DALL’ARENA ALL’AGORÀ: PER UN’EDUCAZIONE ALLA PAROLA

Di tutte le cose che la natura umana ha in sé, certo nessuna è più divina della parola, soprattutto della parola che cerca di comprendere la divinità. E niente ha più efficacia nella conquista della felicità.

                                                                                                                                             (Plutarco, De Iside et Osiride)

 

Quando l’anima, non riuscendo più a tener dietro ai carri degli dèi nella contemplazione delle idee, cade, l’umidità di lei fa sì che, al suo contatto con la terra, si ritrovi interamente ricoperta di fango. In esso ella riposa, e sin dal concepimento ne fa un rivestimento, cercando di dargli forma. Per fare ciò, ella necessita di ricorrere al suo fuoco interiore, affinché cuocia il fango. Tuttavia, questo fuoco è inizialmente molto piccolo, e rischia anzi di essere travolto esso stesso dal fango: ha quindi bisogno di essere ravvivato per poter separare l’acqua dalla terra. Col respiro l’anima lo alimenta, ma non tanto da farlo crescere. Infatti, esso necessita di ulteriore nutrimento, e a tal scopo son plasmate le orecchie. Tuttavia, nella caduta anch’esse restano mischiate al fango. Proprio al fine di liberarle, gli uomini hanno sviluppato l’arte della parola e dell’ascolto. I buoni padri e i buoni educatori sono infatti coloro che trasmettono il calore del proprio fuoco interiore tramite la propria parola: dapprima modellano le orecchie, insegnando al giovane ad ascoltare; poi, attraverso di esse, svolgono come l’azione del mantice che soffia sul fuoco, facendolo ardere sempre di più, finché esso diviene tanto caldo e potente da asciugare e modellare il fango e poter a sua volta essere d’aiuto ad altri. E durante il tempo necessario a ciò, essi, come abili scultori, devono ora scalpellare qua, ora levigare e limare là, ora inumidire o asciugare, e in generale evitare ogni asprezza della forma, data da un asciugarsi incerto o troppo rapido, o un improvviso cedimento.

Coloro che non riescono a liberarsi, continuano invece a non poter sentire gli altri, e non fanno per questo altro che agitarsi e gridare, ostili a tutti e tutto, incapaci di comprendere alcunché, soprattutto la propria condizione, che credono sia la medesima per tutti, e non mirano così neanche a liberarsi. Peggio ancora coloro che finiscono sotto cattivi educatori: essi si ritrovano appesantiti dalle forme grottesche e orrende assunte dal fango fattosi solido, e finiscono col credere che la propria forma coincida realmente con quella del loro sarcofago. E quando giunga qualcuno a cercar di far vedere loro quale sia la reale condizione in cui versano, per spronarli a liberarsene, lo travolgono con aspre parole, lo insultano e ne fanno oggetto di scherno, cercando talvolta persino il confronto fisico. Rendono così il mondo un campo di battaglia, dovunque passino lasciano il deserto, e della propria vita fanno una schermaglia continua.

Abbiamo voluto iniziare il nostro intervento con questo racconto d’ispirazione mitologica, che prende le mosse da due miti platonici (quello della biga alata, riportato nel Fedro, e quello della caverna, tratto dalla Repubblica) al fine di introdurre la trattazione di uno dei mali, forse il principale, che affligge i nostri tempi: l’incapacità di ascoltare.

Nonostante, infatti, la nostra epoca sia spesso connotata come quella della comunicazione, ciò che si riscontra di continuo nell’esperienza quotidiana è invece una assoluta incomunicabilità. I punti d’incontro costituiti da piattaforme come i social network, ormai da tempo i principali (e oggi quasi unici) spazi di aggregazione e discussione pubblica (pur gestiti e regolati dall’arbitrio di privati, cosa che meriterebbe una trattazione a sé), somigliano sempre più ad arene che non ad agorà. Si parla spesso di dialogo, ma quel che si vede effettivamente è solo un’apposizione e opposizione di monologhi, finalizzata non certo a esercitare la ragione insieme all’interlocutore, bensì ad aver ragione dello stesso, individuato quale nemico in quanto non aderisce alla stessa posizione. Quando ci comportiamo in tale maniera, come afferma Plutarco, nel nostro discorso siamo guidati dallo «spirito di contesa e di litigio sui problemi», e adoperiamo le argomentazioni «come se calzassimo il cesto o un guantone da pugile, per scontrarci gli uni contro gli altri», provando «più gioia nel colpire e mettere giù l’avversario che nell’imparare o insegnare qualcosa»[1].

Il fatto che già nell’antichità se ne trattasse, ci dice come questo non sia certo un problema nuovo[2], per quanto possa aver raggiunto dimensioni e pervasività prima mai viste: è invece qualcosa di attinente all’essenza stessa dell’uomo e alla sua crescita, sia individuale che comunitaria. La parola, infatti, non è un semplice strumento, che sia per comunicare o per altro; non è un qualcosa di esterno che appartiene all’uomo, che questi possiede quasi fosse una vanga o una zappa. Il termine λόγος (lógos), deriva dal verbo λέγειν (leghein), il quale vuol dire, si, parlare e discorrere, ma il cui significato primario, a partire dalla radice -λεγ, è “raccogliere” e “radunare”, ma anche “scegliere”[3]. Non sarà certo superfluo rilevare qui come la stessa radice sia anche quella di lex[4], legge e di termini a essa collegati, come eleggere. Ciò che la parola lega dunque non sono solo le cose e le parole tra loro, ma innanzitutto gli uomini. Essa è ciò che lega gli uomini più di ogni cosa. Già nel momento stesso in cui la parola viene concepita, in essa è implicito tanto l’io che proferisce, quanto il tu a cui è rivolta e che lo accoglie. Ci dice ancora Plutarco, infatti:

 

I più […] sbagliano, perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio e di esercizio, ma che dell’ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi si accosta in modo improvvisato. […] I bravi allevatori rendono sensibile al morso la bocca dei cavalli: così i bravi educatori rendono sensibili alle parole le orecchie dei ragazzi insegnando non a parlare molto, ma ad ascoltare molto.[…] E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare.[5]

 

A una più attenta considerazione la prima che ci è necessaria tra queste attività, anche in ordine cronologico, nella nostra vita, è proprio quella dell’ascolto; ché altrimenti non impareremmo neanche a parlare. Anzi, a ben vedere, la prima, e condizione di tutte le altre, è la conquista del silenzio, cui soltanto segue la possibilità di dirigere attivamente (quindi per scelta) l’attenzione[6]. E probabilmente lo stesso linguaggio, come si può evincere dalla origine onomatopeica di moltissimi termini, non sarebbe mai nato, senza l’ascolto più attento di ogni lieve fruscio, del più flebile sibilo o scricchiolio, che richiede innanzitutto che l’uomo sappia ordinare e mettere a tacere il fluire confuso dei propri pensieri, il Polifemo (letteralmente “il rumoroso”, “colui dalle molte voci”) che risiede dentro di noi, e che col suo continuo vociare non ci consente serenità e ci allontana dalla coscienza, tenendoci prigionieri e terrorizzati all’interno della caverna e sbattendoci con forza, fino a far «sprizzare a terra il cervello»[7]. Ci sarebbe poi da chiedersi a che pro parlare se non si sapesse d’essere ascoltati e non si fosse disposti a propria volta a prestare ascolto. La situazione di oggi ne è una prova: parlare diventa un’attività sempre più rara. La “dissenteria verbale” (o verbosità) e le vicendevoli grida sono la norma, in una gara a chi alza di più la voce, con il risultato che a vincere è semplicemente chi dispone di altoparlanti in grado di sovrastare il rumore generale (se non anche, spesso, di aizzarlo, fomentarlo e dirigerlo). Si crea quindi un contesto in cui a prevalere è il più forte (leggasi il più ricco), non il migliore, e chi comanda lo fa non in virtù della concordia e della presenza di fini condivisi, di con-fini, rispetto ai quali si ritiene giusto ordinare la vita dei singoli e della città, ma piuttosto a causa della stasis di cui ci parla Platone[8], della inimicizia profonda che si scatena tra i simili e che dilania il corpo civile, fomentando la discordia e la «gravosa contesa», e quindi l’emergere di poteri tirannici fondati sull’odio e la paura che separano e isolano gli uomini. Non v’è tirannide in cui all’arroganza dei dominatori non corrisponda la viltà dei dominati. Ne Le Opere e i Giorni, Esiodo non a caso distingue due tipi o, per meglio dire, due diverse espressioni, di Contesa (Ἔρις), a seconda di come tale forza venga declinata all’interno dell’essere umano, e quali effetti generi[9]: la Buona Contesa è quella che spinge a gareggiare coi simili in virtù, esortando «anche il neghittoso al lavoro» e quindi a migliorarsi; quella cattiva «favorisce la guerra luttuosa e la discordia»[10]. Possiamo affermare che quando a prevalere è questa manifestazione di Eris, gli uomini non si riconoscono più tra loro. Ecco infatti la descrizione che Esiodo ci dà di quella che chiama età del ferro:

 

[…] e Zeus distruggerà anche questa stirpe di umani caduchi, quando ai nati biancheggeranno le tempie. Il padre non sarà simile ai figli, né i figli a lui; né l’ospite all’ospite o il compagno al compagno né il fratello sarà caro così come lo era prima. Non verranno onorati i genitori appena invecchiati, che verranno, al contrario, rimproverati con aspre parole[…]. Sciagurati! Che degli dei non hanno timore! Questa stirpe non vorrà ricambiare gli alimenti ai vecchi genitori; il diritto per loro sarà nella forza ed essi si distruggeranno a vicenda le città. Non onoreranno più il giusto, l’uomo leale e neppure il buono, ma daranno maggior onore all’apportatore di male e al violento; la giustizia risiederà nella forza delle mani; non vi sarà più pudore: il malvagio, con perfidi detti, danneggerà l’uomo migliore e v’aggiungerà il giuramento. La Gelosia malvagia, malèdica e dallo sguardo sinistro, s’accompagnerà con tutti i miseri umani.[11]

 

Notiamo qui come l’età del ferro consista sostanzialmente nel venir meno della sacralità di ogni legame e nella negazione di tutti i valori della pietas: Dei, Patria e Famiglia vengono totalmente disconosciuti, e ciò si lega in via diretta con la mancanza assoluta di giustizia e l’assenza del Diritto. In virtù di quanto visto finora, possiamo dire che ciò che viene meno in tale epoca è la linea della parola, di quel respiro che viene trasmesso da una generazione all’altra, passando per quelle porte dell’anima che sono le orecchie.

Il continuo rinnovarsi della tradizione dimostra che per millenni e millenni gli uomini sono stati in grado di ascoltarsi, che numerosissime generazioni sono state capaci di trasmettersi amore e conoscenza, o forse è più corretto dire che proprio per amore si sono tramandate la sapienza e hanno continuato a coltivarla e farla crescere. Dove cercheremo, infatti, la fonte del mito, se non nell’amore di un padre e di una madre che vogliono ardentemente che i figli crescano alla piena luce, che i loro occhi ne possano godere senza restarne feriti, senza fuggirla né temerla? Il μῦθος (mythos) è parola, ma come ci indica la sua stessa derivazione dal verbo μύειν (myein), il quale significa chiudersi, star serrati, principalmente riferito alla bocca e agli occhi (si pensi anche all’italiano muto), è parola che va ascoltata, verso la quale ci mettiamo attivamente all’ascolto, rimanendo in silenzio e concentrandoci unicamente su di essa. È una parola che dobbiamo accogliere e coltivare al nostro interno[12]. Come quando, raccolti attorno al fuoco, ascoltiamo i racconti. Vediamo così come emerga l’altro significato, sicuramente più conosciuto, di mito: narrazione e racconto. E nel suo stimolarci all’ascolto, il mito ci indica al contempo la via della riflessione, della considerazione attenta dei suoi elementi, alla maturazione interiore delle giuste domande, prima ancora che la ricerca delle risposte. Su tale modello possiamo vedere anche scuole come quella pitagorica, la cui prima tappa consiste in un periodo di silenzio assoluto, dedicato al solo ascolto del maestro e dei suoi insegnamenti, gli ἀκούσματα (akúsmata, letteralmente, le cose udite)[13]. L’iniziato è poi detto μύστης (mystes), cioè colui che osserva il silenzio iniziatico[14] ed è in grado di udire la voce del suo δαίμων (dáimon), il genius latino. Tornando al mito, lo stesso poeta, prima di cantare le gesta eroiche e divine che ne sono oggetto, inizia la propria opera invocando le Muse. Il suo ruolo diviene quindi quello di esprimere quanto ascoltato dalla divinità in maniera intelligibile agli uomini. La mitologia trova la sua radice nella volontà del poeta di rendere il mito accessibile traendone dei logoi, scegliendo in modo che siano adatti all’uditorio, rivelando gradualmente il legame intimo tra tutte le cose e dando tutti gli strumenti per  giungere alla Ἀλήθεια (Alétheia), cioè al dis-velamento, la rimozione dell’oblio[15].

È però frequente che molti non riescano ad andar molto oltre il significato letterale e, nella fretta di emettere un giudizio, anziché interrogare se stessi bollino come fantasticherie, invenzioni e finanche menzogne, tali racconti. Da cui l’accostamento del mito a qualcosa di falso.

Le considerazioni finora fatte, per quanto brevi, ci consentono di comprendere che il verbo parlare ha una coniugazione particolare, in cui la prima e la seconda persona procedono assieme e in maniera complementare: io parlo, tu ascolti; io ascolto, tu parli. È così che nasce il dialogo: dall’alternarsi degli interlocutori nella coniugazione del parlare. O, ancor meglio, dalla coniugazione degli interlocutori nel parlare. Infatti, tramite il lógos, le anime sono come unite in matrimonio, e questo, se condotto onestamente, consente a ciascuna di esse di accogliere i migliori semi e partorire nuovi e ottimi frutti. La parola è un ponte verso l’altro, ma anche una porta verso se stessi, e dunque qualcosa che va profondamente meditato e ponderato, sia quando è proferita che (e ancor più) quando viene accolta. Se non facciamo ciò, i nostri discorsi non saranno altro che parti di vento infecondi, come dice Plutarco[16]. Saremo invero noi a diventare sterili, portatori di un lógos vuoto, la cui continua emissione è quasi un tentativo di sopperire alla sua mancanza di concretezza, di incisività sul mondo. Ci sarà inoltre estremamente difficile non solo riconoscere e trarre profitto da un discorso utile, ma anche smascherare quelli falsi e dannosi, dai quali saremo facilmente ingannati e traviati.

Se si vuole essere realmente liberi, bisogna quindi, seguendo l’esempio degli antichi, coltivare se stessi anzitutto nel silenzio e nella pratica dell’ascolto, deponendo la presunzione e la superbia, così da disarmare il nostro più temibile carceriere: l’ignoranza. Potremo allora sciogliere i vincoli che ci tengono relegati nel fondo della caverna e iniziare l’ascesa per uscirne.

 

BIBLIOGRAFIA

 

  • Cicerone, Delle Leggi, a cura di A. Resta Barrile, Zanichelli, Bologna, 1972;
  • Enciclopedia Filosofica, Bompiani, Milano, 2006;
  • Esiodo, Le Opere e i Giorni, a cura di S. Rizzo, Rizzoli, Milano, 1979;
  • Omero, Odissea, trad. it. G. Aurelio Privitera, Fondazione Lorenzo Valla, 1983;
  • Platone, Repubblica, a cura di G. Lozza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1990;
  • Plotino, Enneadi, a cura di G. Faggin, Rusconi, Milano, 1992;
  • Plutarco, Tutti i Moralia, a cura di E. Lelli e G. Pisani, Bompiani, Milano, 2017;
  • Plutarco, L’arte di saper ascoltare, a cura di M. Scafidi Abbate, Newton Compton Editori, 2006.

 

[1]Plutarco, Come constatare i propri progressi nella virtù, 80b, trad.it Giulio Pisani, in Tutti i Moralia, Bompiani, Milano, 2017.

[2]Sempre che ci siano problemi realmente nuovi, e non piuttosto modi diversi di guardarvi.

[3]Cfr. https://www.etymonline.com/word/*leg- . Si veda anche la voce Logos in Enciclopedia Filosofica, Bompiani, Milano, 2006, vol.7, pp. 6756-6767. Ne citiamo qui solo un estratto: «la radice – λεγ – è la medesima per entrambi [λόγος e  λέγειν. n.d.a.], e tuttavia il significato primario di λέγειν non è “dire”, bensì “raccogliere”, “radunare”, epperò “scegliere”, e di seguito “enumerare”, “contare”; solo alla fine è “narrare”, “parlare”, “dire”[…]. Evidentemente il “dire” è una forma eminente dello scegliere e del raccogliere».

[4]«Nel significato stesso del termine legge è insito il concetto di scelta del giusto e del vero», ci dice Cicerone in De Legibus, II, V 11.

[5]Plutarco, L’arte di ascoltare, 38D 5 – 39 B 6.

[6]Passando così dalla categoria del patire a quella dell’agire. Non a caso, agere vuol dire proprio condurre.

[7]Si veda Omero, Odissea, IX, v. 290

[8]Vedi Repubblica, 470b.

[9]«Sulla terra non v’era un solo genere di Eris, bensì due ve ne sono; e mentre l’una è lodata da chi ben la conosce, l’altra è riprovevole: hanno infatti indole diversa» (Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 11-13).

[10]Ivi, vv. 14-20.

[11]Ivi, vv. 180-196.

[12]In un antro buio nasce Hermes, dio della parola e del silenzio, figlio di Zeus e Maia!

[13] Anche il nostro sistema scolastico è tuttora strutturato (almeno in linea di principio), sebbene prevalga adesso l’orientamento alla nozione invece che all’educazione, in maniera tale che il percorso dello studente sia soprattutto una lunga pratica nell’ascolto degli insegnanti. Solo a conclusione e coronamento del percorso universitario gli viene infatti richiesto di formulare quella che deve essere una sua tesi originale.

[14]Riguardo l’importanza del silenzio all’interno del percorso spirituale, particolare interesse meritano le considerazioni svolte da Plotino, il quale mostra come esso sia condizione necessaria alla ricezione della verità che viene dall’Uno: «Ma in chi è assolutamente semplice [l’Uno] quale processo è possibile? Nessuno, ma basterà un semplice contatto interiore. Ma durante il contatto, almeno finché avviene, non si avrà affatto né la possibilità né il bisogno di parlare: solo più tardi si potrà ragionarci sopra. Ma in quell’istante bisogna credere d’aver visto, quando l’anima coglie, improvvisamente, la luce. Poiché questa luce proviene da Lui, o meglio è Lui stesso […]. Questo è il vero fine dell’anima: toccare quella luce e contemplarla mediante quella stessa luce […]. Nemmeno il sole si vede mediante una luce diversa. Ma come può avvenire? Abbandona ogni cosa [Ἄφελε πάντα]» (Enneadi, V, 3, 17).

[15]Perché porre dei veli, se non per rendere visibile ciò che i nostri occhi non sono ancora in grado di vedere senza tale mediazione? Possiamo pensare al famoso lenzuolo del fantasma, usato in molte rappresentazioni: ci nasconde il suo vero aspetto, ma al contempo ci consente di percepirlo.

[16]Si veda Plutarco, L’arte di ascoltare, 38E.

La società odierna procede esattamente in questa direzione: dando continui impulsi a comprare, cliccare, dare opinioni, “comunicare” (che cosa poi?) senza mai dare sosta, non consente all’uomo di maturare, divenire fecondo, e dunque porta unicamente ai suddetti parti di vento. Nell’uomo che cresce (o piuttosto invecchia) senza maturare «rimane non la puerizia, ma, ciò che è più grave, la puerilità: e in questo è peggiore la nostra condizione, che abbiamo l’autorità dei vecchi e i vizi dei fanciulli, anzi degli infanti». L’infantilismo è la condizione cui è relegata la maggior parte degli uomini odierni, soggetti a pulsioni e capricci che si fanno via via più tirannici e che ne fanno però un consumatore perfetto, facile da dirigere al pascolo o nel suo navigare, estremamente recettivo a ogni impulso all’acquisto.

Ipazia con il padre Telone, tratto dal film Agorà.

ORAZIO COCLITE, MUZIO SCEVOLA E CLELIA

di K. Monterosso

“Et facere et pati fortia romanum est.”

Operare e patire da forti è da romano

  • Tito Livio

Nella Roma antica il saper soffrire e morire per la Patria, con Pietas, era il valore massimo che un uomo potesse avere.

La storia di queste tre figure eroiche, si colloca nel VI secolo a.e.v.  tra la fine dell’età regia e l’avvento della repubblica.

Tarquinio il Superbo era stato da poco cacciato dalla rivoluzione del popolo per abusi di potere, violenze e cattiva amministrazione. Esiliato chiese appoggio a Porsenna, Lucumone di Chiusi, che intervenne marciando verso Roma.

Giunto alle porte della città eterna, probabilmente con un’armata di suoi alleati etruschi, composta da numerosissimi uomini ben armati, si accampò sul Gianicolo. Per entrare in Roma era necessario attraversare il fiume Tevere sopra l’unico ponte che i romani avevano costruito: il ponte oggi noto col nome di Sublicio (all’epoca ancora in legno), che si dimostrava essere una breccia pericolosissima. Gli uomini di Porsenna già stavano per attraversarlo, quando tra le fila romane si fece avanti un giovane di titanica forza e sconfinata temerarietà: il suo nome era Orazio Coclite. Egli dopo aver fermato i compagni che si stavano dando alla fuga, presi dal panico, li esortò a riarmarsi e distruggere il ponte con ogni mezzo possibile, compreso il fuoco, mentre egli avrebbe retto l’urto dei nemici. Ottenuto ciò che voleva, si parò da solo contro i migliaia di soldati etruschi che rimasero sbalorditi dall’enorme coraggio del romano, il quale, armi alla mano, si scagliò furibondo all’assalto riuscendo a tener testa all’intero esercito nemico e impedendone il passaggio. Nel frattempo i Romani, dietro di lui, abbatterono il ponte con grandi colpi di scure. All’improvviso si udì uno schianto di assi e di travi spezzate: il ponte crollò, trascinando con sé Orazio ed alcuni soldati etruschi. Il Romano era un buon nuotatore e riuscì a porsi in salvo, raggiungendo le rive di Roma salvata.

Porsenna però non si ritirò e pose assedio alla città, con la speranza che i Romani si arrendessero vinti dalla fame.

Non passò molto tempo per riscontrare nella città laziale gli effetti dell’assedio, ma proprio mentre risorse e viveri stavano per finire, condannando il popolo a morte certa, un gruppo di giovani aristocratici romani pensò di risolvere la questione tentando un’impresa temeraria:  uccidere Re Porsenna.

I giovani tirarono a sorte e toccò a Caio Muzio, che presentandosi al Senato, chiese l’autorizzazione ad oltrepassare il Tevere da solo e senza visibili drappelli, per perseguire l’arduo tentativo. Egli ottenne il consenso e dunque, vestitosi da guerriero etrusco, partì con un pugnale nascosto e s’infiltrò nell’accampamento nemico. Arrivato in prossimità del seggio reale, si trovò immerso in una fitta folla, poiché in quel momento si stava distribuendo la paga ai soldati, con Re Porsenna seduto su di un palco con accanto il suo scrivano. Questi ultimi due avevano vestiti molto simili e lo scrivano, che aveva un gran da farsi, si trovava ad avere tutti i soldati che si rivolgevano ad esso; il romano fraintese le figure ed uccise l’uomo sbagliato, trovandosi subito accerchiato dai soldati etruschi e condotto d’innanzi al vero Porsenna che lo intimò di dire chi fosse, allorchè il giovane patrizio rispose: “Sono un cittadino romano, mi chiamo Gaio Muzio. ho voluto uccidere un nemico e nemmeno di fronte alla morte ho meno coraggio di quanto ne ho avuto per uccidere; agire e soffrire da forti è proprio dei Romani. Nè sono io solo a nutrire contro di te tali propositi: dietro di me c’è una lunga fila di giovani reclamanti lo stesso onore. Preparati dunque a questa prova, se ti piace, a lottare in ogni istante della tua vita, a trovarti sempre un pugnale e un nemico nel vestibolo della tua reggia. Questa è la guerra che noi, gioventù romana, ti dichiariamo. Non avrai a temere alcun esercito, alcuna battaglia; ma dovrai vedertela da solo contro ognuno di noi!”.

A quel punto vide poco distante un braciere per sacrifici e continuò:

“Punisco la mia mano perché ha sbagliato”

E dopo aver pronunziato tali parole, pose la propaggine dell’arto destro nel fuoco, lasciandola carbonizzare e rimanendo con fermezza, impassibile al dolore, concluse:

“Guarda come un uomo considera il proprio corpo quando ama la propria Patria”.

Il Re rimase talmente esterrefatto dinnanzi alla grandezza di tale atteggiamento e così impressionato, che diede l’ordine di liberare il giovane, il quale tornò a Roma, dove fu poi soprannominato Scevola, ovvero mancino.

Porsenna iniziò ad avere forti paure nel vedere la forza di un popolo che con un solo uomo fermò il suo esercito sul ponte Sublicio e con ardito eroismo era disposto impunemente a qualsiasi sacrificio pur di salvare la propria libertà, così, volendo preservare la propria vita, decise di intavolare coi romani trattative di pace.

Come parte del trattato di pace, che pose fine alla guerra tra Roma e Clusium, Lars Porsenna ottenne terre e ostaggi del patriziato, tra cui la giovane Clelia della Gens patrizia Cloelia. La ragazza, da indomita ed orgogliosa romana, non accettava di piegarsi al dominio di un nemico, così, una volta portata all’accampamento del Lucumone, non distante dalle sponde del Tevere, aspettò la notte e prendendo in mano la situazione spronò altre otto fanciulle a non piegarsi al giogo dello straniero, incarnando quell’ideale per il quale i loro stessi uomini si erano dimostrati disposti a tutto. Elle in quanto figlie di Roma, non sarebbero dovute esser da meno, decisero così di sfidare coraggiosamente la sorte ed eludere le sentinelle di guardia tornando alla madre patria. Fu così che queste 9 romane fuggirono arrivando sino alle gelate sponde del Tevere, ma durante il tragitto furono scoperte e bersagliate dalle frecce avversarie. L’unico ponte che portava all’urbe, era stato distrutto durante la battaglia con Orazio Coclite, ma piuttosto che la resa, le ragazze si gettarono tra le impetuose acque del sacro fiume sotto una pioggia di dardi. L’eroismo fu ripagato con la riuscita dell’impresa. Giunte all’altra sponda furono accolte dai romani che nel frattempo s’erano armati pensando di essere sotto attacco, ed invece rimasero stupiti nel vedere le giovani donne emergere dall’onde. Clelia ricongiunse le compagne alle proprie famiglie, ma una volta d’innanzi al Senato, lo Stato romano prese la decisione di persistere saldi i virtuosismi propri del sangue dei loro padri, mantenendo fede alla parola data e riconsegnando le 9 fanciulle a Re Porsenna, che una volta ricongiuntosi tra le tende dei propri soldati ordinò che le romane venissero portate al proprio cospetto chiedendo chi fosse stato l’artefice della fuga. Clelia avanzò verso il Re, tenendo fisso lo sguardo con colui che avrebbe potuto condannarla a morte, ammettendo con baldanza la propria colpa e dicendo che da romana non si sarebbe mai chinata a un nemico e che sarebbe stata disposta a riscappare. Porsenna si ritrovò di nuovo d’innanzi all’orgoglio e la fierezza della stirpe romana.

Il Lucumone, già colpito dalla lealtà dei romani ed estasiato dall’arditezza persino delle loro donne, preferì alla fine l’amicizia dei Romani piuttosto che ostinarsi a dare appoggio alla causa del Re spodestato Tarquinio il Superbo, così decise di restituire gli ostaggi e le terre per avere una pace ancora più duratura.

Per le sue gesta vennero tributati a Clelia molti onori e nel foro venne innalzata una statua equestre dell’eroina, ancora visibile nella tarda Repubblica.

Reddito di cittadinanza: un progresso antico!

Si ringrazia la testata di Ereticamente.net per la condivisione

Il polverone che sta alzando l’idea del reddito di cittadinanza è enorme. I poteri forti, secolari e millennari, si scagliano contro questo atto del governo giallo-verde come se fosse un’azione terribile e deplorevole.  La paura di fondo, manifestata pubblicamente, è che ciò accresca l’oziosità, l’evasione fiscale e le truffe contro il tesoro dello stato. Nella realtà dei fatti il reddito di cittadinanza non è un’idea nuova, ma appartiene ad un mondo antico: quello Romano! Cosa altrettanto curiosa è che non si tratta di un concetto maturatosi nel tempo, ma emerso in contemporanea alla fondazione di Roma. Plutarco, nella vita di Romolo, ci segnala che dopo la vittoria contro i Veientini, il primo Re di Roma non volle tenere schiavi, ma restituì i prigionieri di guerra agli avversari ed entrò in conflitto con i Patrizi fondatori perché evitò l’eccesso di crescita delle loro ricchezze rifiutando di distribuire loro nuove terre (oltre, appunto, a non fornirgli manodopera gratuita in forma di schiavi), bensì volle che ad ogni cittadino romano (i quali erano tutti impegnati a partecipare alle attività belliche) venissero equamente distribuite le terre conquistate. In ciò vi è un ideale sociale molto alto che vuole emancipare l’uomo dal dipendere dai ricchi dell’epoca.

A parere di alcuni storici Romolo (1) sarebbe stato eliminato fisicamente da una congiura di individui aspiranti all’accumulazione di ricchezze, e poiché egli era profondamente amato dal popolo, al punto tale che lo riteneva figlio di un Dio, venne sparsa la voce che fu visto ascendere in cielo: da ciò si sviluppò un’apoteosi di Romolo, assunto al rango di divinità col nome di Quirino, che evitò di ricercare il corpo del Re ed eventuali responsabili di un suo possibile omicidio. Nonostante ciò la politica romulea era oramai stata avviata nella città da lui fondata. Questo ideale sociale supererà i confini romani per divenire, due secoli e mezzo dopo, una ideologia comune al mondo italico: la causa di ciò sta nello sviluppo parallelo, nella pitagorica Magna Grecia, dell’intento della cancellazione della povertà tramite la distribuzione di terre (percepite come bene reale appartenente alla natura umana a differenza del denaro che invece la difetta) con la conquista di Sibari nel 510 a.e.v. da parte dei Crotoniati, guidati da Pitagora, il quale propose di distribuire le ampie campagne della città sconfitta alle classi sociali più povere. Anche qui si accese l’opposizione di una parte avida dell’aristocrazia, la quale organizzò una rivolta sanguinolenta nella figura di Cilone, che si concluse con la cacciata dei pitagorici e di un nulla di fatto per i meno abbienti. La cosa ebbe conseguenze pesanti per tutto il sud Italia perché Kroton era la polis di riferimento per le poleis Magnogreche. A riprese i Pitagorici riconquistarono il controllo della città, ma qui gli scontri sociali erano talmente intesi, tra le diverse fazioni, che si dovette fare di Taranto la novella polis a guida della “Lega Italiota”.

Osservando il fenomeno di nascita della prima Italia, risalta la presenza di un filo conduttore che ideologicamente vuole i cittadini liberi da ogni forma di servitù tramite un reddito pro capite che provenga dalla terra concessagli dallo stato. Il fenomeno è oltretutto meritocratico e spinge l’uomo allo sviluppo del concetto comunitario perché arriva alla conquista della sua “indipendenza economica” tramite la disponibilità d’impegno data alla comunità, vuoi servendo nell’esercito od in altre strutture statali. A questa linea ideologica si oppongono gruppi di latifondisti che ambiscono al controllo dello stato e delle ricchezze da esso reperibili.  Quando Roma arriva allo scontro con Taranto, nel 280a.e.v., ci si rende conto di come la Magna Grecia sia animata dalle medesime aspirazioni civili e sociali dei Romani, motivo per il quale questi ultimi elaborarono una leggenda che voleva Re Numa discepolo di Pitagora (cosa impossibile perché i due sono vissuti a circa due secoli di distanza), un motivo di propaganda che risultò credibile a causa delle medesime ideologie attive tra italioti e romani (2). La politica della libertà attraverso il possesso o reddito terriero si vide contrapposta all’ottica delle società fondate sul commercio, come quella punica, dove la ricchezza fondamentale non era la terra bensì il denaro. Gli scontri con la plutocrazia cartaginese si conclusero con la distruzione di Cartagine del 146 a.e.v.

Dopo tale evento le tensioni sociali italiche si accentuarono: i Gracchi proposero, per l’ennesima volta, la distribuzione di terre ai meno abbienti: con la crescita del dominio romano aumentavano i cittadini e le necessità ad essi connesse. I nobili intenti di questa famiglia romana trovarono la contrapposizione dei soliti “poteri forti” che, questa volta, li eliminarono spietatamente in pubblico. Dei terreni di Cartagine non si fece più nulla, ed una enorme ricchezza pubblica restava lì, bloccata ed improduttiva. Nel giro di mezzo secolo i contrasti sociali giunsero ad una terribile guerra dove le città italiane si allearono contro i poteri forti di Roma per vedersi riconosciuta la cittadinanza e poter prendere parte alle votazioni inerenti la gestione delle nuove terre: fu la guerra sociale. Silla ufficialmente vinse, ma dovette concedere la cittadinanza romana ai “socii” (alleati) italici, i quali, con ciò, furono i veri vincitori. L’identità italiana raggiunse finalmente la realizzazione del suo ideale sociale sotto Cesare: questi nel 59 a.e.v. concretizzò la riforma agraria, facendo ottenere ad ogni cittadino la quantità di terreno necessario all’indipendenza della propria famiglia.

Col tempo Roma si trasformò in un impero sempre più strutturato nella realtà statale, da ciò ne conseguirono la crescita di città sempre più grandi con forte intensità demografica: si sviluppò allora una nuova forma di reddito, dapprima consistente nella distribuzione di alimenti (farina, olio, vino) alle classi meno abbienti, fino alla distribuzione di somme di denaro da Augusto in poi: si tratta del congiarium pro capite, ovvero una somma di denaro minima considerata utile ad avere uno stile di vita dignitoso, che veniva distribuita alle classi meno abbienti per cancellare la povertà. La Res Publica dei romani fu la più longeva, nella storia dell’umanità, perché si fondava su un ideale sociale che voleva la cancellazione della povertà. Persino la schiavitù a Roma ebbe diritti che altrove non esistevano: lo schiavo romano riceveva un reddito che poteva essere fittizio (un credito segnato) o reale (in monete), grazie al quale poteva comprarsi la libertà una volta raggiunta la cifra dovuta. Certo Roma ha avuto molti elementi contrastanti, ma dall’antica italicità si possono trarre valori molti sani ed in alcuni casi risolutivi per problematiche attuali che i nostri antenati già affrontarono.

Nella società odierna non sono più i valori ad essere il centro della società, ma il denaro, ciò ha fatto sì che una riforma di diritto, come quella attuata dal governo di Lega e Cinque Stelle, è mal vista, quasi si subisse un furto, mentre a Roma il denaro non era concepito come obiettivo di vita ma come strumento per una vita dignitosa. Le nostre nazioni divengono moderne nel momento in cui si rifanno alla politica romana: lo stesso concetto di repubblica nasce nell’antica Roma e viene ripreso dall’illuminismo in poi. Il corpo dei diritti civici nasce a Roma e da Roma lo riprendiamo. Recuperare il concetto di “reddito sociale”, concepire lo stato come struttura agente super partes per la risoluzione delle differenze sociali, ciò è profondamente moderno, poiché la modernità trae origine dalla romanità: la repubblica francese, ricca di aquile e altri simboli romani, ricca di titoli ed istituzioni riprese dalla Roma antica ne è la dimostrazione concreta e reale. Questo processo di ripresa e sviluppo non è ancora terminato perché molte, delle istituzioni positive romane, sono da riprendere e svilupparsi, ed il nostro governo attuale sta affrontando una riforma moderna che appartiene alla storia del nostro paese, dove per secoli città e fazioni hanno lottato per poter vedere il loro ideale realizzarsi a discapito dei prepotenti e degli avidi.

Note:
1 – Sulla reale esistenza di un primo re di Roma l’archeologia ha fugato ogni dubbio. A tal riguardo si vedano le ricerche condotte dall’archeologo Andrea Carandini sul Palatino. Un primo re v’è stato, ha fondato la città ed ha eretto una cinta muraria sul Palatino. Certamente vi sono elementi mitistorici e propagandistici elaborati dalla storiografia romana, ma il fatto che si attribuiscano determinate riforme al primo re significa che per i romani, ideologicamente, esse erano importanti e che erano intenzionati a promuoverle;

2 – Vedansi gli atti del convegno “Il pitagorismo in Italia ieri e oggi”, Università La Sapienza di Roma, 2005.

Giuseppe Barbera, archeologo e presidente Pietas.

MMDCCLXXI DIES NATALIS URBIS

 

Il 21 ed il 22 aprile 2018 e.v. l’Associazione Tradizionale Pietas ha svolto, come ogni anno, i festeggiamenti per i Natali di Roma.

Si tratta del momento più importante per le nostre comunità, quello in cui tutte le rappresentanze territoriali di Pietas si incontrano a Roma per onorare gli dèi e disquisire sui temi spirituali ed etici a noi più cari.

 

Le attività del tempio di Giove a Roma, per i Natali dell’Urbe di quest’anno, si sono aperte il 18 aprile 2771 a.v.c. (2018 e.v.) con l’accoglienza di una delegazione Greca, condotta da Vlassis Rassias, venuta ad onorare il Tempio di Giove nel Sanctuarium Pietatis. Allo scambio di doni con i rappresentanti Pietas, è seguito un simposio dove si è dialogato in merito ad un progetto sulle comunanze greco-romane, proposto dal gruppo Ellenico Thyrsos nel 2767 a.v.c. (2014 e.v.) proprio presso l’allora erigendo Sanctuarium Pietatis.

Nella sua sede Romana Pietas ha gestito l’accoglienza soci nella settimana a cavallo dei festeggiamenti, con ottimi risultati logistici. Particolari ringraziamenti vanno al gruppo amico Fons Perennis, che ci ha coadiuvato nella gestione dei sovrannumeri dei gentili giunti a Roma.

In occasione delle feste correnti, il socio Luigi Fratini ha composto un inno per l’Associazione Pietas, accolto dal presidente e dal direttivo nazionale con grande soddisfazione sotto auspici fausti e felici.

Rito al circo massimo

Il 21 aprile, alle ore 11.00, è stata convocata, secondo rito, l’assemblea dei soci Pietas presso il circo Massimo, dove si è svolta la cerimonia rituale in onore dei Numi tutelari di Roma all’interno del pomerio. Ringraziamenti per il sostegno logistico dell’evento vanno al Gruppo Storico Romano che ha concesso l’uso di spazi da lui allestiti.

sala piena 2

Sempre il 21 aprile, alle ore 15.00, si è svolta una conferenza organizzata presso Palazzo Falletti, dove sono intervenuti numerosi relatori sull’argomento del “Fuoco di Vesta”.
In occasione della conferenza è stato presentato anche il nuovo numero della rivista Pietas: “Civitas Sapientiae”. Particolari ringraziamenti a Fons ed Ereticamente per il sostegno a questo evento.

copertina Pietas 14

Alla sera, presso il tempio di Giove, è nato spontaneamente un banchetto con numerosi soci giunti a prendervi parte.

Il 22 aprile, alle ore 10.30, i soci si sono incontrati presso il Tempio di Giove, dove si sono svolti riti di offerte e onorificenze alla triade del Tempio.

Il presidente Pietas, soddisfatto della magnifica riuscita degli eventi di quest’anno, ha decretato che venga ritualmente appesa la Palma della Vittoria sulla porta del tempio di Giove come gesto di ringraziamento agli Dèi.

Il pensiero di Giuliano

Giuliano l’Apostata che fu iniziato ai veri, non concepiva perchè il paganesimo integro ed esuberante della iniziatura romana dovesse sostituirsi con una eresia antimagica che preparava alla morte e non alla vita e che si chiamava cristianesimo appunto per un simbolo di morte.

Giuliano Kremmerz

La Porta Ermetica, cap. VII

Mundus Patet 2767! S’è fatto bene a “conferenziare”?

mundus“Qualcuno” sostiene che “il Mundus Patet non sia giornata adatta ad un incontro culturale, perchè per i Romani in quel giorno non si dovesse fare nulla di rituale e importante”.   Tale definizione è sbagliata, faziosa,  perché nella realtà dei fatti l’apertura del Mundus è un gesto rituale, ed a quella apertura si compiono offerte di primizie, riti che lo stesso Romolo inaugurò. Quindi certi riti si fanno, anzi è obbligatorio compierli! Semmai nei giorni di Mundus era cosa buona evitare di dedicarsi a determinate opere per dare a quella giornata il giusto valore. Un po’ viene a mente il detto popolare “di Venere e di Marte né si sposa, né si parte né s’inizia l’arte”, difatti le proibizioni vigenti consistevano nel non attacar battaglia, non fare leva, non si convocava il popolo a votare, non si operava nella pubblica amministrazione (gli uffici restavano chiusi), non si salpava e né si contraeva matrimonio (Macr. Sat. 1, 16, 16). Il divieto a compiere atti pubblici in quei giorni era perchè i romani riflettessero sull’importanza misterica di tale festa. L’esecuzione di adeguai riti della giornata (apertura del mundus, formule ed offerte, relativa chiusura rituale ad un determinato orario) era un obbligo per i sacerdoti e magistrati adibiti ai compiti, talmente importanti che il resto delle attività cultuali restavano ferme per evitare che questi riti “occulti” venissero tralasciati. In questa giornata i sacerdoti compivano riti per aprire la “connessione” tra i “mondi”. Essendo il dies mundi Cereris era doveroso, da parte dei gentili, compiere determinati riti. Chi non conosce codesti riti non deve neppure provare ad emulare, o imitare o parodiare, perché essi sono di tale potenza che porterebbero sciagura a chi s’approcciasse a farli inconsciamente. Nella pratica romana è infatti fondamentale la “coscienza” di ciò che si compie ritualmente. Mai operi chi è nel dubbio, altrimenti la sua arroganza e presunzione, nei confronti del rito, saranno la sua rovina. Per realizzare un mundus e compiere i “dovuti” gesti rituali, bisogna avere a fondo intuito il significato misterico del rito ed averlo ricevuto legittimamente. L’incontrarsi, dopo 2000 anni, in un giorno di Mundus e compiere una conferenza sulla Romanità è una cosa corretta, perchè essa non è un’attività lavorativa ma un gesto che è finalizzato ad aprire quella fossa di contatto con un mondo occulto. Questo occulto mondo misterico della Tradizione, nel giusto tempo calendariale, deve tornare a congiungersi col mondo dei vivi praticanti. La conferenza dell’8 novembre 2014 e.v. è stato un gesto analogico al rito del Mundus Patet, giorno in cui “tutti i mondientrano in contatto, dunque giornata adattissima allo studio piuttosto che al far leva, o atti d’ufficio, o matrimoni, o guerre o riti pubblici. Ci si è mossi nel pieno rispetto dei precetti patrii: quell’8 novembre 2767 diversi gruppi di Tradizione si sono incontrati pacificamente senza sigillare il ben che minimo accordo, senza farsi o dichiararsi guerra, ma semplicemente ogni relatore ha esposto le sue idee sul “contatto” tra dimensione umana e dimensioni divine. Nulla di più appropriato! Gli stessi organizzatori dell’evento (la redazione di ereticamente.net) non avevano ragionato su tutto ciò, hanno semplicemente agito e Pietas ha aderito volentieri ad un atto così profondo che solo i Numi potevano esserne stati ideatori, utilizzando, come al loro solito, gli uomini.  Chi è rimasto a casa a leggere un libro sui miti, magari anche fumando un buon sigaro e sorseggiando un buon vino, è stato pio. Chi è venuto alla conferenza, per avere informazioni che lo aiutassero a riflettere sui misteri della romanità, è stato pio. Chi, in malafede, l’8 novembre 2014 avesse fatto un giro di telefonate per raccogliere accoliti alla detrazione di tale evento, avrebbe violato la prescrizione dei padri a “non far leva”. Chi, quell’8 novembre, avesse mosso parole polemiche per far guerra a qualsivoglia gruppo, avrebbe violato le norme dei padri.
Dunque chi sostiene che la prescrizione dei padri fosse di non far nulla, ma allo stesso tempo solleva polemiche, interpreta male e viola una chiarissima prescrizione pontificale espressa nella Kalendarium.
Chi non ha compreso il significato misterico del rito del Mundus non può riconoscere quali siano le azioni analogicamente più corrette in riferimento a quel rito; chi invece ha inteso l’importantissimo arcano, chpietas 11 rivistee si cela dietro il gesto di tale rito, bene comprende che solo i Numi della Tradizione Patria potevano ispirare gli uomini ad incontrarsi in un giorno di Mundus per favorire l’incontro di forze provenienti dai diversi mondi. E quest’azione di conciliazione ha mondato le impurità di ogni cattivo pensiero reciproco. Ed è proprio in un giorno di Mundus che tante cose, che erano dubbie ed occulte, son venute alla Le vie al SacroLuce. Ringraziamo tutti i relatori e gruppi che hanno preso parte all’evento. Per gli studiosi curiosi di conoscere quale “parte di sapere” sia venuta alla luce nel mundus dell’8 novembre MMDCCLXVII sono disponibili gli Atti del Convegno “Le Vie al Sacro della Tradizione Classica”. Per ordinarli scrivere a info@tradizioneromana.org

De Superbia

di Elio Ermete
estratto da Pietas 1

Il cavallo di Troia è simbolo di un'azione necessaria all'abbattimento dei propri limiti, rappresentati dalle mura della città di Troia, la quale deve cadere affinchè in futuro Romolo fondi la Roma quadrata
Il cavallo di Troia è simbolo di un’azione necessaria all’abbattimento dei propri limiti, rappresentati dalle mura della città di Troia, la quale deve cadere affinchè in futuro Romolo fondi la Roma quadrata

Nel mondo latino la parola superbia indica il sentimento dell’orgoglio, distinto da quello della fierezza che si traduce decus: ingens suis decus attulit (è motivo d’orgoglio per la sua famiglia). Il termine inflatus denota invece un soggetto tronfio di se stesso, gonfiato dalla propria superbia, come se un demonio gli avesse soffiato in corpo il sentimento dell’orgoglio.

Nella cultura romana l’orgoglio in senso sano è la fierezza, vocabolo che preserva il tema dell’ambito selvatico, la selva, il disordine remio, difatti feritas significa anche selvatichezza, pertanto anche questo è considerato un sentimento negativo, tranne quando è generosus animus.

Nella tradizione classica i soggetti orgogliosi vengono puniti dal Padre degli dei od anche dai suoi figli se direttamente chiamati in causa; nel mito i soggetti orgogliosi non trovano mai la via della realizzazione.

Anchise, il padre di Enea, ottenne l’amore di Venere, ma egli si vantò di aver ottenuto tale dono divino, vanto finalizzato ad accrescere il suo orgoglio di fronte ai suoi simili, ma che gli costò la perdita della vista e dei favori della dea.

Achille è l’orgoglio assoluto di se stessi e mai riuscirà ad entrare nella città di Troia per espugnarla, ovvero il soggetto orgoglioso non riuscirà mai ad abbattere le costruzioni mentali che ha recepito e realizzato in sé, passo necessario (appunto rappresentato dalla guerra di Troia) per poter intraprendere il viaggio di ritorno alla patria d’origine dell’anima. Per quanto l’eroe figlio di Peleo ottenga riconoscimento ed onori dagli uomini, mai realizzerà il primo passo dell’opera alchemica[1]. Egli ebbe la scelta fin dall’inizio: o partire per i lidi orientali per veder soddisfatto il proprio orgoglio e morire o vivere in eterno nella sua dimora.

Agamennone per il suo forte orgoglio costruisce un altro sé, un elemento estraneo a lui stesso (Egisto) che s’impossessa della sua anima (rappresentata dalla moglie Clitennestra) e che poi lo uccide.

Niobe usò i suoi figli per soddisfare il suo orgoglio, vantandosi di averne generati più di Latona volle farsi credere superiore alla madre di Apollo e Diana, ma ciò le costò la vita.

Aracne era bravissima nell’arte della tessitura, che le fu insegnata dalla dea Atena, ma il suo orgoglio le fece credere di poter essere superiore ad una dea e sfidò la sua maestra in una gara di tessitura. Dopo averla sconfitta la Glaucopide dea trasformò la presuntuosa in  ragno.

Il sileno Marsia[2], orgoglioso delle melodie che riusciva a suonare con il flauto di Minerva sfidò lo stesso Apollo ad eguagliarlo con la lira: il vinto sarebbe stato alla mercé del vincitore; sconfitto fu fatto scuoiare vivo dal dio solare.

L’orgoglio è una crescita alternativa  e deviata del sé spirituale, che porta ai peggiori sentimenti che l’animo umano possa manifestare: pregiudizio, vanagloria, superbia, sopravvalutazione di se stessi fino alla propria distruzione, come il mito stesso testimonia.

La nascita di questo elemento avviene per una deviazione della rota solare causata da una sua disfunzione, difatti l’orgoglio è l’espressione dei valori solari capovolti.

Il soggetto solare è disponibile e silenzioso, tanto che il dies silentii è alla vigilia della nascita del Sole, sa ascoltare, valuta con equilibrio le ipotesi che gli vengono proposte e trova la giusta collocazione ad ogni pianeta perché possa ruotare, chi vicino, chi lontano, attorno di lui. L’uomo orgoglioso si considera superiore e si concede con difficoltà, parla per dare vanto a se stesso e non ascolta i giudizi degli altri ritenendo le persone in un gradino inferiore al suo, vuole forzare la funzione degli individui che gli stanno attorno, convinto di essere in grado di scegliere per loro, fino a perderli ed allontanarli da sé.

La larva dell’orgoglio è generata da una iperattività del plesso solare, per gli yogi sull’ombellico, e può nascere anche per una erronea alimentazione; coscienti di ciò i sacerdoti antichi eseguivano digiuni regolari scanditi dall’anno solare per mantenere il proprio metabolismo in armonia coll’astro celeste, evitando così di alimentarsi di sentimenti sbagliati ed infausti. Una volta generata suddetta larva pesante, dai Romani chiamata Lemure[3], essa si accresce intelligentemente agendo sulle funzioni spirituali dell’individuo: infatti alla spinta operativa del rito, che dovrebbe far ascendere gli elementi puri fino alla nascita della Minerva dal capo, s’insinua detto orgoglio sostituente i puri sentimenti animici, da ciò si avrà l’ascesa di un Marsia invece che di un Quirino.

Per far ascendere la forza animica ripulita dall’azione solare/spirituale che ha impresso della sua luce l’anima/luna necessita un’azione marziale, quando però questa spinta è sporcata si ha il Marsia, e seppure entrano in sintonia tutte e sette le note planetarie grazie all’azione dell’arte (questa rappresentata dal flauto di Minerva, nel quale si soffia), essendo sporca la matrice ascensionale (quella che gli Indù chiamano kundalini e noi Romani Iuno) invece di generarsi il fuoco interno delle rigenerazione si sentirà un bruciore sulla pelle simboleggiato nel mito dallo scuoiamento. Ma l’orgoglio stesso farà credere al praticante di essere nel giusto ed egli continuerà fino alla sua rovina poiché in realtà starà svolgendo l’azione di prevaricazione delle mura di Remo, gesto che garantisce la sua morte.

Il soggetto solare invece incarna l’azione romulea e non permette al Remo di prevaricare le mura entrando nel Palatium/corpo, compiendo un gesto di tutela della propria Urbs.

Il sentimento dell’orgoglio, essendo faunico e remio, è un impulso disordinato e caotico, manifestazione della crescita del Cacodaimon a discapito dell’Agatodaimon, è quindi un elemento distruttore. La volontà di imporsi sugli altri porta solamente al dissolvimento degli ambienti umani, così il Cacodaimon riempirà il cuore dell’orgoglioso di disprezzo per gli altri, non comprendendo l’uomo che egli è fautore del proprio destino e che le scelte fatali che sta affrontando lo porteranno ad un morboso attaccamento alla materia che sempre più lo allontanerà dalla dimensione della luce solare. Schiere di demonii risponderanno alle sue chiamate e crederà di essere potente e sulla giusta via, non comprendendo che per lui si staranno aprendo le porte di un abisso di materia scura, il guadagno di denaro e l’avanzamento di carriera non saranno in questo caso un prodotto gioviano, bensì il risultato della deviazione solare in ricchezza saturnia, solitudine che cresce quotidianamente perché in nessun rapporto umano troverà più la vera scintilla erotica, di Amor puro, che tiene uniti amici, familiari e i nostri amori

Il gentile che abbandona la gentilezza, o che usa questa ipocritamente, non comprenderà mai nessuno dei misteri luminosi e trascorrerà la sua vita in gioie effimere e noie preludio di un cammino di buio solitario.

Alcuni autori moderni considerano solare l’atteggiamento d’imposizione della propria volontà sugli altri, pensano che la dignitas consista nel comportarsi come esseri superiori sugli altri, ma queste sono vanaglorie, portatrici di squilibri solari, matrici di lemuri che se prendono il sopravvento sull’individuo lo condannano ad un lungo buio mentale, che lo porterà al fanatismo ed alla superstizione, lo stesso sentimento che ha spinto molti fanatici religiosi autori dei peggiori eccidi della storia, come il vescovo cristiano Teofilo, che spinse Teodosio a far vietare ogni culto pagano e che aizzò intere folle di fedeli contro i templi, così come il vescovo Cirillo ordinò ad un gruppo di uomini di uccidere Ippazia, la direttrice della Schola Pitagorica Alessandrina, i quali la attesero mentre rientrava nella sua dimora per prenderla, trascinarla alla chiesa di Cesario, strapparle le vesti, farla a pezzi con dei cocci e cavarle gli occhi mentre era ancora viva[4]. Quegli uomini che cercavano la luce non si resero conto che per il loro orgoglio, per il pregiudizio e per la presunzione uccisero l’ultimo astro luminoso di Alessandria; qualcosa che invece avrebbero amato se fossero stati gentili nell’animo. Sta all’uomo la scelta. O una vita romulea, costruttiva per se e per gli altri, o la distruzione remia. Il mito lo testimonia, ma la maledizione degli uomini è che essi dimenticano.

[1] S’intende qui il processo di trasmutazione della propria interiorità

[2] Vedremo più avanti perché Marsia è una manifestazione marziale silvestre, dunque faunica e deviata, accrescitrice dell’orgoglio.

[3] Per i Romani i lemuri erano le larve sprigionatesi da Remo, esse venivano credute, in alcuni casi, ereditate dai padri, ciò perché la comunione quotidiana in famiglia porta anche alla trasmissione dei sentimenti dal soggetto capo della catena domestica a tutti gli anelli componenti. Per tali motivi un capo famiglia deve essere sempre un esempio di rettitudine. Per il bene dei suoi stessi congiunti.

[4] Damascio cit. 76, 24-81.

ereticamente.net intervista il presidente Barbera

a cura di Luca Valentini per ERETICAMENTE.net

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  • Dott. Barbera la vostra Associazione è possibile collocarla nel quadro di diversi raggruppamenti del cosidetto “tradizionalismo romano”, ma sotto quali aspetti il vostro percorso si differenzia dagli altri?

L’Associazione Tradizionale Pietas è una realtà eterogenea composta prevalentemente da comunità connesse tra loro nell’interesse delle tradizioni greco-romane in Italia. L’approccio alla Tradizione avviene in maniera asettica, evitando forme di fanatismo o visioni faziose che possano alterare la reale comprensione della Tradizione in se stessa. La nostra entità è culturale e non religiosa poiché consideriamo, allo stesso modo degli antichi romani, la Pietas come un corpo di valori nel percorso della filosofia intesa come via di ricerca della sapienza a discapito dell’approccio religioso, reputata come una forma di misticismo che rallenta il cammino della comprensione.

Purtroppo non mi è possibile chiarire su cosa il nostro percorso si differenzi dagli altri perchè non conosco metodi e percorsi di altri gruppi di tradizione romana in Italia, mi è possibile definire con chiarezza l’organizzazione all’interno della nostra struttura: in Pietas ci si può accostare in diversi modi alla tradizione, cominciando dallo studio dei testi classici e sacri della nostra tradizione (Iliade, Odissea, Eneide, Georgiche, Bucoliche, Teogonia etc.) con un’ottica esoterica in senso socratico fino ad arrivare anche alla comprensione ed alla pratica del rito antico nell’ottica della pietas greco-romana.

  • Si nota nei vostri scritti, nella vostra rivista una propensione particolare per il Pitagorismo, e ciò non crediamo sia solo motivato dall’essere la sua Associazione sorta a Crotone in Calabria. Può cortesemente sintetizzarsi quali connessioni vi sono tra la vostra visione del mondo ed il Pitagorismo?

La connessione tra pitagorismo e tradizione romana nasce nella prima Italia. Se è vero che Roma, affacciandosi sul Mediterraneo, coglie il testimone della civilizzazione alessandrina del mondo, già prima aveva ripreso l’intento pitagorico di creare un’Italia unita. L’esperienza della Lega Italiota fu la prima volontà d’unità della penisola e nacque proprio nell’ambito Crotoniate. Quando poi il nuovo centro del Pitagorismo divenne Taranto e ci fu la famosa guerra contro Roma del 270 a.C., l’Urbe eterna decise di abbracciare l’ideale pitagorico (riconoscendo in esso dei motivi ideologici già presenti a Roma) creando il mito del re Numa discepolo di Pitagora. Storicamente questo discepolato diretto è impossibile a causa della distanza cronologica tra le vite di Numa e Pitagora, ma chiaramente venne messo in atto un sistema di propaganda finalizzato ad unire la Magna Grecia (prevalentemente pitagorica) con la componente socio-politica e culturale romana, motivo per cui verrà posta la statua del filosofo samio all’ingresso della Curia Optimia. Dunque la nostra propensione per il pitagorismo si aggancia ad un motivo culturale che si espresse con grande forza nell’antica Roma: le stesse riforme dei Gracchi ricalcavano le idee di Pitagora in merito alla riorganizzazione dei terreni della distrutta Sibari, così i Gracchi volevano ripartire similmente i terreni della distrutta Cartagine; sia Pitagora che i Gracchi trovarono l’opposizione delle aristocrazie terriere.

  • Un numero della rivista Pietas è stato dedicato alla figura altamente stimabile di suo padre, come fondatore dell’Associazione. Senza voler esser invadenti e scortesi, possiamo chiederle, a livello spirituale ed in sintesi, quale è il lascito più importante che Gianfranco Barbera ha consegnato alle nuove generazioni che a voi si avvicinano?

pietas 5Onestà intellettuale, equanimità, impegno. L’onestà di riconoscere dove stiano i limiti e dove ricercare la grandezza della nostra tradizione; il dare il giusto valore alle cose ed alle persone abbattendo la faziosità e gli interessi del proprio ego; L’impegno, ossia la Pietas, l’impegno verso la famiglia, gli amici, la patria e gli dei. Oggi Crotone si presenta come città di Pitagora con i suoi cartelloni all’ingresso della città, con monumenti dedicati al grande filosofo, ma prima dell’avvento di Gianfranco Barbera a Crotone e del suo interesse alla politica cittadina l’unico monumento della città era uno scoglio messo al centro di una piazza in via Cutro, dal quale ogni tanto sgorgava un po’ d’acqua. Sessant’anni di socialismo reale avevano cancellato ogni traccia di memoria storica: Gianfranco Barbera attuò una vera rivoluzione culturale a Crotone, sensibilizzando chiunque, al di là delle posizioni politiche, alle antiche tradizioni crotoniate. Nonostante fosse un militante attivo di destra, la sinistra crotonese ebbe sempre grande stima della sua cultura e dei suoi valori, tanto da commissionargli dei quadri sulla fondazione dell’antica Kroton e sulla scuola pitagorica oggi nell’androne del palazzo della provincia in via Mario Nicoletta.

  • Oltre al Pitagorimo, nella rivista, negli scritti di suo padre e suoi abbiamo notato un continuo riferimento all’esperienza magica del Gruppo di Ur, non solo verso la componente pitagorica (Reghini –Parise), ma anche gli insegnamenti ermetici (Quadrelli) e antroposofici (Colazza – Scaligero). Che legame certi insegnamenti possono avere con una via di cultualità gentilizia italico-romana?

Nel suo percorso Gianfranco Barbera cercò, sin da giovane, la via della Tradizione. Allo stesso modo di Ulisse viaggiò per i mari ed approdò a diversi lidi fin quando non giunse a quello tanto agognato della via Romana. Si è sempre definito un gentile e nonostante le sue posizioni dichiarate molti uomini di chiesa avevano grande stima della sua figura tanto da commissionargli restauri di quadri antichi di culto cristiano. In ciò egli fu l’incarnazione della tolleranza e del dialogo: se non avesse mai studiato i vangeli e la bibbia e grandi teologi come Kircher, D’Aquino e D’Agostino non avrebbe mai potuto, per mezzo delle comparazioni, far comprendere ai sacerdoti cristiani i motivi delle sue posizioni, dagli altri sempre rispettate ed apprezzate. Egli, in pieno spirito romano, studiava anche le tradizioni degli altri per trovare punti di sincretismo e di comuni origini: del resto la stessa cosa la fecero i Romani con i Greci e con i diversi popoli assoggettati. Ma nonostante ciò più andava avanti negli anni e più ricercava la tradizione prisca della Roma arcaica abbandonando le fasi di quei grandini più in giù, della piramide spirituale dell’umanità, dai quali passiamo tutti quanti ma solo in pochi poi si ascende a quelli più stretti.

  • In Italia, suolo di Roma Eterna, da Romolo a Pomponio Leto vige un sospettoso silenzio, dalla scuola ai media, sui temi della Cultura Classica. Crede ciò sia dovuto solo all’antagonismo egemonico e secolare della Chiesa o intravede altri e più subdoli Avversari?

Certamente esiste un intento di origine occulta finalizzato a sconnettere gli uomini d’Italia dai loro geni originali, probabilmente il nostro potenziale è tale da far si che altri temano un nostro predominio in caso di risveglio collettivo delle coscienze, così da tenerci distanti dalle nostre tradizioni patrie per poterci gestire e controllare al meglio. Un albero senza radici può essere sradicato subito. Ma per quanto possano cancellare l’informazione sulle nostre origini, nel genoma italico risuona e ribolle il legame coi geni ed i numi dei nostri antenati, pertanto l’invincibilità della Tradizione sta nella sua capacità di sopravvivenza nonostante l’occupazione culturale dello straniero.

  • In merito alle evidenti condizioni di decadenza non solo del mondo moderno, ma anche di tutto un mondo del tradizionalismo che spesso sfocia quasi nella parodia del Sacro, che non in un suo sperato recupero, voi intendete porvi come argine oppure giudicate non esserci i presupposti per un’analisi negativa, così come da noi sintetizzata?

partenoneEsiste non solo in Italia, ma in tutta Europa, un risveglio verso la Tradizione. Un sentire che tende a fuoriuscire dalle catene materiali e morali imposte dalle religioni moderne che hanno cancellato l’antico sistema di diffusione della Sophia, ossia della sapienza. Nel mondo antico l’approccio al rito era differente. Se oggi già da giovani s’impone la presenza ad adunanze collettive, chiamate messe, finalizzate alla circonvenzione culturale degli uomini che da potenziali eroi invece devono comportarsi come pecore al servizio del pastore che da loro trarrà il suo profitto ed il suo guadagno, nel mondo antico l’accesso al tempio era riservato solamente ai meritevoli. Il paradigma cristiano “beati i mendicanti di spirito” è stato cangiato in “beati i poveri di spirito”, forse per un’errata traduzione o forse con un voluto intento di cancellazione della meritocrazia ed appiattimento spirituale della popolazione al fine di controllarla e gestirla al meglio. Guardando oggi un tempio romano notiamo, generalmente, un particolare importante: all’interno del tempio era posta l’ara, un altare verticale che simboleggiava l’aspirazione verso l’alto del praticante che entrava nel Naos. All’esterno l’altare era un parallelepipedo posto sulla scalinata che sviluppava la sua lunghezza in orizzontale: qui avvenivano i sacrifici per la collettività, il sacerdote coadiuvato da alcuni assistenti saliva alcuni gradini e sacrificava gli animali simbolo delle cose che vanno lasciate fuori dal tempio per potervi ascendere. Il sacrificio massimo era il Suovetaurilia, ossia un maiale, una pecora, un toro; i bassi istinti della riproduzione e della gola erano rappresentati dal maiale, l’ignavia dalla pecora, l’arroganza e la prepotenza dal toro. Questo altare era orizzontale perchè voleva proiettare il suo intento verso l’orizzontalità della materialità e del popolo profano. Durante il rito erano i sacerdoti e gli iniziati che pronunciavano le formule sacre, non vi era la partecipazione di tutti nel cantare inni o altro: il popolo assisteva, non partecipava attivamente, ma ricettivo frequentava il tempio per assumere la luce sapienziale dei suoi sacerdoti. Quelli che comprendevano il motivo dei gesti e delle azioni rituali, quelli che capivano perchè in processione venissero portati simboli particolari come calici e crateri, o rose o quanto altro scegliessero i sacerdoti, quelli venivano addentrati alla sapienza del tempio; significativo l’esempio di Apuleio nell’asino d’oro: egli partecipa alla processione isiaca, comprende il motivo della rosa in processione e la mangia: i sacerdoti che lo vedono lo addentrano subito ai misteri del tempio e gli viene poi data la possibilità di poter andare avanti nel suo percorso spirituale e giungere successivamente ai misteri solari di Osiride. Questo era il sistema antico: non era necessario essere sudditi di un sovrano religioso per poter accedere ad un percorso spirituale, ma vi erano sacerdoti ed ordini spirituali finalizzati a seguire e curare i meritevoli. Oggi questo sistema è stato interrotto: gli altari all’interno dei templi cristiani sono orizzontali, non verticali, e se per caso qualcuno comprendesse perchè viene innalzato il calice verso l’alto mentre si sente dire mistero della fede e lo dicesse al sacerdote, ci si sentirebbe tacciare di eresia e follia. Solamente ai sacerdoti che comprendono i significati dei simboli viene concesso di poter accedere ai misteri parodiati, rubati con violenza e conservati e tenuti dalla chiesa per il proprio potere, gli altri devono rimanere pecore che pascolano nei prati del Dominus, parola che significa Signore ma anche padrone ed il cristiano deve essere Servus (schiavo) del Dominus (padrone). Del resto è sempre stata ammessa l’origine della chiesa come religione degli schiavi. E’ chiaro che il problema di fondo è che l’uomo moderno è stato depauperato della possibilità di evolversi spiritualmente, necessitando le chiese cristiane di enormi greggi per il loro mantenimento. E’ normale che in chi si risveglia la scintilla della sapienza non è detto abbia sempre la possibilità di trovare il giusto punto di riferimento e quindi con facilità vengono a crearsi gruppi umani che, nel giusto principio della libertà di ricerca, a volte si innestano su terreni cultuali errati pensando di riscoprire vie tradizionali quando invece capitano in percorsi che traggono le loro origini dall’occultismo dell’800, prevalentemente frutto di èlite culturali da salotto tanto erudite ma prive dell’esperienza iniziatica del rito e che creano riti su basi intuitive che però difficilmente sono corrette. Quei pochi filoni di Tradizione, sopravvissuti in Italia nel corso dei secoli, sono come serpenti sacri scarnificati dagli artigli del felino cattolico, morenti ma che stringono tra i loro denti la sfera della coscienza, ma che non sempre i membri delle loro catene sono in grado di cogliere. Un articolo di Gianfranco Barbera, pubblicato in pietas n. 6 esprime al meglio lo sviluppo e la decadenza di determinate realtà. Ma si consideri che l’evoluzione spirituale dell’uomo consiste in un’ascesa, per giungere al tempio esistono diversi gradini, c’è chi rimane beato e pio nell’estasi dell’osservazione della bellezza artistica del tempio da fuori, c’è chi sale i gradini, c’è chi inciampa, c’è chi arriva alle porte e chi trova le chiavi per passere la Janua, la preziosa e pesante porta del tempio. Liberandosi dal cristianesimo e dal suo dominio culturale è normale che gli uomini vengano attratti in realtà relative al loro grado evolutivo: di volta in volta chi va avanti spiritualmente accede a nuove letture e nuovi gruppi. Con la creazione del Templum Minervae il nostro intento fu proprio quello di ridar vita al sistema templare e dunque possibilità d’evoluzione alle persone meritevoli. Voler abbattere o arginare gruppi con interessi diversi, con qualità tradizionali minori o maggiori delle nostre sarebbe un gesto d’arroganza, di pregiudizio, ma fondamentalmente sarebbe un’opposizione ad un fenomeno naturale di sviluppo spirituale umano.

  • La società tradizionale sono Autorità, Ordine, Giustizia e Gerarchia, che sono i principi che governano il Cielo luminoso, i movimenti dei Pianeti e degli Astri, mediante Amor che muove il Sole e le altre stelle, come insegna Dante. L’uomo, Stato in piccolo, deve essere governato, illuminato, dalla Mente, dall’Intelletto che è il Sole dell’uomo ed è la sfera dell’ordine giuridico-religioso che forma, cioè dà la forma all’ordine politico che è l’insieme organico degli uomini, tanto i vivi quanto i morti, aventi il medesimo Destino, cioè un mandato sacro che proviene dal Divino e che quegli uomini devono riconoscere ed attuare, come Ordine degli Dei. E’ possibile, in tale ottica, una dinamica d’azione non solo in senso religioso, ma anche politica?

Nella dimensione romana, così come in quella pitagorica, non esiste una distinzione tra politica e religione, tra fede e scienza. Il vir romanus doveva affrontare un cursus honorum di cariche politiche e religiose. L’uomo romano al termine del diciassettesimo anno d’età assumeva la toga virile e poteva così intraprendere la vita politica e religiosa: egli assumeva il diritto di voto e di candidatura e la possibilità di emanciparsi dalla famiglia d’origine e poter andare a vivere da solo divenendo, suo iure, pater familias. Egli era sacerdote di stesso e della famiglia che formava. Così poteva assegnare ad esempio alla moglie o alla prima figlia femmina la custodia del focolare domestico e ai membri del suo nucleo familiare i culti della sua gens d’origine. Nel pitagorismo l’ultimo grado dei matematici era quello dei politici: questo perchè la scuola pitagorica puntava alla formazione di una classe politica dirigente che fosse spiritualmente evoluta. Oggigiorno nessuno vieterebbe ad un gentile o ad un gruppo di tradizionalisti romani d’intraprendere un percorso politico: sarebbe una loro scelta ma tradizionalmente la si può accettare solamente quando l’individuo calca questa via per pietas, ossia per senso del dovere nei confronti della comunità e non per soddisfare i propri desideri di vanagloria. Non bisogna farsi soggiogare dal demone della politica poiché nella via della Tradizione gli istinti e le paure sono da abbattersi perchè l’uomo possa prendere coscienza di se stesso. Il percorso di Ulisse è quello del Vir che intraprende il cammino verso la sua patria d’origine: Penelope dalle bianche braccia, più bianche dell’avorio tagliatorappresenta l’anima purificata e le prove che affronta Odisseo consistono nell’abbattimento dei nostri mostri interiori per giungere infine ad Itaca ossia all’originale presa di coscienza di se.

  • Con altre associazioni partecipate a livello mondiale periodicamente al WCER ed in Italia intrattenete proficui rapporti di collaborazioni con realtà a voi simili. Ritiene che sia possibile un’interazione più ampia e profonda , al di là della semplice collaborazione culturale?

Tutto è possibile, basta volerlo e non desiderarlo, poiché il desiderio attenta costantemente alla volontà (come insegna Giuliano Kremmerz). Consideriamo ogni comunità come un individuo: due o più persone possono percorrere una strada o fare un viaggio assieme se proprio vogliono farlo; se non vogliono sono liberi di intraprendere ognuno la sua via per arrivare anche alla stessa meta. L’importante è non agire mai sulla volontà altrui, sarebbe una violazione del principio di libertà, un principio reale al quale ogni individuo deve aspirare per liberarsi dalle catene materiali ed eternizzarsi, ma l’intento di costrizione forzata deve sempre evitarsi per rispetto verso questa forza divina.

  • Infine, una domanda che non vuole essere irriverente e che poniamo a tutti: perché tante comunità separate che si rifanno al tradizionalismo romano? E’ una necessità o vi è un’esplosione, come in politica, di personalismo? La ringraziamo del tempo che ha dedicato ad Ereticamente.

Questa domanda è simpaticamente terribile. Per comprendere le cause dell’attuale situazione dei gruppi tradizionali oggi in Italia è necessario fare un’analisi storica asettica e “intellettualmente onesta”. E’ troppo facile accusare i gruppi della tradizione romana di oggi di non essere uniti e separati, ma del resto bisogna riconoscere che il politeismo è la Tradizione delle tante vie, perciò è giustissimo che esistano diverse realtà tradizionali, ognuna col suo approccio e non sta a nessuno né il diritto e né il potere di sindacare sull’operato altrui.

La Tradizione romana è stata perseguitata, è stata smantellata e distrutta pezzo dopo pezzo, perchè i templi non venissero ricostruiti sono stati maledetti e smontati blocco per blocco e le loro splendide colonne sono andate ad ornare, in maniera disarmonica, le tante chiese sorte dalle loro macerie. Dove sorgeva un tempio c’è sempre una chiesa. Affinchè i sacerdoti non trasmettessero il loro sapere sono stati perseguitati e trucidati e chiunque osasse ricostruire qualcosa veniva nuovamente perseguitato fino alla pena capitale. Abbiamo impiegato duemila anni per liberarci dal potere temporale di questa violenta struttura che è stata la chiesa cattolica. Oggi abbiamo la libertà di scrivere e praticare, seppur limitatamente. Infatti sono vietati dalla costituzione i culti osceni, dunque non esiste la libertà di praticare orgie dionisiache, ma esiste la libertà di girare film pornografici dove avvengono le peggiori cose. La legge vieta il sacrificio animale, ma è possibile comprare polli o altri animali di sane origini (purtroppo non sempre certificate) per poterli trucidare in casa e mangiarli, così come sono legalizzate mattanze industriali vergognose (che poi si sottolinei che la carne sacrificata veniva mangiata!). Dunque la libertà di culto non è stata ancora pienamente raggiunta, le stesse cose che venivano fatte all’interno di alcuni misteri in piena sacralità oggi sono vietate come azioni rituali ma sono legalizzate ed ammesse se vissute come esaltazione dei sensi in maniera profana e dissacratoria. Ciò dovrebbe far riflettere sull’inversione totale dei valori di quest’epoca. E’ normale, anzi è un miracolo che in un’era così buia, senza punti di riferimento palesi e pubblici, siano riuscite a svilupparsi in diversi luoghi, in differenti modi e tempi, comunità che ricercano e applicano la via della Tradizione. Ognuna di queste strutture si è formata in mezzo a mille difficoltà: non dimentichiamo che il problema di fondo della nostra via è che oggi è un percorso alternativo, e purtroppo a volte ci si avvicina a questi percorsi solamente per seguire una moda. Ancor peggio non si dimentichi che ciò che è alternativo e fuori dai ranghi tende sempre ad avvicinare disadattati sociali, persone con seri problemi psicologici che quando vengono poi rifiutate, alle stesso modo di Cilone con Pitagora, vanno in giro diffamando e calunniando queste realtà e se possono provano a distruggerle, così come fecero i seguaci di Cilone con la scuola Pitagorica, che dopo aver donato un impero ai Crotoniati, realizzando la prima Italia, venne bruciata; quelli che fino al giorno prima erano i santi maestri matematici vennero inseguiti per le strade e lapidati e questa storia facilmente si ripete con questo humus di gente che cerca di gravitare ed entrare all’interno delle associazioni di Tradizione Romana. E’ ovvio che in queste condizioni esista una sfiducia generale, perchè possa avviarsi un processo di serie collaborazioni tra le nostre realtà deve riuscire a svilupparsi una maturità profonda in tutti i gruppi e ovunque, purtroppo, queste cellule tumorali che provano ad avvicinarsi e creare distruzione, dovranno essere identificate ed asportate. Occorre estirpare col sangue e col fuoco la discordia dalla famiglia, dalla comunità e dalla città, questo precetto pitagorico deve valere anche per le realtà della tradizione in Italia, fin quando non raggiungeranno una determinata stabilità interna difficilmente riusciranno ad avviare un processo di collaborazione su punti d’intenti comuni.

Il problema di fondo dell’epoca contemporanea è la mancanza di valori etici e di uomini in grado di incarnarli: pochissimi emergono dalle folle di genti che popolano il nostro paese ma a quei pochi noi cercheremo di dare i mezzi necessari per lo sviluppo di se stessi e di una maturità collettiva maggiore. Tutti dovremo impegnarci per l’incarnazione delle virtù più alte, altrimenti sarà inutile il solo tentativo d’ incontro e cooperazione.

La Pietas è qui, salda, seria e pura nel suo intento a lavorare per la riscoperta, per la diffusione e valorizzazione della Tradizione classica, coadiuvata da persone di grande esperienza che sono colonne della Tradizione in Italia, aiutata nel suo operato da uomini ed autori che arricchiscono le sue pubblicazioni; i risultati che la Pietas sta ottenendo danno grande fiducia nel suo operato: negli ultimi anni l’associazione è cresciuta in maniera esponenziale nel numero dei suoi membri, nonostante la rigorosa selezione per ogni persona allontanata se ne sono avvicinate altre due e così si va avanti, al passo coi tempi. Non ci si cura dei pettegolezzi, delle voci e dei moralismi che si sentono dire intorno su chiunque: la Pietas avanza con una coscienza sana e sacra, pienamente limpida, matura ed esente da isterismi, pronta a collaborare e a fare il sacro (ossia sacrificarsi) per la Tradizione con chi abbia la sua stessa purezza d’intenti e si sa che al destino di risveglio del Sacro Spirito della Romanità è impossibile opporsi, ma è necessario impegnarsi alla creazione di sani punti di riferimento, altrimenti ancora una volta ci sarà un’avventura effimera della romanità, come è accaduto alle parodie storiche che ci hanno preceduto, come nella costituzione dello stato americano, nella rivoluzione francese, nel sacro romano impero germanico, nell’impero napoleonico etc., tutti fenomeni che assunsero per scimmiottamento i simboli di Roma ma non ne colsero lo Spirito reale.

fonte: http://www.ereticamente.net/2013/03/intervista-giuseppe-barbera-dellass.html