Ipazia di Alessandria, martire gentile.

Chi era Ipazia di Alessanria? E’ questa la domanda alla quale vuole rispondere il presente articolo. Ultimamente questa donna del passato (fine IV – primi V sec. e.v.) è stata strumentalizzata dalla politica di sinistra come martire del femminismo e dell’ateismo scientifico sfrenato. Ma Ipazia non era una donna che rifiutava di mettere il velo, come riportano alcuni siti internet male informati che non sanno che all’epoca in Egitto ancora non esisteva l’Islam (come in nessun altro luogo del mondo) e che, in epoca romana, le donne già indossavano il bikini come mostrano i mosaici di piazza Armerina. Neppure era una scienziata alla maniera di Margherita Hack. Ipazia era una insegnate del Serapeo di Alessandria: ciò implica moltissime cose che qui spiegheremo. Né era vergine perché rifiutava di essere sottomessa ad un mondo maschilista: ella era una sacerdotessa vergine del tempio terapeutico e come tale praticava lo studio della medicina sacra e dell’astronomia per identificare i migliori momenti per le operazioni sacerdotali, proprio come si faceva nel resto dei santuari di tutto il mondo. Santuari che si mantenevano con le rette degli studenti, particolarmente verso la fine del mondo antico, quando oramai lo stato (cristianizzato) non sosteneva più le accademie ed i templi.

Innanzitutto spieghiamo perché le scuole scientifiche, di istruzione accademica e superiore, nel mondo antico si conservassero in prossimità di Santuari. Non a caso Aristotele fondò la sua scuola nel santuario di Apollo Liceo, non a caso nell’antico Egitto le scuole scientifiche si trovavano all’interno dei santuari.

I maestri delle accademie[1] spesso erano filosofi, termine che non implica semplicemente di essere dei pensatori, come intendiamo in epoca contemporanea: quasi sempre i filosofi erano sacerdoti o uomini iniziati a culti misterici, i quali tramite la sacralità scientifica dei culti pre-cristiani (che tutto erano tranne che forme di superstizione, a differenza delle attuali religioni abramitiche) indagavano la natura delle cose in cerca della Verità Assoluta. La qualità scientifica dei culti antichi della nostra stirpe (quelli greco-romani, italici e mediterranei) viene confermata dalle più evolute teorie scientifiche attuali che altro non fanno che ricalcare le conclusioni della Teogonia di Esiodo e di quelle espresse da Ermete Trismegisto nel Corpus Hermeticum[2]. Lo scienziato dell’epoca antica, per avere una visione oggettiva delle cose e non influenzata dalle proprie fantasie, aveva spesso intrapreso un percorso spirituale per l’abbattimento dell’ego a favore di una visione lucida, razionale e coscienziosa: Pitagora, maestro pontificatore della Magna Grecia, fondò le scienze matematiche organizzate ed i suoi discepoli spirituali erano tutti grandi iniziati e matematici, sia uomini che donne. I discepoli di Socrate, quali Platone, Alcibiade e altri, erano iniziati ai misteri Eleusini: nota l’accusa di parodia dei medesimi fatta ad Alcibiade per averli replicati in casa sua. Macrobio era iniziato ai misteri mitraici ecc. ecc.

Aristotele crea la sua scuola nel tempio di Apollo Liceo perché sia un luogo di luce che abbatte l’ignoranza selvaggia così come il dio caccia e abbatte il lupo.

Le scuole mediche erano inserite in santuari terapeutici prevalentemente dedicati a divinità come Esculapio, Salus, Serapide ecc.

Dunque vi era una profonda connessione tra il sapere scientifico, la religiosità greco-romana e quella ellenistica (il Serapeo di Alessandria venne eretto in epoca ellenistica): questo perché la religiosità classica non aveva dogmi[3] ma si adattava alle scoperte e innovazioni scientifiche. Le religioni abramitiche[4], che invece vivevano di dogmi e menzogne, distrussero tutto ciò che esisteva di buono e sano per diffondere il loro odio travestito da amore: è di San Cirillo di Alessandria la richiesta di “distruzione della sapienza pagana”, infatti questa dimostrava le falsità di una religione nuova che nulla aveva a che fare con le religioni precedenti: quindi il problema non è che le religioni spesso si rivolgono contro la sapienza e le donne, come scrivono alcuni strumentalizzatori politicamente schierati, la verità è che le religioni abramitiche si sono sempre scagliate contro il paganesimo perché aveva una valenza scientifica: infatti Ipazia, Bruno[5], le accusate streghe del medioevo, i sacerdoti della tarda antichità e tanti altri non vennero perseguitati ed uccisi dai cristiani perché liberi pensatori, ma perché apologeti del paganesimo che è panteista.

Agli oppositori di tale verità ricordiamo che Ipazia era figlia di Teone, rettore del Santuario: il quale era un altissimo titolo sacerdotale e non un appellativo laico scientifico.

Il fatto stesso che Lei insegnasse nel santuario del padre implica che praticava tale culto, del resto tutti i neoplatonici (ed Ipazia era una neoplatonica) erano praticanti gentili (gentili è un appellativo per indicare quelli che oggi chiamiamo pagani, si dice gentili perché praticavano il culto delle “gentes” greco-romane) impegnati nella rivalutazione della Tradizione contro le accuse infamanti dei cristiani che volevano creare confusione con le loro menzogne, tra le tante:

  • che la cometa era segno della venuta di Cristo figlio di Dio (non è così, la cometa passa alla morte di Cesare e viene interpretata dal Senato come presagio della divinizzazione di Cesare, infatti viene scolpita nel timpano del tempio a lui dedicato nel foro e coniata nelle monete da Augusto per sottolineare che Lui era figlio di un dio e quindi un degno imperatore);
  • che Cristo era venuto tra gli uomini per insegnare l’Amore ed il perdono e ne era il primo a parlarne al mondo (se fosse stato così i cristiani non avrebbero perseguitato con odio i pagani, non si sarebbero odiati tra loro con continue lotte intestine, non avrebbero operato per l’abbattimento dell’impero romano; inoltre è Romolo che porta l’Amore tra gli uomini fondando una città che sia riflesso dell’Amor, ovvero Roma, la quale identifica nella costruzione del diritto e nella diffusione della giustizia e nella tutela delle differenti etnie l’Amore per le diverse società umane; inoltre Roma si popola con l’asilo di Romolo, il quale PERDONA le colpe dei crimini purché ci si impegni nella costruzione di una società giusta e corretta);
  • che Cristo era un personaggio storico e non inventato da Paolo (invece prima dell’80 e.v., data dell’evangelizzazione di Paolo, nessuno ha mai menzionato l’esistenza né di Cristo né dei cristiani, tanto più nel De Bello Giudaico di Giuseppe Flavio, dove sono menzionate tutte le sette operanti in Giudea al 70 e.v., anche quelle con soli tre seguaci, non compare l’esistenza di nessun Cristo e neppure un cristiano e tutti i documenti contenenti i censimenti degli abitanti dell’impero vennero scientificamente distrutti per cancellare le prove della non esistenza del Cristo, ecco perché bruciavano qualunque biblioteca e qualunque archivio storico).

Aggiungiamo che Lei era a capo della scuola alessandrina, ed il fatto che le donne nel paganesimo potevano avere ruoli importanti, mentre il cristianesimo le voleva completamente mute e sottomesse al suo sistema, poteva creare un allontanamento di parecchie devote, pertanto la sua figura era considerata scomodissima.

La scelta della verginità e di non sposarsi non era dovuta al fatto che una donna sposata, in epoca antica, non potesse studiare: Teano, moglie di Pitagora, era sposata e studiava. Semplicemente nei culti  terapeutici ( e quello di Serapide era un santuario terapeutico) si poteva scegliere di praticare la castità quando si accedeva al sacerdozio per incanalare le energie creatrici della vita (quelle erotiche dell’amore che i cristiani hanno demonizzato definendole peccaminose per poter attuare i loro mali all’umanità) ed anziché consumarle nell’atto creativo accumularle per trasformarle in energie terapeutiche in grado di agire su mali incurabili. Una taumaturga dunque, cosa che i cristiani ritenevano malvagia, infatti scriveva il vescovo di Nikiu: “una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica”, dove il termine magia è utilizzato in senso dispreggiativo. Poiché ella curava mali inguaribili era considerata una donna dalle doti miracolose, cosa che metteva in crisi la menzogna cristiana che voleva che il miracolo fosse un elemento esclusivo del cristianesimo e per questo il Vescovo Cirillo (fatto Santo dai vertici malvagi di quella setta[6]) ne ordinò l’eliminazione. Sempre il vescovo di Nikiu, per metterla in cattiva luce e screditare le sue opere di bene, affinchè tutti credessero solamente alle menzogne cristiane, scriveva: “e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici”. Ma del resto in ogni santuario terapeutico del mediterraneo avvenivano miracoli, prova storica ne sono i numerosi ex voto rinvenuti presso di essi, ad esempio quelli al tempio di Esculapio sull’isola Tiberina; motivo per il quale il cristianesimo demonizzò il paganesimo, appoggiò uomini politicamente in secondo piano (ad esempio Costantino) perché prendessero il potere con violenza ed attuassero poi la distruzione dei templi e la persecuzione legalizzata dei santi sacerdoti detentori di Verità.

Sono questi fatti storici ai quali non possiamo esimerci, i quali sono attestati dalle fonti ma che vengono tralasciati dagli atei e dai materialisti che non conoscono la scientificità del paganesimo perché, nonostante il loro distacco dal cristianesimo, hanno comunque conservato l’influenza culturale di questa pseudo religione che sempre ha messo in cattiva luce le religioni sane.

E’ dunque Ipazia una martire della Tradizione classica, una martire gentile, vittima della violenza cristiana in antico ed oggi della strumentalizzazione faziosa degli atei e delle femministe, a loro volta tutti vittime inconsapevoli di chi, per governare il mondo, ha creato odio, dissapori, lotte contrasti di genere tra maschio e femmina e tra scienza e sacro. Ma Ipazia era una donna d’enormi virtù che stimava grandi uomini come il padre, Platone ed altri e   che univa scienza e sacro come ogni pagano antico.

Dott. Giuseppe Barbera

Archeologo e presidente Associazione Tradizionale Pietas.

[1] Corrispettivo delle nostre università.

[2] A tal riguardo suggeriamo la lettura del numero monografico di Pietas “L’Ermete e la Monade”. Per ordinarlo scrivere a info@tradizioneromana.org

[3] I dogmi sono tipici di chi mente, il quale pone delle asserzioni assurde come verità assolute per dar forza ad un apparato ideologico che in una investigazione onesta crollerebbe.

[4] Sarebbero ebraismo, cristianesimo ed islam, le quali  si comportano come religioni detentrici di sapere assoluto, ma che tali non sono perché la Verità non necessita di violenza per affermarsi, essendosi queste religioni affermatesi con violenza non sono veritiere. Roma interveniva con forza solamente dietro un “casus belli”, ovvero dopo un’azione  ingiusta nei suoi confronti, ma solo per portare giustizia. Il culto di Bellona era finalizzato a scongiurare le guerre e veniva intensificato nelle trattative pre-belliche per il raggiungimento di una soluzione senza guerra, la quale, purtroppo, di frequente è servita. Ma almeno dalle azioni belliche romane risultavano poi delle società intelligenti, che sviluppavano sapere e benessere sociale, ed avvenivano sempre nel rispetto di azioni eticamente corrette, mentre i crimini della Roma cristianizzata hanno precipitato il mondo nel buio mentale del medioevo. Questo è un dato di fatto.

[5] Non si dimentichi che Giordano Bruno, Tommaso Campanella ed altri abbracciarono le idee neoplatoniche e pagane e volevano fonderle con l’etica cristiana, ma ovviamente ciò era impossibile perché i vertici cristiani non praticavano l’amore ma la fame di potere assoluto.

[6] Alla quale, quando aderiscono dei buoni, quei vertici malvagi li maltrattano e li umiliano e ne riconoscono doti di santità solamente dietro sollevazioni popolari. Palesi i casi di Francesco d’Assisi o del buon Padre Pio.

Il pensiero di Giuliano

Giuliano l’Apostata che fu iniziato ai veri, non concepiva perchè il paganesimo integro ed esuberante della iniziatura romana dovesse sostituirsi con una eresia antimagica che preparava alla morte e non alla vita e che si chiamava cristianesimo appunto per un simbolo di morte.

Giuliano Kremmerz

La Porta Ermetica, cap. VII

Il Maestro

La figura del maestro nel mondo antico era importantissima: egli era la fonte discula pitagorica sapienza e saggezza, in lui ci si affidava completamente per imparare e crescere a sua immagine e somiglianza. La scelta del maestro era molto importante, i migliori precettori se li potevano permettere solo gli uomini più ricchi, ma i migliori maestri erano a disposizione di tutti, però solo i migliori potevano avvicinarsi. Pitagora ebbe molti discepoli, forse nessun altro ne ha mai avuti così tanti, ed i suoi scolari erano pronti a dare la vita per lui, perchè il maestro è colui che insegna, colui che forma la società, colui che instilla le virtù nei futuri cittadini. Tutti amavano il buon maestro.
Il rispetto del maestro è esistito per millenni fino a ieri, quando ancora i genitori ti sgridavano se eri stato ripreso dal tuo maestro di scuola, perchè anche loro rispettavano i maestri! Oggi invece non c’è più rispetto, tutt’altro, genitori che facilmente con presunzione s’ergono a figura di maestri dei maestri….
Come possono i giovani crescere nel rispetto se i loro stessi genitori a volte non rispettano le figure importanti della loro gioventù?

Mundus Patet 2767! S’è fatto bene a “conferenziare”?

mundus“Qualcuno” sostiene che “il Mundus Patet non sia giornata adatta ad un incontro culturale, perchè per i Romani in quel giorno non si dovesse fare nulla di rituale e importante”.   Tale definizione è sbagliata, faziosa,  perché nella realtà dei fatti l’apertura del Mundus è un gesto rituale, ed a quella apertura si compiono offerte di primizie, riti che lo stesso Romolo inaugurò. Quindi certi riti si fanno, anzi è obbligatorio compierli! Semmai nei giorni di Mundus era cosa buona evitare di dedicarsi a determinate opere per dare a quella giornata il giusto valore. Un po’ viene a mente il detto popolare “di Venere e di Marte né si sposa, né si parte né s’inizia l’arte”, difatti le proibizioni vigenti consistevano nel non attacar battaglia, non fare leva, non si convocava il popolo a votare, non si operava nella pubblica amministrazione (gli uffici restavano chiusi), non si salpava e né si contraeva matrimonio (Macr. Sat. 1, 16, 16). Il divieto a compiere atti pubblici in quei giorni era perchè i romani riflettessero sull’importanza misterica di tale festa. L’esecuzione di adeguai riti della giornata (apertura del mundus, formule ed offerte, relativa chiusura rituale ad un determinato orario) era un obbligo per i sacerdoti e magistrati adibiti ai compiti, talmente importanti che il resto delle attività cultuali restavano ferme per evitare che questi riti “occulti” venissero tralasciati. In questa giornata i sacerdoti compivano riti per aprire la “connessione” tra i “mondi”. Essendo il dies mundi Cereris era doveroso, da parte dei gentili, compiere determinati riti. Chi non conosce codesti riti non deve neppure provare ad emulare, o imitare o parodiare, perché essi sono di tale potenza che porterebbero sciagura a chi s’approcciasse a farli inconsciamente. Nella pratica romana è infatti fondamentale la “coscienza” di ciò che si compie ritualmente. Mai operi chi è nel dubbio, altrimenti la sua arroganza e presunzione, nei confronti del rito, saranno la sua rovina. Per realizzare un mundus e compiere i “dovuti” gesti rituali, bisogna avere a fondo intuito il significato misterico del rito ed averlo ricevuto legittimamente. L’incontrarsi, dopo 2000 anni, in un giorno di Mundus e compiere una conferenza sulla Romanità è una cosa corretta, perchè essa non è un’attività lavorativa ma un gesto che è finalizzato ad aprire quella fossa di contatto con un mondo occulto. Questo occulto mondo misterico della Tradizione, nel giusto tempo calendariale, deve tornare a congiungersi col mondo dei vivi praticanti. La conferenza dell’8 novembre 2014 e.v. è stato un gesto analogico al rito del Mundus Patet, giorno in cui “tutti i mondientrano in contatto, dunque giornata adattissima allo studio piuttosto che al far leva, o atti d’ufficio, o matrimoni, o guerre o riti pubblici. Ci si è mossi nel pieno rispetto dei precetti patrii: quell’8 novembre 2767 diversi gruppi di Tradizione si sono incontrati pacificamente senza sigillare il ben che minimo accordo, senza farsi o dichiararsi guerra, ma semplicemente ogni relatore ha esposto le sue idee sul “contatto” tra dimensione umana e dimensioni divine. Nulla di più appropriato! Gli stessi organizzatori dell’evento (la redazione di ereticamente.net) non avevano ragionato su tutto ciò, hanno semplicemente agito e Pietas ha aderito volentieri ad un atto così profondo che solo i Numi potevano esserne stati ideatori, utilizzando, come al loro solito, gli uomini.  Chi è rimasto a casa a leggere un libro sui miti, magari anche fumando un buon sigaro e sorseggiando un buon vino, è stato pio. Chi è venuto alla conferenza, per avere informazioni che lo aiutassero a riflettere sui misteri della romanità, è stato pio. Chi, in malafede, l’8 novembre 2014 avesse fatto un giro di telefonate per raccogliere accoliti alla detrazione di tale evento, avrebbe violato la prescrizione dei padri a “non far leva”. Chi, quell’8 novembre, avesse mosso parole polemiche per far guerra a qualsivoglia gruppo, avrebbe violato le norme dei padri.
Dunque chi sostiene che la prescrizione dei padri fosse di non far nulla, ma allo stesso tempo solleva polemiche, interpreta male e viola una chiarissima prescrizione pontificale espressa nella Kalendarium.
Chi non ha compreso il significato misterico del rito del Mundus non può riconoscere quali siano le azioni analogicamente più corrette in riferimento a quel rito; chi invece ha inteso l’importantissimo arcano, chpietas 11 rivistee si cela dietro il gesto di tale rito, bene comprende che solo i Numi della Tradizione Patria potevano ispirare gli uomini ad incontrarsi in un giorno di Mundus per favorire l’incontro di forze provenienti dai diversi mondi. E quest’azione di conciliazione ha mondato le impurità di ogni cattivo pensiero reciproco. Ed è proprio in un giorno di Mundus che tante cose, che erano dubbie ed occulte, son venute alla Le vie al SacroLuce. Ringraziamo tutti i relatori e gruppi che hanno preso parte all’evento. Per gli studiosi curiosi di conoscere quale “parte di sapere” sia venuta alla luce nel mundus dell’8 novembre MMDCCLXVII sono disponibili gli Atti del Convegno “Le Vie al Sacro della Tradizione Classica”. Per ordinarli scrivere a info@tradizioneromana.org

De Superbia

di Elio Ermete
estratto da Pietas 1

Il cavallo di Troia è simbolo di un'azione necessaria all'abbattimento dei propri limiti, rappresentati dalle mura della città di Troia, la quale deve cadere affinchè in futuro Romolo fondi la Roma quadrata
Il cavallo di Troia è simbolo di un’azione necessaria all’abbattimento dei propri limiti, rappresentati dalle mura della città di Troia, la quale deve cadere affinchè in futuro Romolo fondi la Roma quadrata

Nel mondo latino la parola superbia indica il sentimento dell’orgoglio, distinto da quello della fierezza che si traduce decus: ingens suis decus attulit (è motivo d’orgoglio per la sua famiglia). Il termine inflatus denota invece un soggetto tronfio di se stesso, gonfiato dalla propria superbia, come se un demonio gli avesse soffiato in corpo il sentimento dell’orgoglio.

Nella cultura romana l’orgoglio in senso sano è la fierezza, vocabolo che preserva il tema dell’ambito selvatico, la selva, il disordine remio, difatti feritas significa anche selvatichezza, pertanto anche questo è considerato un sentimento negativo, tranne quando è generosus animus.

Nella tradizione classica i soggetti orgogliosi vengono puniti dal Padre degli dei od anche dai suoi figli se direttamente chiamati in causa; nel mito i soggetti orgogliosi non trovano mai la via della realizzazione.

Anchise, il padre di Enea, ottenne l’amore di Venere, ma egli si vantò di aver ottenuto tale dono divino, vanto finalizzato ad accrescere il suo orgoglio di fronte ai suoi simili, ma che gli costò la perdita della vista e dei favori della dea.

Achille è l’orgoglio assoluto di se stessi e mai riuscirà ad entrare nella città di Troia per espugnarla, ovvero il soggetto orgoglioso non riuscirà mai ad abbattere le costruzioni mentali che ha recepito e realizzato in sé, passo necessario (appunto rappresentato dalla guerra di Troia) per poter intraprendere il viaggio di ritorno alla patria d’origine dell’anima. Per quanto l’eroe figlio di Peleo ottenga riconoscimento ed onori dagli uomini, mai realizzerà il primo passo dell’opera alchemica[1]. Egli ebbe la scelta fin dall’inizio: o partire per i lidi orientali per veder soddisfatto il proprio orgoglio e morire o vivere in eterno nella sua dimora.

Agamennone per il suo forte orgoglio costruisce un altro sé, un elemento estraneo a lui stesso (Egisto) che s’impossessa della sua anima (rappresentata dalla moglie Clitennestra) e che poi lo uccide.

Niobe usò i suoi figli per soddisfare il suo orgoglio, vantandosi di averne generati più di Latona volle farsi credere superiore alla madre di Apollo e Diana, ma ciò le costò la vita.

Aracne era bravissima nell’arte della tessitura, che le fu insegnata dalla dea Atena, ma il suo orgoglio le fece credere di poter essere superiore ad una dea e sfidò la sua maestra in una gara di tessitura. Dopo averla sconfitta la Glaucopide dea trasformò la presuntuosa in  ragno.

Il sileno Marsia[2], orgoglioso delle melodie che riusciva a suonare con il flauto di Minerva sfidò lo stesso Apollo ad eguagliarlo con la lira: il vinto sarebbe stato alla mercé del vincitore; sconfitto fu fatto scuoiare vivo dal dio solare.

L’orgoglio è una crescita alternativa  e deviata del sé spirituale, che porta ai peggiori sentimenti che l’animo umano possa manifestare: pregiudizio, vanagloria, superbia, sopravvalutazione di se stessi fino alla propria distruzione, come il mito stesso testimonia.

La nascita di questo elemento avviene per una deviazione della rota solare causata da una sua disfunzione, difatti l’orgoglio è l’espressione dei valori solari capovolti.

Il soggetto solare è disponibile e silenzioso, tanto che il dies silentii è alla vigilia della nascita del Sole, sa ascoltare, valuta con equilibrio le ipotesi che gli vengono proposte e trova la giusta collocazione ad ogni pianeta perché possa ruotare, chi vicino, chi lontano, attorno di lui. L’uomo orgoglioso si considera superiore e si concede con difficoltà, parla per dare vanto a se stesso e non ascolta i giudizi degli altri ritenendo le persone in un gradino inferiore al suo, vuole forzare la funzione degli individui che gli stanno attorno, convinto di essere in grado di scegliere per loro, fino a perderli ed allontanarli da sé.

La larva dell’orgoglio è generata da una iperattività del plesso solare, per gli yogi sull’ombellico, e può nascere anche per una erronea alimentazione; coscienti di ciò i sacerdoti antichi eseguivano digiuni regolari scanditi dall’anno solare per mantenere il proprio metabolismo in armonia coll’astro celeste, evitando così di alimentarsi di sentimenti sbagliati ed infausti. Una volta generata suddetta larva pesante, dai Romani chiamata Lemure[3], essa si accresce intelligentemente agendo sulle funzioni spirituali dell’individuo: infatti alla spinta operativa del rito, che dovrebbe far ascendere gli elementi puri fino alla nascita della Minerva dal capo, s’insinua detto orgoglio sostituente i puri sentimenti animici, da ciò si avrà l’ascesa di un Marsia invece che di un Quirino.

Per far ascendere la forza animica ripulita dall’azione solare/spirituale che ha impresso della sua luce l’anima/luna necessita un’azione marziale, quando però questa spinta è sporcata si ha il Marsia, e seppure entrano in sintonia tutte e sette le note planetarie grazie all’azione dell’arte (questa rappresentata dal flauto di Minerva, nel quale si soffia), essendo sporca la matrice ascensionale (quella che gli Indù chiamano kundalini e noi Romani Iuno) invece di generarsi il fuoco interno delle rigenerazione si sentirà un bruciore sulla pelle simboleggiato nel mito dallo scuoiamento. Ma l’orgoglio stesso farà credere al praticante di essere nel giusto ed egli continuerà fino alla sua rovina poiché in realtà starà svolgendo l’azione di prevaricazione delle mura di Remo, gesto che garantisce la sua morte.

Il soggetto solare invece incarna l’azione romulea e non permette al Remo di prevaricare le mura entrando nel Palatium/corpo, compiendo un gesto di tutela della propria Urbs.

Il sentimento dell’orgoglio, essendo faunico e remio, è un impulso disordinato e caotico, manifestazione della crescita del Cacodaimon a discapito dell’Agatodaimon, è quindi un elemento distruttore. La volontà di imporsi sugli altri porta solamente al dissolvimento degli ambienti umani, così il Cacodaimon riempirà il cuore dell’orgoglioso di disprezzo per gli altri, non comprendendo l’uomo che egli è fautore del proprio destino e che le scelte fatali che sta affrontando lo porteranno ad un morboso attaccamento alla materia che sempre più lo allontanerà dalla dimensione della luce solare. Schiere di demonii risponderanno alle sue chiamate e crederà di essere potente e sulla giusta via, non comprendendo che per lui si staranno aprendo le porte di un abisso di materia scura, il guadagno di denaro e l’avanzamento di carriera non saranno in questo caso un prodotto gioviano, bensì il risultato della deviazione solare in ricchezza saturnia, solitudine che cresce quotidianamente perché in nessun rapporto umano troverà più la vera scintilla erotica, di Amor puro, che tiene uniti amici, familiari e i nostri amori

Il gentile che abbandona la gentilezza, o che usa questa ipocritamente, non comprenderà mai nessuno dei misteri luminosi e trascorrerà la sua vita in gioie effimere e noie preludio di un cammino di buio solitario.

Alcuni autori moderni considerano solare l’atteggiamento d’imposizione della propria volontà sugli altri, pensano che la dignitas consista nel comportarsi come esseri superiori sugli altri, ma queste sono vanaglorie, portatrici di squilibri solari, matrici di lemuri che se prendono il sopravvento sull’individuo lo condannano ad un lungo buio mentale, che lo porterà al fanatismo ed alla superstizione, lo stesso sentimento che ha spinto molti fanatici religiosi autori dei peggiori eccidi della storia, come il vescovo cristiano Teofilo, che spinse Teodosio a far vietare ogni culto pagano e che aizzò intere folle di fedeli contro i templi, così come il vescovo Cirillo ordinò ad un gruppo di uomini di uccidere Ippazia, la direttrice della Schola Pitagorica Alessandrina, i quali la attesero mentre rientrava nella sua dimora per prenderla, trascinarla alla chiesa di Cesario, strapparle le vesti, farla a pezzi con dei cocci e cavarle gli occhi mentre era ancora viva[4]. Quegli uomini che cercavano la luce non si resero conto che per il loro orgoglio, per il pregiudizio e per la presunzione uccisero l’ultimo astro luminoso di Alessandria; qualcosa che invece avrebbero amato se fossero stati gentili nell’animo. Sta all’uomo la scelta. O una vita romulea, costruttiva per se e per gli altri, o la distruzione remia. Il mito lo testimonia, ma la maledizione degli uomini è che essi dimenticano.

[1] S’intende qui il processo di trasmutazione della propria interiorità

[2] Vedremo più avanti perché Marsia è una manifestazione marziale silvestre, dunque faunica e deviata, accrescitrice dell’orgoglio.

[3] Per i Romani i lemuri erano le larve sprigionatesi da Remo, esse venivano credute, in alcuni casi, ereditate dai padri, ciò perché la comunione quotidiana in famiglia porta anche alla trasmissione dei sentimenti dal soggetto capo della catena domestica a tutti gli anelli componenti. Per tali motivi un capo famiglia deve essere sempre un esempio di rettitudine. Per il bene dei suoi stessi congiunti.

[4] Damascio cit. 76, 24-81.