qualora la terapia fisica proposta non abbia dato i suoi risultati.

Un tale sistema si riscontra anche nella romanità quando Cicerone[3] propone una cantilena magica per curare le lussazioni.

I due sistemi medici, fisico e metafisico, convissero ovunque tra loro fino al termine del V sec. a.C. (seconda metà del IV sec. dopo la fondazione dell’Urbe), quando nell’ambito Crotoniate la scuola pitagorica affrontò il tema terapeutico in un’ottica esclusivamente metafisica[4], mentre la scuola di Alcmeone diede importanza esclusiva all’azione chirurgica[5].

Secondo il mito greco la medicina è una scienza creata dal dio Esculapio, figlio di Apollo, padre dei geni Podalirio, Macaone, Acheso, Ygieia, Panacea, Iaso, Egle.

Esculapio insegnò la materia a Iaso che poi la trasmise all’uomo Ippocrate.

Questa scienza poteva persino resuscitare i morti, cosa che Esculapio fece, ma Zeus fulminò il sapiente dio perché cominciò ad andare contro l’ordine naturale delle cose, ossia contro la legge.

Apollo si rifiutò allora di far sorgere il Sole e Zeus fu costretto a ridar vita al nipote. A Esculapio fu concesso di continuare a praticare la medicina, purché essa rispettasse le leggi della natura.

In questo mito si evince l’etica del terapeuta antico: la medicina non deve servire a rendere l’uomo immortale ma immune dal male.

La formazione alla medicina sacra avveniva nei templi di Esculapio, i quali, oltre ad essere noti nel mondo antico per i miracoli che in essi avvenivano, esponevano nelle trabeazioni o nei timpani dei sistemi iconografici simboleggianti l’essenza del metodo metafisico. Centauromachie ed amazzonomachie rappresentavano la lotta contro gli istinti umani, identificati nella forma dell’ippos, il cavallo, ed il titolo sacerdotale di colui che imparava a gestire tali istinti era “Ippocrate”[6], pertanto il giuramento di Ippocrate non è da attribuire ad Ippocrate ma è il giuramento che doveva fare l’Ippocrate, ossia colui il quale, terminato il periodo di noviziato, veniva iniziato ai misteri medici.

I sacerdoti che raggiungevano il più alto grado terapeutico erano considerati direttamente istruiti dal dio Iaso, il figlio di Esculapio che insegnava la medicina agli uomini, pertanto il titolo sacerdotale di questi era “l’unto di Iaso”, in greco Iasous Christos.

Con l’ellenismo la diffusione della cultura greca porterà a numerosi sincretismi ed intrecci tra i diversi patrimoni di conoscenze, ciò probabilmente darà vita al mito del Cristo che resuscita Lazzaro, ossia un terapeuta unto di Iaso che resuscita un uomo; questo in questione è a sua volta proveniente dal mito di Horo che resuscita El-Lazar: un sincretismo tra cultura Greca ed Egizia in ambito Israelita (se lì ha avuto origine questo mito).

Allo stesso modo quando i rotoli del Mar Morto definiscono Iesous Christos come un terapeuta non mentono: probabilmente il maestro di quella setta era stato iniziato e formato all’interno di un Asclepion. Perché non lo dicono? Dobbiamo pensare che in un mondo dove un titolo si conferisce solo in alcuni luoghi (come oggi quello di medico solo nelle università) è già sottinteso, alla menzione del titolo, di chi o di cosa si stia parlando. Se noi scrivessimo che il medico chirurgo del paese insegna a pulire le ferite con un disinfettante dovremmo forse spiegare chi è il medico chirurgo, da dove viene e chiarire che questo è un attributo e non un nome proprio? Scrivendo per altra gente che vive nel nostro ambiente ciò sarebbe superfluo, ma chi leggerà fra duemila anni il nostro scritto probabilmente neanche saprà più cosa sia un medico-chirurgo e potrebbe dare chissà quale interpretazione. Per analizzare scientificamente gli scritti antichi necessita approcciarsi con la consapevolezza di oltre duemila anni di distanza e della grande interruzione culturale che è stato il periodo tardo-antico e medievale: un periodo in cui si sono chiusi i rubinetti per riscoprirne l’esistenza solo nel XVIII sec. e.v.

Il “dominio sul cavallo” si applicava in primis con la purificazione dello/dallo stesso tramite abluzioni, per tale uso erano collocati nell’Asclepion grandi bacili o strutture idriche con grandi vasche lustrali. Perché l’individuo potesse essere curato doveva sottomettere i suoi istinti, quindi veniva obbligato ad eseguire un’apposita dieta (digiuni rituali) e relativa castità per non disperdere le sue forze. Dunque gli venivano somministrati determinati medicinali estratti da erbe e minerali esclusivamente nei momenti ritenuti “favorevoli”, calcolati sulla base dell’andamento lunare. Evidentemente l’osservazione semplice fece notare ai farmacisti antichi ciò che noi scopriamo solamente oggi: i principi attivi della pianta cangiano in base all’ora della giornata, alla quantità di luce solare ch’essa riceve.

A ciò seguiva l’interazione di apposite pratiche magiche, ognuna specifica ad una funzione differente, per esorcizzare il male dall’individuo.

Ad esempio in una lastra di marmo con testi di sanationes, proveniente dall’Isola Tiberina, è riportato uno di questi riti magici, che fu ordinato per oracolo:

In quei giorni ad un certo Gaio cieco il dio ordinò per oracolo di andare al sacro podio e di rendere omaggio, poi di muoversi da destra a sinistra e di mettere le cinque dita sul podio e di sollevare la mano e di porla sui propri occhi. E vide bene, essendo il popolo presente e con lui festante, perché si erano manifestate vive forze divine sotto il nostro augusto Antonino[7].

Numerosi sono i miracoli che si compivano negli antichi templi di Asclepio, tutti testimoniati da epigrafi votive incise a guarigione ottenuta. Ne riportiamo due esempi.

All’asclepion di Epidauro una stele racconta quanto segue:

Dio. Buona Fortuna. Guarigioni di Apollo e di Asclepio. Kleò fu incinta per cinque anni. Costei, incinta già da cinque anni, venne supplice al dio e giacque nell’abaton. Non appena ne fu uscita e si trovò fuori dal santuario, partorì un bambino, il quale appena nato si lavava da sé alla fontana e andava in giro con la madre. Avendo ottenuto ciò, ella fece scrivere sul ricordo votivo: ‘Non la grandezza della tabella è degna di ammirazione, ma lo è la divinità. Per cinque anni infatti Kleò portò un peso nel ventre, fino a che giacque ed il dio la rese sana’[8]. Notiamo che oltre ad Asclepio è onorato il padre Apollo, e prima di essi Zeus e la Fortuna, che in molte tradizioni antiche sono considerate divinità primordiali[9]. Colui che redasse questo racconto non doveva sapere nulla di Kleò e delle sue vicende, se non quanto lesse dal pinax votivo e dall’epigramma sopra inciso. Leggendo in codesto epigramma il verbo ekyese lo interpretò nel senso di una vera e propria gravidanza ed aggiunse il particolare del neonato già maturo. L’epigramma invece parla di un peso nel ventre e dà probabilmente al verbo kyein il senso, altrove attestato, di falsa gravidanza[10]. Al di là dell’erronea interpretazione del redattore del testo, l’epigramma a cui lui fa riferimento ricorda una guarigione avvenuta proprio nel tempio di Epidauro.

Un malato di sciatica venne invece curato a Lebena con la medesima tecnica che fino al secolo scorso si utilizzava nelle campagne cretesi, lo ricorda il seguente testo inciso sulle pareti dell’adyton:

Asclepio ordinò a Demandros di Kalabis gortinio, sofferente di sciatica, di venire a Lebena, perché lo avrebbe curato. E appena fu venuto, lo tagliò durante il sonno, ed egli guarì.”[11]

Il sistema rudimentale consisteva nel praticare dei tagli nelle zone dolenti. Chi compie il gesto, direttamente e con decisione, è proprio Asclepio.  Probabilmente i chirurghi di questi templi si consideravano guidati dal dio, motivo per il quale attribuivano direttamente a lui l’azione. Ciò dimostra che si agiva su tutti piani, da quello materiale con azione persino chirurgica, a quello metafisico partendo dalle tratte oracolari fino alle azioni nella dimensione onirica.

Roma, Isola Tiberina, lastra marmorea con testi di sanationes. M. Guarducci, L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero, Roma 1987, pag. 306, fig. 101.
Roma, Isola Tiberina, lastra marmorea con testi di sanationes.
M. Guarducci, L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero, Roma 1987, pag. 306, fig. 101.

Tante altre testimonianze ricordano miracoli ed azioni della terapeutica antica, rimandiamo alla seguente bibliografia lo studioso interessato all’approfondimento:

  1. Herzog, Die wunderheilungen von Epidauros. Leipzig 1931.
  2. e L. Edelstein, Asclepius. A collection and Interpretation of the testimonies, I-II, Baltimore 1945.
  3. Guarducci, L’Isola Tiberina e la sua tradizione ospitaliera, in Rend. Lincei, 1971, pp. 267-281, tavv. 1-3.

[1] Si veda l’Introduzione alla storia delle religioni di Brelich per comprendere i processi di trasmissione culturale dal medio-oriente all’Egitto.

[2] —- mitologia caldea —

[3] Riportato anche da Agrippa in La Filosofia Occulta

[4] Pitagora, formatosi tra Grecia, Egitto e Persia, creò un sincretismo rituale che giungeva, al di là delle forme culturali, nell’essenza matematica, la cui visione fondamentalmente metafisica tralasciava oramai l’azione nel campo materiale, ritenuta un prodotto del mondo delle cause (l’astrale platonico), pertanto i Pitagorici prediligevano agire direttamente nei campi superiori per influenzare quanto necessario nei campi materiali.

[5] In età classica la scuola medica di Kroton formò i migliori chirurghi dell’epoca.

[6] Etimologicamente “dominio sul cavallo”

[7] M. Guarducci, L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero, Roma 1987, pag. 306.

[8] IG, IV, I(2) 121, ll. 1-9; EG, IV, pp. 149-151.

[9] Si veda il caso della mitologia laziale, che vede Fortuna come prima divinità generatrice e Giove e Giunone suoi figli diretti.

[10] M. Guarducci, pagg. 304, 305.

[11] M. Guarducci, pag. 305.

Janus

Giano su conioLa Tradizione Romana vuole che Giano sia una delle più arcaiche divinità.
Alla sua figura sono legate moltissime leggende che ne fanno un protettore speciale di Roma e dei suoi abitanti. Il suo nome è legato alla funzione: custodiva le porte di casa (Ianua) e i passaggi (Iani), portava in mano le chiavi, come un portinaio (ianitor) e le sue due facce sono rivolte verso l’entrata e verso l’uscita.
A lui è dedicato il primo mese dell’anno, Ianuarius, e gli si attribuiva un culto speciale in un tempio le cui porte erano sempre aperte in caso di guerra e sempre chiuse in tempo di pace.
Si diceva che Giano avesse sposato la ninfa Giuturna e che avesse avuto da lei un figlio, Fons o Fontus, il dio delle sorgenti. (DIZIONARIO DEI MITI – Gabriella D’Anna. ed. Newton.).
Varrone tramanda che Giano è il dio degli initia e Giove il dio dei summa. Infatti l’inizio del mese è sacro al bifronte dio, che guarda avanti e dietro anche nel tempo, mentre il plenilunio, la metà del mese, è sacro a Giove Ottimo e Massimo.
La leggenda vuole che Giano avesse un regno nel Lazio con sede sul colle Gianicolo. Qunado Saturno, di fuga dal figlio, giunse in queste terre, Giano gli cedette parte del suo regno, che divenne Saturnia Tellus, poi noto come Latium dal verbo latino latere: nascondere.
Il latente Saturno insegnò i misteri dell’agricoltura agli abitanti di questi luoghi e da qui nacque poi il regno romano. Ovidio dice di Giano: Giano bifronte, inizio dell’anno che tacito scorre, tu che solo fra gli déi puoi vedere il tuo dorso, sii propizio ai duci per opera dei quali la fertile terra gode di serena pace, e così il mare; sii propizio ai senatori e al popolo di Quirino e dischiudi con un solo tuo cenno gli splendidi templi. Sorge un giorno felice: accoglietelo con animi e discorsi appropriati: in questo giorno lieto si dicano liete cose. all’orecchio non giungano liti, stiano lontane le folli contese, e tu maligna tura rinvia la tua opera. […] Ma quale divinità dirò che tu sei, o Giano bifronte? […] Allora il sacro Giano, mirabile nel duplice aspetto, si offrì d’improvviso al mio sguardo con i suoi due volti. […] E quello, tenendo un bastone nella destra ed una chiave nella sinistra, con la bocca anteriore mi disse queste parole: “Deposto il timore, apprendi, operoso poeta dei giorni, ciò che desideri sapere e tieni a mente quanto dico. Mi chiamavano Caos gli antichi, – ch’io sono antica divinità -; vedi quali remoti eventi io stia celebrando. […] Quanto vedi ovunque, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto si chiude e s’apre per mia mano. Presso di me è la custodia del vasto universo, il diritto di volgerne i cardini è tutto in mio potere. Quando mi piace trarre dalla quiete del tempio la Pace, ella cammina libera per vie interrotte. Il mondo intero sarebbe lordato dal mortifero sangue se robuste sbarre non tenessero rinchiuse le guerre; insieme con le miti Ore custodisco le porte del cielo, e il fatto che Giove stesso ne esca e rientri è nelle mie mansioni. Perciò sono chiamato Giano; […] Ogni porta di qua e di là ha due facciate: di esse, l’una guarda la gente, l’altra gli déi Lari” […] (Ovidio, Fasti).
A volte Giano è rappresentato con 2 chiavi: una aurea ed una argentea;gli autori latini dicono che una fosse quella delle porte del cielo, l’altra delle porte del regno degli inferi. Altre volte (come nel caso di Ovidio) ad una delle due chiavi è sostituito un bastone. Ogni rito si apriva a Giano e il suo tempio (dice Dumèzil) era contenitore di qualcosa di terribile, come il vaso di Pandora; in qest’ultimo vi erano i mali, nel tempio di Giano pare vi fosse la potenza distruttrice e caotica della guerra. Difatti le porte di questo tempio venivano chiuse solamente in tempo di pace.

In effetti Giano è un dio eccelso, è il caos ma anche il principio dell’ordine, perchè il detentore delle chiavi, egli è i quattro elementi mescolati tutt’insieme, il serpente che si morde la coda, l’orrendo bifronte, che però con un volto guarda al passato e coll’altro al futuro, il dio del passaggio da se (il caos) all’ordine. Un caos che contiene in se il principio d’ordine, praticamente ognuno di noi è un Giano, la difficoltà è prenderne coscienza…
Il primo giorno dell’anno, ogni primo del mese e ogni novilunio sono sacri a lui. L’apertura dei riti, dei sacrifici e delle offerte è sotto la sua tutela.
Per qualunque azione sacra s’invoca prima Giano, il signore delle porte.
Il Gianicolo prende il nome dalla sede del suo regno ed alle pendici del Gianicolo, una volta offuscato il culto degli antichi dei, regnerà Pietro, anch’egli detentore delle chiavi. Il tempo caotico e ordinato sono in lui: con un volto guarda il caos, se stesso, coll’altro l’ordine, manifestazione di se. Il Caos è il Genius Janus, l’ordine è il Numen Janus che si stabilizza poi in Juppiter, il padre delle leggi per il mantenimento dell’ordine….
David Ulansey, nel suo libro “I misteri di Mitra” ed. Mediterranee paragona Aion Zevian alla Gorgone che sconfigge Perseo. La Gorgone rappresenta forze istintive che possono considerarsi anche cosmiche e difatti in alcune iconografie è rappresentata al centro dello zodiaco.
Aion viene sconfitto da Mitra che assume i suoi poteri e diviene così divinità cosmica.
Mettendo a confronto Aion Zevian e Giano possiamo notare che:
Aion Zevian ha le ali e dunque è una divinità del cielo, ha la chiave per far ascendere e scendere le anime e ha un aspetto mostruoso, per ricalcare la sua origine arcaica (teogonicamente parlando).
Dunque l’idea di una divinità arcaica che gestisce le forze cosmiche è fortemente presente nelle tradizioni indoeuropee. I caratteri di Aion sono un pò differenti da quelli di Giano se, come dice Ulansey, rappresentano anche delle forze da combattere. Giano in realtà combatte da se il caos in lui portando l’ordine attraverso l’attimo del passaggio.
Se si ritiene errato l’accostamanto di Aion Zevian alla Gorgone allora lo si può avvicinare a Giano, ma non abbiamo elementi che ci permettano di caratterizzarlo come dio degli initia: potremmo parlare altrimenti di una tradizione comune anche in questo senso.
Giano è un ordinatore anteriore a tutto ciò: egli è il Caos col principio dell’ordine in se, Mitra in confronto è solo ordinatore.
Carandini in “L’origine di Roma, Dei Lari e Uomini all’alba di una civiltà” mostra che Opi (Ops in latino) è la paredra di Saturno nella religione romana e latina arcaica. In qualunque caso tutte le divinità femminili rappresentano una manifestazione specifica del ricettivo/passivo, difatti Saturno è dio della terra e dell’agricoltura (oltre che di tutte le altre cose attribuitegli) e Ops la dea della dispensa, ovvero colei che passivamente conserva ciò che attivamente ha creato Saturno colla sua operatività agricola.
Importanti le divinità con tre volti, tra cui Ecate e Giano. Difatti Giano oltre ad essere bifronte è ricordato, da alcuni autori antichi, trifronte ed il suo vero volto è occultato tra i due visibili e si manifesta soltanto a pochi. Vi è una spiegazione misterica a ciò ed ha a che fare coi “passaggi”… colla visione del “mondo occulto”.
E’ importante quel volto perchè sta nel mezzo, nel punto di equilibrio del tutto, tra il Disordine e l’Ordine, tra il Passato e il Futuro, tra una vita e l’altra.
Sul Giano quadrifronte si può dare certezza che esista, poichè è il dio che guarda verso i quattro punti cardinali. Del resto oltre alle porte bifronti, a Giano sono consacrate anche quelle quadrifronti.
Giano è Caos, è atomo primordiale che esplode e si spande, è il passaggio da Caos a ordine e viceversa. Se è reale la teoria del “respiro cosmico” tutto tornerà in Giano e sarà un ciclo eterno…
Ecate è Luna nera e caotica, ma in un’altra faccia è luna crescente e generante e in un’altra ancora è luna piena (per alcuni la terza faccia è la fase calante: la vecchia). Tre fasi per un altro ciclo, più piccolo ma a modo suo anche questo “eterno” (relativamente alla vita del nostro sistema solare).
parallelamente è chiaro che Mithra sia un dio-modello per l’iniziato, che deve distruggere le forze caotiche in se per ottenere da esse l’ordine.
Si consideri il Perses come Perseo, modello mitico che l’iniziato mitraico deve incarnare arrivato ad un certo grado di evoluzione spirituale. Per la cronaca Ulansey sostiene che il nome dell’eroe Perseo significhi Persiano e pensa di poter ritrovare nell’antica Persia l’origine del culto di Mithra, così come lo conobbero i romani, o per lo meno il luogo di passaggio prima di arrivare in Cilicia, da dove poi si diffuse per opera dei legionari di Pompeo.
Già in alcune religioni sono presenti divinità originarie che presiedono al passaggio dal disordine all’ordine, come in Grecia lo stesso Caos.
Per la sua funzione ordinatrice Giano ha in se qualcosa di solare (o viceversa il Sole ha in se qualcosa di Gianuale?), tanto che in molte raffigurazioni antiche sopra il volto di Giano è scolpito un piccolo Sole. Nel mitraismo ritroviamo la funzione teologica dell’attraversamento delle porte, che di per se sono dei “Giani”, dunque in un modo o nell’altro Giano e l’attività solare di riordino dei quattro elementi vivono in una connessione fondamentale.

Lezione per approfondire la figura di Giano
https://youtu.be/l3huVzgK3Xchttps://www.youtube.com/watch?v=l3huVzgK3Xc