Paola Busa di Canosa

di Paola Marconi

2 agosto 2020 e.v. – 2 agosto 216 a.e.v. Sono trascorsi ormai 2236 anni dal macello di Canne. Non voglio parlare della battaglia e della tattica, giudicata geniale, messa in atto dal nemico dei Romani, Annibale, tattica tuttora studiata, per la sua perfezione, nelle maggiori accademie militari, da West Point in giù. Voglio invece narrare una vicenda a molti sconosciuta, quella della matrona Paola Busa di Canosa.
Pomeriggio del 2 agosto 216 a.e.v., campo di battaglia di Canne, Puglia, vicinanze di Barletta, nei pressi del fiume Ofanto. La battaglia è finita. Il massacro si è compiuto. Cinquantamila (o forse settantamila) caduti romani e italici, fra cui il console Lucio Emilio Paolo, il proconsole Gneo Servilio Gemino, l’ex magister equitum di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, Marco Minucio Rufo, due questori, ottanta senatori, ventinove tribuni militari, centinaia di patrizi, di nobili plebei, di cavalieri, giacciono nel sangue e nella polvere.
E’ la più grave disfatta mai occorsa alle armi romane. Diciannovemila uomini sono stati fatti prigionieri, fra romani e italici. La loro sorte sarà ben differente. I soci italici, che lo scaltro Annibale spera di trarre dalla sua parte, vengono liberati subito, senza condizioni. I romani, invece, sono trattenuti, con l’intento di utilizzarli come merce di scambio, per intavolare una trattativa e arrivare ad una pace che nei sogni di Annibale non tarderà ad arrivare, e ridimensionerà Roma a piccola potenza regionale del Lazio, ridando a Cartagine il ruolo, perso con la prima guerra punica, di signora e padrona del Mediterraneo Occidentale. Il senato, però, rifiuta categoricamente di trattare. Possiamo immaginare lo sconcerto del punico, educato alle dottrine militari ellenistiche, per cui ” battaglia vinta, il nemico chiede la pace “, tantopiù che, a questo punto, le battaglie vinte sono state quattro, con un crescendo rossiniano di caduti da parte romana. Ma questa è un’altra storia.
Torniamo a Canne. Diecimila superstiti della mattanza sono riusciti a fuggire. Tra questi, per fortuna di Roma, un giovane, appena diciannovenne, tribuno, appartenente ad una delle gentes più nobili di Roma, una delle cinque maiores, figlio di un ex console che porta il suo stesso nome, Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano. Scipione, sedato sul nascere un tentativo di fuga all’estero architettato da alcuni nobili giovani ufficiali, si pone alla testa di un drappello di scampati e li conduce in salvo a Canosa, città vicina, distante appena quattro miglia dal campo di Annibale, città alleata di Roma dal 318 a.e.v., rimasta fedele a Roma, e che non defezionerà nemmeno dopo la disfatta di Canne.
Immaginiamo cosa dovesse essere quello scorato drappello: uomini disperati, atterriti e scioccati dalla terribile strage (la camera della morte della tonnara, la chiama il prof. Brizzi) sporchi del proprio e dell’altrui sangue, affamati, assetati, sfiniti, molti anche feriti, giungono a Canosa, scampando all’inseguimento dei punici. Infatti, come gli assedi, anche l’inseguimento strategico non sarà mai, per parlare eufemisticamente, uno dei cavalli di battaglia di Annibale, la cui abilità rifulge più che altro nella tattica da applicare sul campo di battaglia.
I fuggiaschi, dunque, arrivano a Canosa, e necessitano di tutto. Si può immaginare che, come tutti i perdenti delle battaglie di tutte le epoche, non abbiano subito trovato una amichevole accoglienza, anzi. Per fortuna viene loro in soccorso una matrona canosina, Paola Busa, appartenente ad una ricca famiglia di commercianti di origine probabilmente greca, i Buzas. Forse sposata o vedova, ha ereditato l’amministrazione dei beni di famiglia, che esercita con grande oculatezza e responsabilità, meritandosi l’ammirazione e il rispetto dei suoi concittadini. Paola Busa, difronte al triste spettacolo di quella turba di sbandati, non ha un attimo di esitazione: li accoglie in casa sua, li rifornisce di cibo, acqua e vesti pulite, e con l’ausilio di alcuni medici si prende cura dei feriti. Possiamo certamente ipotizzare che, per il prestigio di cui gode, il suo esempio venga seguito anche da altri canosini, che provvedono a fornire ai superstiti indumenti, cibo e anche denaro per il viaggio di ritorno.
La notizia dell’atto di generosità e solidarietà di Paola Busa non va perduto e giunge, portato dai soldati sopravvissuti, fino a Roma. A guerra finita, guerra, nonostante le quattro sfolgoranti vittorie di Annibale, vittoriosa per Roma, il senato le tributa grandi onori, come, secoli prima, li aveva tributati a Virgilia e Volumnia,, rispettivamente, moglie e madre di Coriolano, per aver salvato la città dall’attacco che il loro rinnegato congiunto voleva portarle.
Il ricordo del gesto di Paola Busa non si perse col tempo, e infatti la generosa matrona, oltre che da Tito Livio nel libro XXII del suo ” Ab urbe condita “, fu ricordata anche da Giovanni Boccaccio fra le donne illustri nel suo ” De mulieribus claris. “
Inoltre, senza saperlo, Paola Busa, con il suo gesto, contribuì alla vittoria di Roma. Infatti, i superstiti del macello di Canne, sia pur allontanati da Roma e confinati per tredici anni in Sicilia, andarono a costituire quelle due legioni cannensi che, a Zama, resistettero fino allo stremo delle forze all’attacco dei veterani di Annibale, fino al ritorno delle cavallerie romana e numidica, ritorno che fece pendere definitivamente la bilancia in favore delle armi di Roma.
Nella definitiva vittoria di Roma c’è quindi anche lo zampino, diciamo così di una donna generosa che, dopo una disfatta terribile, seppe seguire quello che le diceva il suo cuore, e soccorrere quei soldati sconfitti come se ognuno fosse suo figlio. Non dimentichiamo che una buona metà delle truppe romane era costituita da diciottenni e diciassettenni, appena arruolati con l’ultima leva. Il suo nome era Paola Busa, e permettetemi un briciolo di orgoglio nel constatare che questa grande matrona porta il mio stesso nome, il nome, anzi il cognomen, di un grande e valoroso caduto di Canne, il console Lucio Emilio Paolo, che, ferito, rifiutò il cavallo che un ufficiale gli offriva per mettersi in salvo, esortandolo, anzi, a correre a Roma per informare il senato della disfatta. Lucio Emilio Paolo era il suocero di Publio Cornelio Scipione, e, con lui, il cerchio si chiude. Nel segno di Roma. Quel giorno che avrebbe potuto essere la fine di tutto, rappresentò, invece, un nuovo inizio.

Ersilia y las mujeres sabina

  • Ersilia y las mujeres sabina
    Es una opinión generalizada que la civilización y la cultura de Roma fueron machista y patriarcales; esta idea se basa principalmente en la verificación que los Romanos descendían de poblaciones indoeuropeas, cuya sociedad se basaba en supuestos considerados expresión de una supremacía masculina. También se creía que en Roma las mujeres no tenían personalidad jurídica, lo que se reflejaba también en la onomástica.
    Mientras que el hombre se distinguía por el tria nomina: praenomen, el nombre personal, nomen, el de la gens y cognomen (apodo antiguo, que luego pasa a indicar las diversas familias dentro de la gens), la mujer se indica sólo por el nombre de la gens, al femenino. En realidad, el apodo, que a menudo ridiculizaba por diversión algunos aspectos del hombre, no se usaba en las mujeres exclusivamente por respeto a ellas.
    También se cree que la mujer fuera legalmente una eterna menor de edad, destinada a pasar de la tutela (manus) del padre a la del marido, y finalmente a la de un tutor. En realidad, la tutela en el mundo romano tiene un significado diferente que en el mundo islámico actual: en el mundo romano significa garantía, protección contra los peligros, defensa.
    De hecho, en la época imperial se constató que la mujer tenía, de facto, una propia autonomía, la posibilidad de administrar sus bienes y decidir sobre su vida, con la ayuda de un tutor varón (padre o esposo) que tenía la tarea de asegurar que ningún sinvergüenza se aprovechara de ella o engañara a su dote.
    L’idea preminente degli studiosi è che la donna romana, almeno all’inizio, fosse stata condannata ad un destino di cittadina di serie B, sottomessa totalmente alla volontà dei membri maschili della sua famiglia, senza la possibilità di agire autonomamente, di esprimere una sua opinione, o di poter incidere nella vita della sua famiglia e della sua città. In realtà le cose non stanno affatto così.
    La idea preeminente de los eruditos es que la mujer romana, al menos al principio, había sido condenada al destino de un ciudadano de segunda clase, totalmente sometida a la voluntad de los miembros masculinos de su familia, sin posibilidad de actuar de forma autónoma, de expresar su opinión, o poder afectar la vida de su familia y su ciudad. En realidad, este no es el caso en absoluto.
    En la historia de Roma no faltan figuras de mujeres que, gracias a su personalidad y sus cualidades, supieron imponerse en la atención y muchas veces a la admiración de los contemporáneos y de la posteridad, y dejar una huella imborrable en la historia de su ciudad, cambiando a menudo el curso de los eventos.
    Comenzamos este resumen de “Mulieres Clarae”, como diría Giovanni Boccaccio, con la primera mujer romana que surge de los pliegues de la historia y del tiempo: Ersilia, esposa de Rómulo y, con ella, las sabinas.
    21/8/749 a.e. v.: han pasado poco más de cuatro años desde la fundación de Roma. En el valle entre el Palatino y el Aventino, Vallis Murcia, jóvenes romanos preparan los escenarios que acogerán a invitados de otras ciudades, en su mayoría sabinas, invitados a asistir a juegos y carreras de caballos en honor al dios Conso, dios de los hórreos. , a el que se consagrará un altar subterráneo. En un palco especial ocupará su lugar Rómulo, el rey fundador, quien invitó a los pueblos vecinos a la importante fiesta. En realidad, esta invitación esconde un propósito secreto.
    Roma, fundada el 21/4/753 a.e.v., se ha convertido en una ciudad de casi todos hombres: pastores de los alrededores, refugiados políticos, rezagados, bandidos y otros expulsados de sus respectivas comunidades, pero acogidos por Rómulo en el asylum, un lugar entre las dos sillas, el arx y el capitolium, después de la promesa de cambiar estilo de vida y hacer algo útil por la ciudad. Sin embargo faltan mujeres, sin las cuales Roma corre el riesgo de desaparecer en el transcurso de una generación.
    Entonces Rómulo envia embajadas a los pueblos vecinos, Ceninensi, Antemnati, Crustumini y sobre todo Sabinos, para forjar alianzas a través de matrimonios entre sus súbditos y las hijas de los extranjeros.
    Per estos se niegan, porque la fama de los Romanos es muy mala y nadie quiere tenerlos como géneros, o quizás temían que si Roma hubiera crecido se hubiera impuesto ocupando sus territorios y espacios. El momento es grave, pero Rómulo elabora la estratagema de las celebraciones en honor al dios Conso. Los vecinos vienen corriendo, también por la curiosidad por conocer la nueva ciudad, y llevan a sus mujeres, las más bellas, las vírgenes sabinas, que destacan por sus preciosos vestidos blancos. La fiesta dura todo el día, con juegos, carreras de animales, alegría, cantos, frecuentes libaciones de buen vino.
    Al anochecer, a la señal acordada de Rómulo, los jóvenes romanos se arrojan sobre las invitadas y, aprovechando el desconcierto y quizás la ebriedad de sus parientes varones, secuestran a las más bellas. Las órdenes de Rómulo son obligatorias: secuestrar solo a las jóvenes vírgenes y, sobre todo, tratarlas con el máximo honor y respeto, sin absolutamente maltrato, forzamiento y violencia. Sin embargo, sucede que, en el tumulto general, también es secuestrada una mujer ya casada, Ersilia que, para remediar el error, Rómulo quedará para si mismo. Los padres y familiares de las jóvenes vírgenes desconsolados, regresan a sus hogares, ponderando venganza.
    Mientras tanto, las jóvenes secuestradas, al principio indignadas por el gesto y temiendo por su futuro , se sienten reaseguradas por la bondad y el cariño que les muestran los secuestradores y por el efectivo compartir de bienes y ciudadanía. Por tanto, se niegan a regresar con sus familias. Pero sus parientes no se rinden y los Ceninensi, los Antemnati y los Crustumini envían embajadas al rey sabino Tito Tazio, el más poderoso de ellos, que sin embargo se demora en librar la guerra contra los Romanos.
    Entonces se mueven primero los Ceninensi y luego los Antemnati, pero son derrotados. Mientras Rómulo exulta, aquí intervine Ersilia; movida a compasión por las oraciones de las jóvenes secuestradas, que temen por la suerte de sus queridos derrotados, ruega a su marido que deje toda hostilidad y acoja a los vencidos como ciudadanos para formar un solo pueblo. Ella lo consigue sin dificultad, evidentemente la influencia que esta joven y bella matrona tiene sobre Rómulo ya ha ablandado el alma belicosa de su marido y lo ha preparado para dejar todos rencores y compartir el bien y el destino con los vencidos, que se han convertido en nuevos ciudadanos.
    En este punto, los Crustumini deciden abandonar la lucha y se integran pacíficamente en la nueva realidad romana. Ersilia logró así un gran resultado, superando el odio y el resentimiento entre los maridos y familiares de las secuestradas. Sin embargo, las dificultades aún está por llegar; de hecho, los poderosos sabinos no dejan de luchar por recuperar a sus hijas y, gracias al engaño y traición de Tarpea, hija del guardián del Capitolio, logran conquistar la fortaleza.
    Al día siguiente, estalla una violenta batalla en el valle del Foro entre los Romanos que bajan del monte Palatino y los Sabinos que descienden del monte ocupado. Tras altibajos y mucha sangre derramada, los Romanos están a punto de imponerse, pero en este punto las sabinas, desesperadas, vencido todo miedo, muchas embarazadas y otras con en brazos los hijos nacidos de las uniones con los Romanos, lideradas por la indomable Ersilia, se lanzan entre las dos filas, desafiando dardos y flechas y rogando a los contendientes que antes vuelvan sus armas contra ellas que son la causa de la disputa.
    Prefieren morir, dicen, en lugar de quedarse viudas o huérfanas. Conmovidos por ese inesperado espectáculo, Rromanos y Sabinos arrojar sus armas y los líderes, de inmediato, hacen un pacto de alianza. No solo nace una paz sino que, dice Tito Livio, de dos pueblos viene solo uno. La paz, nacida milagrosamente de una guerra tan sangrienta, hace que las sabinas sean aún más queridas por sus maridos y padres, y Rómulo las recompensa dando algunos de sus nombres a las treinta curias en las que divide al pueblo romano.
    Por tanto, podemos concluir con certeza que Rómulo fundó Roma, pero la ciudad fue guardada en su existencia y consolidada en su desarrollo por las mujeres sabinas y su valiente acción, muleres que encontraron en Ersilia, la esposa del rey, una guía indomable y sabia. Si Rómulo fue el pater patriae, Ersilia fue sin duda la mater.

Escrito por Paola Marconi

Ersilia e le donne sabine.

E’ opinione diffusa che la civiltà e la cultura di Roma siano state maschiliste e patriarcali. Questa idea si basa innanzitutto sulla constatazione che i Romani discendevano da popolazioni indoeuropee, la
cui società si basavano su presupposti considerati espressione di una supremazia maschile. E’ pensiero diffuso inoltre che, a Roma, le donne fossero prive di personalità giuridica, cosa che si rifletteva anche nell’onomastica.
Mentre l’uomo era contraddistinto dai tria nomina, praenomen, il nostro nome personale, nomen, quello della gens e cognomen (antico
soprannome, che passa poi ad indicare le varie famiglie nell’ambito della gens) la donna era indicata con il solo nome della gens al femminile. In realtà il soprannome, che spesso ridicolizzava per gioco alcuni aspetti dell’uomo, non si usava sulla donna esclusivamente per rispetto nei suoi riguardi.

Si pensa inoltre che la donna fosse giuridicamente una eterna minorenne, destinata a passare dalla tutela (manus) del padre a quella del marito, e poi
eventualmente a quella di un tutore. In realtà tutela nel mondo romano ha un significato diverso rispetto all’attuale mondo islamico: nel mondo romano sta per garanzia, protezione dai pericoli, difesa. In età imperiale è infatti riscontrato che la donna avesse, de facto, una sua autonomia, la possibilità di amministrare i suoi beni e di decidere della sua vita, con l’ausilio di un tutore maschio (padre o marito) che aveva il compito di garantire che nessun farabutto approfittasse di lei o le truffasse la dote. L’idea preminente degli studiosi è che la donna romana, almeno all’inizio, fosse stata condannata ad un destino di cittadina di serie B, sottomessa totalmente alla volontà dei membri
maschili della sua famiglia, senza la possibilità di agire autonomamente, di esprimere una sua opinione, o di poter incidere nella vita della sua famiglia e della sua città. In realtà le cose non stanno affatto così. Nella storia di Roma non mancano le figure di donne che, grazie alla loro personalità e alle loro qualità, seppero imporsi
all’attenzione e spesso all’ammirazione di contemporanei e posteri, e lasciare una traccia indelebile nella storia della loro città, mutando
spesso il corso degli eventi.  Iniziamo questa carrellata di ” Mulieres Clarae “, come avrebbe detto Giovanni Boccaccio, con la prima romana che
emerge dalle pieghe della storia e del tempo: Ersilia, moglie di Romolo e, con lei, le donne sabine.

21/8/749 a.e.v. Sono passati poco più di quattro anni dalla fondazione di Roma. Nella valle tra Palatino e Aventino, la Vallis Murcia, i giovani romani stanno apprestando i palchi che accoglieranno gli ospiti di altre città, per lo più sabine, invitati ad assistere ai giochi e alle corse di cavalli in onore del dio Conso, dio dei granai, cui si consacrerà un altare sotterraneo. In un palco speciale, prenderà posto Romolo, il re fondatore, che ha invitato i popoli confinanti all’importante festa. In realtà questo invito cela uno scopo segreto.

Roma, fondata 21/4/753 a.e.v., è rimasta città di quasi soli uomini: pastori dei dintorni, rifugiati politici, sbandati, briganti e poco di buono scacciati dalle rispettive comunità, ma accolti da Romolo
nell’asylum, luogo fra le due selle, l’arx e il capitolium, dopo la promessa di cambiare vita e di fare qualcosa di utile per la città.
Mancano però le donne, senza le quali Roma rischia di sparire nel corso di una generazione. Romolo manda quindi ambascerie ai popoli vicini,
Ceninensi, Antemnati, Crustumini e soprattutto Sabini, per stringere alleanze mediante matrimoni fra i suoi sudditi e le figlie degli stranieri. Questi però rifiutano, perchè la fama dei Romani è pessima e
nessuno vuole averli come generi, o forse temevano che se Roma fosse cresciuta si sarebbe imposta occupando i loro territori ed il loro spazi.

Il momento è grave, ma Romolo elabora lo stratagemma delle celebrazioni in onore del dio Conso. I vicini accorrono, anche per la curiosità di
conoscere la nuova città,e, fra le loro donne, le più belle sono le vergini sabine, che spiccano per i loro begli abiti bianchi. La festa si protrae per tutta la giornata, fra giochi, corse di animali, allegria,
canti, frequenti libagioni di buon vino.

Verso sera, al segnale convenuto dato da Romolo, i giovani romani si gettano sulle ragazze ospiti e, approfittando dello sconcerto e forse dell’ebbrezza che ha colto i loro parenti maschi, rapiscono le
più belle. Gli ordini di Romolo sono tassativi: rapire solo le fanciulle vergini e, soprattutto, trattarle con il massimo onore e rispetto, senza assolutamente maltrattamenti, forzature e violenze. Accade però che, nel parapiglia generale, venga rapita anche una donna già sposata, Ersilia che, per rimediare all’errore, Romolo terrà per sè. I genitori e i
parenti delle ragazze, sconsolati tornano alle loro abitazioni, meditando vendetta.

Intanto, le fanciulle rapite, dapprima oltraggiate dal gesto e timorose per il loro futuro, vengono rassicurate dalla gentilezza e dall’affetto che i rapitori dimostrano nei loro confronti e dalla fattiva
condivisione di beni e cittadinanza. Rifiutano perciò di ritornare alle loro famiglie. Al contrario, i loro parenti non si rassegnano e i Ceninensi, gli Antemnati e i Crustumini mandano ambascerie al re sabino Tito Tazio, il più potente fra loro, che però indugia a muovere guerra ai Romani. Si muovono allora prima i Ceninensi e poi gli Antemnati, che
vengono però sconfitti. Mentre Romolo esulta, ecco però intervenire Ersilia. Mossa a compassione dalle preghiere delle ragazze rapite, che temono per la sorte dei loro cari sconfitti, prega il marito di deporre ogni ostilità e di accogliere i vinti come cittadini così da formare un unico popolo, cosa che ottiene senza difficoltà. Evidentemente l’ascendente che questa giovane e bella matrona ha su Romolo, ha già ingentilito l’animo bellicoso del marito e lo ha predisposto a deporre ogni rancore  e a condividere bene e destino con i vinti, divenuti nuovi cittadini.

A questo punto, i Crustumini decidono di abbandonare la lotta e vengono pacificamente integrati nella nuova realtà romana. Ersilia ha quindi ottenuto un grande risultato, il superamento di  odi e rancori tra i mariti e i parenti delle rapite. Il difficile, però, deve ancora arrivare. Infatti i potenti sabini non rinunciano a combattere per riavere le loro figlie e, grazie all’inganno e al tradimento di Tarpea, figlia del custode del Campidoglio, riescono ad espugnare la rocca.

Il giorno dopo scoppia, nella valle del Foro, tra i Romani che scendono dal Palatino e i Sabini che calano dall’altura occupata, una violenta battaglia. Dopo alterne vicende e molto sangue versato, i Romani stanno per prevalere, ma a questo punto le donne sabine, disperate, vinta ogni paura, molte incinte e altre con in braccio i figlioletti nati dalle
unioni con i Romani, guidate dalla indomita Ersilia, si gettano fra le due schiere, sfidando dardi e frecce, e supplicando i contendenti piuttosto di rivolgere le armi contro di loro, causa della contesa.
Preferiscono morire, dicono, piuttosto che rimanere vedove oppure orfane.
Commossi da quello spettacolo inatteso, Romani e Sabini gettano le armi e i capi, seduta stante, stringono un patto di alleanza. Non nasce solo
una pace ma, dice Tito Livio, da due popoli ne scaturisce uno solo. La pace, nata miracolosamente da una guerra così sanguinosa, rende le donne
sabine ancora più care ai mariti e ai padri, e Romolo le ricompensa dando alcuni dei loro nomi alle trenta curie in cui suddivide il popolo romano.

Possiamo quindi certamente concludere che Romolo fondò Roma, ma la città fu salvata nella sua esistenza e consolidata nel suo sviluppo dalle
donne sabine e dalla loro azione coraggiosa, donne sabine che trovarono in Ersilia, la moglie del re, una guida indomita e saggia. Se Romolo fu il pater patriae, Ersilia ne fu sicuramente la mater.

 

Paola Marconi

ORAZIO COCLITE, MUZIO SCEVOLA E CLELIA

di K. Monterosso

“Et facere et pati fortia romanum est.”

Operare e patire da forti è da romano

  • Tito Livio

Nella Roma antica il saper soffrire e morire per la Patria, con Pietas, era il valore massimo che un uomo potesse avere.

La storia di queste tre figure eroiche, si colloca nel VI secolo a.e.v.  tra la fine dell’età regia e l’avvento della repubblica.

Tarquinio il Superbo era stato da poco cacciato dalla rivoluzione del popolo per abusi di potere, violenze e cattiva amministrazione. Esiliato chiese appoggio a Porsenna, Lucumone di Chiusi, che intervenne marciando verso Roma.

Giunto alle porte della città eterna, probabilmente con un’armata di suoi alleati etruschi, composta da numerosissimi uomini ben armati, si accampò sul Gianicolo. Per entrare in Roma era necessario attraversare il fiume Tevere sopra l’unico ponte che i romani avevano costruito: il ponte oggi noto col nome di Sublicio (all’epoca ancora in legno), che si dimostrava essere una breccia pericolosissima. Gli uomini di Porsenna già stavano per attraversarlo, quando tra le fila romane si fece avanti un giovane di titanica forza e sconfinata temerarietà: il suo nome era Orazio Coclite. Egli dopo aver fermato i compagni che si stavano dando alla fuga, presi dal panico, li esortò a riarmarsi e distruggere il ponte con ogni mezzo possibile, compreso il fuoco, mentre egli avrebbe retto l’urto dei nemici. Ottenuto ciò che voleva, si parò da solo contro i migliaia di soldati etruschi che rimasero sbalorditi dall’enorme coraggio del romano, il quale, armi alla mano, si scagliò furibondo all’assalto riuscendo a tener testa all’intero esercito nemico e impedendone il passaggio. Nel frattempo i Romani, dietro di lui, abbatterono il ponte con grandi colpi di scure. All’improvviso si udì uno schianto di assi e di travi spezzate: il ponte crollò, trascinando con sé Orazio ed alcuni soldati etruschi. Il Romano era un buon nuotatore e riuscì a porsi in salvo, raggiungendo le rive di Roma salvata.

Porsenna però non si ritirò e pose assedio alla città, con la speranza che i Romani si arrendessero vinti dalla fame.

Non passò molto tempo per riscontrare nella città laziale gli effetti dell’assedio, ma proprio mentre risorse e viveri stavano per finire, condannando il popolo a morte certa, un gruppo di giovani aristocratici romani pensò di risolvere la questione tentando un’impresa temeraria:  uccidere Re Porsenna.

I giovani tirarono a sorte e toccò a Caio Muzio, che presentandosi al Senato, chiese l’autorizzazione ad oltrepassare il Tevere da solo e senza visibili drappelli, per perseguire l’arduo tentativo. Egli ottenne il consenso e dunque, vestitosi da guerriero etrusco, partì con un pugnale nascosto e s’infiltrò nell’accampamento nemico. Arrivato in prossimità del seggio reale, si trovò immerso in una fitta folla, poiché in quel momento si stava distribuendo la paga ai soldati, con Re Porsenna seduto su di un palco con accanto il suo scrivano. Questi ultimi due avevano vestiti molto simili e lo scrivano, che aveva un gran da farsi, si trovava ad avere tutti i soldati che si rivolgevano ad esso; il romano fraintese le figure ed uccise l’uomo sbagliato, trovandosi subito accerchiato dai soldati etruschi e condotto d’innanzi al vero Porsenna che lo intimò di dire chi fosse, allorchè il giovane patrizio rispose: “Sono un cittadino romano, mi chiamo Gaio Muzio. ho voluto uccidere un nemico e nemmeno di fronte alla morte ho meno coraggio di quanto ne ho avuto per uccidere; agire e soffrire da forti è proprio dei Romani. Nè sono io solo a nutrire contro di te tali propositi: dietro di me c’è una lunga fila di giovani reclamanti lo stesso onore. Preparati dunque a questa prova, se ti piace, a lottare in ogni istante della tua vita, a trovarti sempre un pugnale e un nemico nel vestibolo della tua reggia. Questa è la guerra che noi, gioventù romana, ti dichiariamo. Non avrai a temere alcun esercito, alcuna battaglia; ma dovrai vedertela da solo contro ognuno di noi!”.

A quel punto vide poco distante un braciere per sacrifici e continuò:

“Punisco la mia mano perché ha sbagliato”

E dopo aver pronunziato tali parole, pose la propaggine dell’arto destro nel fuoco, lasciandola carbonizzare e rimanendo con fermezza, impassibile al dolore, concluse:

“Guarda come un uomo considera il proprio corpo quando ama la propria Patria”.

Il Re rimase talmente esterrefatto dinnanzi alla grandezza di tale atteggiamento e così impressionato, che diede l’ordine di liberare il giovane, il quale tornò a Roma, dove fu poi soprannominato Scevola, ovvero mancino.

Porsenna iniziò ad avere forti paure nel vedere la forza di un popolo che con un solo uomo fermò il suo esercito sul ponte Sublicio e con ardito eroismo era disposto impunemente a qualsiasi sacrificio pur di salvare la propria libertà, così, volendo preservare la propria vita, decise di intavolare coi romani trattative di pace.

Come parte del trattato di pace, che pose fine alla guerra tra Roma e Clusium, Lars Porsenna ottenne terre e ostaggi del patriziato, tra cui la giovane Clelia della Gens patrizia Cloelia. La ragazza, da indomita ed orgogliosa romana, non accettava di piegarsi al dominio di un nemico, così, una volta portata all’accampamento del Lucumone, non distante dalle sponde del Tevere, aspettò la notte e prendendo in mano la situazione spronò altre otto fanciulle a non piegarsi al giogo dello straniero, incarnando quell’ideale per il quale i loro stessi uomini si erano dimostrati disposti a tutto. Elle in quanto figlie di Roma, non sarebbero dovute esser da meno, decisero così di sfidare coraggiosamente la sorte ed eludere le sentinelle di guardia tornando alla madre patria. Fu così che queste 9 romane fuggirono arrivando sino alle gelate sponde del Tevere, ma durante il tragitto furono scoperte e bersagliate dalle frecce avversarie. L’unico ponte che portava all’urbe, era stato distrutto durante la battaglia con Orazio Coclite, ma piuttosto che la resa, le ragazze si gettarono tra le impetuose acque del sacro fiume sotto una pioggia di dardi. L’eroismo fu ripagato con la riuscita dell’impresa. Giunte all’altra sponda furono accolte dai romani che nel frattempo s’erano armati pensando di essere sotto attacco, ed invece rimasero stupiti nel vedere le giovani donne emergere dall’onde. Clelia ricongiunse le compagne alle proprie famiglie, ma una volta d’innanzi al Senato, lo Stato romano prese la decisione di persistere saldi i virtuosismi propri del sangue dei loro padri, mantenendo fede alla parola data e riconsegnando le 9 fanciulle a Re Porsenna, che una volta ricongiuntosi tra le tende dei propri soldati ordinò che le romane venissero portate al proprio cospetto chiedendo chi fosse stato l’artefice della fuga. Clelia avanzò verso il Re, tenendo fisso lo sguardo con colui che avrebbe potuto condannarla a morte, ammettendo con baldanza la propria colpa e dicendo che da romana non si sarebbe mai chinata a un nemico e che sarebbe stata disposta a riscappare. Porsenna si ritrovò di nuovo d’innanzi all’orgoglio e la fierezza della stirpe romana.

Il Lucumone, già colpito dalla lealtà dei romani ed estasiato dall’arditezza persino delle loro donne, preferì alla fine l’amicizia dei Romani piuttosto che ostinarsi a dare appoggio alla causa del Re spodestato Tarquinio il Superbo, così decise di restituire gli ostaggi e le terre per avere una pace ancora più duratura.

Per le sue gesta vennero tributati a Clelia molti onori e nel foro venne innalzata una statua equestre dell’eroina, ancora visibile nella tarda Repubblica.

Catone il Censore

CATONE IL CENSORE – “IL PRIMO TRA I PRIMI”

di K. Monterosso

 

 

Io preferisco gareggiare in Virtù con i più virtuosi piuttosto che con i ricchi in ricchezza o con gli avidi in avidità”.

Catone

Spesso, presi dalle persuasioni più o meno futili dei tempi attuali, ci si dimentica dell’immensa virtù di quegli illustri uomini della nostra stirpe che, secoli fa, abitarono il suolo italico. Qualora qualcuno si chiedesse se questa dimenticanza risulti essere un danno, bisognerebbe rispondere prontamente di “sì”. Sì, perché i motivi della decadenza e dello smarrimento della civiltà ultima impongo all’uomo contemporaneo un denudarsi della propria identità. Questi uomini esemplari del passato, i quali ebbero limpidi nel proprio spirito valori ed etiche, fedelmente esprimenti un’epoca fondata sull’eroismo e sulla luminosità olimpica, oggi possono giungere a noi come una sorta di mito, un sublime stile a cui ispirarsi per poi orientare sia i movimenti del proprio animo, sia l’azione volta ad attuare cambiamenti esteriori.

Tra i grandi uomini della stirpe romana, che possiedono l’assoluto diritto di essere elevati ad emblema e pura espressione della civiltà e della virtù, vi è sicuramente Marco Porcio Catone detto il Censore. Un uomo integralmente e gravosamente romano. Elogiato da grandi letterati e filosofi come Cicerone, che lo definì “l’ultimo vero romano”, o Plinio il Vecchio che di lui disse: “non fu secondo a nessuno”; persino i successivi autori cristiani come sant’Ambrogio e sant’Agostino, che certo non risparmiavano critiche al mondo pagano, elogiarono la sua dirittura morale e la sua perfetta coerenza. Ai nostri giorni di Catone rimane ancora lo spettro del “censore”, colui che battagliò strenuamente, affinché il suo popolo non perdesse la sua identità contro i costumi degenerati che in quell’epoca sembravano poter corrompere il puro spirito e la moralità dei figli di Roma.

È bene evidenziare che è proprio per questo ultimo punto che Catone deve essere preso da esempio da chi voglia “censurare” la decadenza e l’assenza di valori veri, propria del nostro tempo. Per l’appunto si dovrebbe ritenere la vita di Catone come fonte di importanti spunti, i quali non devono fermarsi al mero interesse retrospettivo; piuttosto lo studio della vita di questo grande Romano dovrebbe mostrarsi utile a coloro che intendessero trovare un saldo punto di riferimento, per l’analisi ed il giudizio dei numerosi aspetti della decadenza che caratterizza la modernità.

LA VITA IN BREVE

Marco Porcio Catone nacque da una famiglia plebea a Tuscolo, un piccolo villaggio vicino Roma, nel 234 a.e.v.[1] il giovane Catone venne forgiato dal duro, umile e tenace lavoro dei campi; situazione che gli conferirà l’amore per la propria terra, il valore della semplicità, della parsimonia e l’ostinazione tipica del contadino. Passò la sua giovinezza nella solitudine agreste, poichè che la sua casa era situata in un luogo abbastanza desolato. Tuttavia non mancò di distrarsi con le letture sulle grandi imprese degli eroi romani, come Quinzio Cincinnato, Furio Camillo, Curio Dentato e Fabio Massimo, dimostrando così di non essere un semplice uomo rude; anzi egli sentì di possedere un’affinità interiore con i nobili valori della romanità. Non tardarono le prime esperienze militari, durante la seconda guerra punica, che ebbero il pregio sia di toglierlo dal suo isolamento nei campi, sia di forgiarsi – ulteriormente – nei rischi del combattimento (dove dimostrò coraggio e capacità di comando). Così, nel periodo della sua giovinezza, si identificò con il modello dell’uomo romano nella sua forma più originaria, ovvero con il contadino forgiato dal sudore del duro lavoro nei campi e con il guerriero guidato dai valori eroico-aristocratici.

Marco Porcio Catone non mancò di farsi notare dal patrizio Valerio Flacco, il quale diede a quel giovane contadino la spinta necessaria per incunearsi nella vita politica di Roma. Catone iniziò il suo cursus honorum nel 204 a.e.v. come questore in Sicilia, nel 199 a.e.v. venne eletto edile e successivamente pretore in Sardegna, infine nel 196 a.e.v., a 38 anni, venne eletto alla massima carica della Repubblica: console. In questa carriera folgorante, Catone non mancò di ingraziarsi l’appoggio delle classi aristocratiche conservatrici romane, dato che in quegli anni di attività politica si espresse severamente a favore della vita austera e modesta e alla difesa del mos maiorum, dunque contro gli arricchimenti, la lussuria e i dispotismi. Sua è la citazione “i ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”, la quale dimostra quanto si accanì contro le ingiustizie e la corruzione della politica romana.
Combatté ancora durante la seconda guerra punica, in Spagna ed in Grecia, distinguendosi per abilità, virtù, doti organizzative e di comando. Nel 193 a.e.v. sposò Licinia Terzia, un’aristocratica con la quale diede vita alla sua virtuosa famiglia.

Catone fu anche un ottimo avvocato, uno scrittore originale ed uno stimatissimo oratore.
Nel 184 a.e.v. si svolsero le elezioni per il rinnovo dei censori: in quell’anno, dopo una dura battaglia elettorale Catone venne nominato censore, coronando così il suo cursus honorum. Egli onorò la sua nuova carica con zelo, autorità, intransigenza e dirittura morale, scagliandosi contro la decadenza dilagante, tanto da passare alla storia con il soprannome di “Censore”, “il Censore” per antonomasia.

CATONE COME PATER

Procedendo ad analizzare gli aspetti particolari della vita e della visione di Marco Porcio Catone, è possibile notare come egli – agricoltore, uomo politico e militare – si vantò di essere soprattutto padre. Catone considerò la familia quale cellula base della comunità romana, e non tardò quindi a sposarsi con Licinia Terzia dalla quale ebbe due figli. Il Censore trattò tutti i suoi familiari con bontà e dolcezza, considerandoli cose sacre, ma non risparmiò per questo ai suoi figli un’educazione severa, finalizzata a forgiare i futuri romani in grado di sopportare tutto pur di conseguire una vita virtuosa e devota a Roma. Perciò si impegnò ad insegnare ai figli ad andare a cavallo, a maneggiare la spada, a sopportare le intemperie, la fatica, ma anche a conoscere la legge, la storia e le gesta degli eroi romani (scrisse appositamente per loro anche un libro – tra i suoi tanti – intitolato Origines, nel quale illustrò le imprese degli avi). Non mancò neppure di dimostrare in famiglia un pudore fortissimo, e pretese il massimo rispetto sia dalla moglie che dai figli, in quanto, secondo la Tradizione, nelle famiglie romane a detenere una superiore dignitas fu sempre il padre.

VISIONE CATONIANA DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO

“Fra i contadini si formano uomini di fortissima tempra e soldati valorosissimi; e dall’agricoltura consegue il profitto più onesto, più stabile, meno sospetto: chi è occupato in quell’attività non nutre pensieri malevoli”.

Catone, De Agricoltura

La parola “economia” (letteralmente dal greco “casa” e “amministrazione”) dovrebbe subito far pensare ad un’amministrazione e gestione della casa in un tocco rudimentale e semplicistico. È solo con la moderna accezione che l’economia, contemporanea figlia dell’espansione dei commerci, delle rivoluzioni industriali, delle multinazionali fino ai capitali virtuali, è divenuta qualcosa di incomprensibile ai più per via di astratti processi e formule: un concetto talmente mutato che verrebbe da chiedersi cosa effettivamente c’entri con quel significato grossolano e primitivo che l’etimologia assolve. Per rispondere è necessario rivolgere lo sguardo alle concezioni del lavoro e dell’economia nell’antichità: si noterà che queste furono nettamente contrarie alle disposizioni oggi dominanti.

La romanità non era caratterizzata dall’ottica dell’investimento, del guadagno, del produrre sempre in maggiori quantità, piuttosto, fu caratteristica la frugalità, la moderazione negli acquisti, fino ad arrivare alla parsimonia. L’idea principale che si ebbe del lavoro, fu quella di concepire la propria professione non come un incatenamento o un impegno totalizzante (come, invece, spesso oggi avviene, confondendo la persona con la sua professione), il lavoro fu sentito, piuttosto, come una mera attività con il fine esclusivo del soddisfare le esigenze basilari, quindi senza smarrire la propria dimensione esistenziale rincorrendo ad un sempre maggiore guadagno o crescita: per dirla con un termine economico, senza ricercare un “surplus” nella produzione.
Il tempo che non veniva speso in cerca di arricchimenti, era utilizzato per l’otium, ovvero per esercitare le attività politiche, culturali e spirituali di edificazione della persona. Concezione pienamente vissuta dal Censore.

In particolare Catone vide il mestiere dell’agricoltore come superiore a tutti gli altri, in quanto la cura assidua dei campi, a suo giudizio, era capace di forgiare cittadini romani tenaci e prodi soldati. Egli considerò che l’attività del contadino fosse in grado di dare sicurezza economica e una vita stabile, improntata alla sobrietà ed all’autosufficienza. Ogni guadagno derivante dall’attività agricola doveva essere onesto e conseguito nel rispetto del mos maiorum.

Un’altra ragione per la quale Catone considerò l’agricoltura attività eccelsa, va individuata nell’importanza che, sin dai primordi, caratterizzò il rapporto tra i Romani e la terra.
Tuttavia dopo le guerre vittoriose del II secolo a.e.v. iniziò la diffusione inarrestabile delle attività di tipo commerciale. Ciò ebbe a Roma l’aspetto di una rivoluzione dei valori, in quanto l’intensa attività commerciale comportò l’apertura verso altri mondi, lo scambio assiduo di merci e tanto altro (una sorta di globalizzazione ante-litteram): tali cose che non piacquero a Catone, data la sua diffidenza nei confronti del cambiamento e dell’apertura verso l’esterno. Il commercio, secondo il Censore, non era particolarmente adatto a garantire l’onesto guadagno, in quanto l’attività commerciale si basava più sulla furbizia e sull’abilità seduttiva, anziché sul duro e semplice lavoro del contadino.

Le cose peggiorarono ulteriormente con la veloce diffusione dell’usura, pratica contro la quale Catone si scagliò vivacemente poiché anch’essa non genera un onesto e sofferto guadagno, anzi tutt’altro: alla domanda su cosa ne pensasse dell’usura, il Censore replicò “e tu cosa ne pensi dell’uccidere un uomo?”. In varie arringhe, Catone, si sforzò di dimostrare la dannosità dell’usura, come quando ribadì che le leggi di Roma condannavano “un ladro al pagamento del doppio e l’usuraio al pagamento del quadruplo”. Chiara fu, dunque, la sua condanna morale di quello che oggi in economia viene disinvoltamente chiamato “interesse”, ma che invece bisognerebbe chiamare “usura”.

Nonostante l’azione di Catone e dei suoi seguaci, Roma andò sempre di più arricchendosi anche e soprattutto attraverso le nuove pratiche commerciali e usuraie, che suscitarono il malcontento della popolazione più povera, favorirono la classe dei mercanti – la quale, come la storia ha spesso dimostrato, possiede una scarsa affinità con i principi ed i valori che caratterizzano una società tradizionale – e indussero l’aristocrazia a smarrirsi nei lussi e nei piaceri. Catone volle invece dimostrare coerenza all’Urbe e marciò contro corrente, sforzandosi di disprezzare i guadagni facili, le vesti sgargianti, le case lussuose, i cibi raffinati e i vizi sovversivi, preferendo condurre una vita umile e austera, faticosa ma saldamente ancorata alla fedeltà nei principi morali della Roma delle origini.

LE BATTAGLIE E I PRINCIPI CONTRO LA DECADENZA MORALE

Catone visse in un periodo molto turbolento della storia di Roma: il tempo delle guerre puniche. Sebbene in queste dure prove la grandezza interiore del popolo romano dimostrò di raggiungere il proprio apice, di lì a poco Roma cominciò ad essere una città aperta a nuovi costumi, diametralmente opposti al suo stile di vita originario; ovvero la forza morale, base dell’ideale politico dell’Imperium – che sottomise il materialismo ed il sensualismo orientali – andò scemando lasciando spazio nell’Urbe proprio ai quei caratteri licenziosi delle popolazioni dominate.
In particolare gli influssi del decadente mondo greco – ormai lontano dall’armonia e dalla misura “apollinea”, nonché dall’austerità spartana – si rivelarono causa di vizi e di corruzione.
Catone riconobbe il pericolo derivante dall’apertura ai nuovi costumi, il grave rischio che l’identità romana potesse perdere la sua originalità e scadere, per esempio, nell’individualismo, contrario al forte senso della comunità ed alla lealtà allo Stato; temette pure l’importazione di pratiche licenziose tipiche del mondo orientale.

Furono invece favorevoli alla visione di una Roma più aperta al mondo: Scipione l’Africano e la sua ricca e potente famiglia. La visione degli Scipioni fu rivolta all’espansione della pratica del commercio, fino a quel momento ritenuta dai romani un’attività poco onesta ed in contrasto con l’edificante e autarchico lavoro dei campi.

Scipione volle pure una Roma meno radicata nel passato e disposta ad essere influenzata da nuove idee e dai costumi provenienti dall’Oriente. Due visioni opposte, dunque, quella del Censore e quella dell’Africano. Scontrarsi con la prestigiosa famiglia degli Scipioni, costò a Catone la progressiva perdita dei privilegi. Anche il consenso popolare ne risentì, poiché l’agio ed il lusso conseguenti alle grandi conquiste, cominciarono ad influenzare anche gli strati della popolazioni fino ad allora esclusi da un certo tenore di vita.

L’aristocrazia, che inizialmente appoggiò il Censore, finì con l’abbandonare Catone insieme alle antipatie nei confronti dell’ellenismo decadente e delle culture esotiche. C’è da osservare, inoltre, che Catone suscitò il malcontento dei patrizi poiché si batteva contro i loro privilegi; ciò non perché  fosse a favore di una società egualitaria, ma perché desiderava restituire la giusta dignità al popolo contro la corruzione economica e morale del patriziato.

 

Catone morì nel 149 a.e.v. in solitudine ed impotente di fronte alla sua Roma che si stava dando ai vizi. Egli tuttavia rimase coerente con i suoi principi sino alla morte.

Nonostante la dura opposizione di Catone, in quel periodo Roma si volse verso il “nuovo” – lo straniero, il progresso – in un processo che evidentemente fu quasi inarrestabile. In particolare, dopo la vittoria su Antioco III, vi fu nell’Urbe un massiccio afflusso di poeti, cuochi, intellettuali, musici, prostitute, i quali portarono ad una diffusione di idee inedite, nuovi culti e licenze.
Invase Roma uno spirito “dionisiaco” e asiatico, caratterizzato dall’amore per il confuso, per l’informe, per la promiscuità dei sessi e delle classi sociali, per l’illimitato ed il piacere edonistico. La missione metastorica di Roma fu l’affermazione dello spirito sano che ne informava la società, tuttavia, nel periodo catoniano, si vide il popolo romano cedere a quei costumi che rappresentavano l’esatto opposto dell’austera romanità perseguita dal Censore.

Tra le conseguenze pratiche dello spirito nuovo che si diffuse tra i romani, vi furono: l’aumento dei divorzi, la pratica del celibato, il libertinaggio della gioventù, l’avidità dei guadagni, la diffusione dei culti orgiastici orientali, contro i quali venne emesso uno specifico emendamento da parte del Senato, finalizzato a ridurli. Catone sicuramente contribuì in modo eccelso ad arginare la decadenza della migliore romanità, ponendosi quale ostacolo tenacissimo ai moti sovversivi che gli si pararono innanzi.

CONCLUSIONE

Da questa sintesi della vita di Catone e delle sue principali battaglie, emerge la figura di un uomo che potremmo definire integro e “integrale”: Catone fu un capace combattente, un ottimo senatore, un severo magistrato, un erudito scrittore, un premuroso pater familias, un agricoltore, un sacerdote; riuscì a riassumere in sé, con la massima serietà ed applicazione, tutte quelle funzioni che un vero e nobile romano, radicato nel mos maiorum, doveva sforzarsi di incarnare. In particolare le virtù dell’agricoltore, il coraggio del combattente e lo zelo per l’attività politica.
Catone può essere considerato una personificazione del mos maiorum. Egli ebbe una spiccata sensibilità per la parsimonia, l’intolleranza verso la decadenza dei costumi, la vita fieramente austera che sola può conservare incontaminati quei valori dell’antica e migliore romanità. Valori che permisero al Censore di elevarsi al ruolo di difensore dello Stato e delle leggi sacre di Roma, fino agli ultimissimi giorni della sua vita quando, ormai ottantenne, emarginato ed incompreso dai più, si difese contro i giovani rampolli, figli della nuova cultura contaminata dagli influssi orientali, che nulla sapevano dell’autentica romanità.

La vicenda esistenziale di Catone mostra un uomo angustiato dal progresso incontenibile: nonostante la sua opposizione, la sua costante volontà di rettificare, la sua intolleranza e le sue azioni, egli non riuscì ad arrestare il nuovo e, con esso, la decadenza.
La lotta per ristabilire l’identità di Roma contro l’avanzata della decadente cultura tardo-ellenistica, la quale comportò conseguenze devastanti come il dilagare dell’usura, della corruzione, dell’incapacità di fare famiglia, (da cui i conseguenti divorzi volti a contrarre nuovi matrimoni per l’ascesa al potere), della decadente sessualità orientale (che voleva importare persino l’uso del “puer delicatus”, ossia la pedofilia) è da paragonare, in qualche modo, a quella speciale lotta oggi condotta dall’ “uomo differenziato” dei tempi ultimi. “Uomo differenziato” in quanto refrattario all’omologazione imposta dall’ideologia mondialista e ostinatamente attaccato ad una concezione tradizionale della vita. “Uomo differenziato” che si trova a dover fronteggiare tutte le insidie e le seduzioni suscitate dal dominio che la scienza, la tecnica e l’economia esercitano nel mondo moderno, un dominio che, di fatto, non tollera l’idea stessa di società tradizionale, imperniata sul concetto di Verità oggettiva radicata nel trascendente.

Dinnanzi a questa triste realtà, che vede avanzare ogni giorno di più il fronte della sovversione, è normale porsi la domanda se sia giusto o meno avversare e combattere ostinatamente l’incedere, apparentemente inarrestabile, del celebrato “progresso”, rischiando di vivere in una condizione di isolamento incompreso rispetto alla maggioranza dei connazionali. Il dubbio può essere risolto anche guardando all’esempio offerto da quel Romano, Marco Porcio Catone, che 2500 anni fa visse in una situazione simile a quella odierna. Egli, come sospeso fra due ere, scelse di combattere con una coerenza eroica, fino alla fine dei suoi giorni, per difendere la propria identità e i valori dei Padri, incurante delle avversità e degli antagonismi. La sua lotta non fu per nulla infruttuosa: un secolo e mezzo dopo di lui, l’idea del recupero dei valori delle origini riuscì a vincere nella figura di Augusto, il quale fondò il nuovo (l’impero), imperniandolo nei valori più arcaici dell’etica romana. Il classicismo di Catone si schierava contro un ellenismo decadente, che nulla aveva più a che fare con il grande ideale Alessandrino, così la rifondazione di Roma da parte di Augusto vede la rimonumentalizzazione del sepolcro di Romolo, volta a sancire l’ideale di ritorno alle origini, ulteriormente ribadito nell’arte dal nuovo classicismo augusteo.   Allo stesso modo, colui che oggi è desto dinnanzi alle rovine, deve concepire che una vita trascorsa nella coerenza dei principi, quand’anche procuri sofferenza e non faccia avvisare alcun bagliore di speranza, è infinitamente nobile, romana e degna di essere vissuta e, allo stesso modo dell’esempio catoniano, può essere seme destinato a fruttare nel secolo a venire.

[1] A.e.v. sta per avanti era volgare.

DEL RISPETTO DELLE DONNE PRESSO I ROMANI

Nella novella Roma il Re Romolo, figlio di Dio Marte, dovette procurar mogli ai suoi cittadini col noto inganno dei giochi in cui fu attuato il ratto delle Sabine.

Siamo portati a vedere questo come un atto violento ed ingiusto, ma il rispetto che Romolo volle per le donne fu tale che la sua azione prese una piega ben diversa.

Plutarco infatti commenta che “col conseguente onore, amore, e spirito di GIUSTIZIA con cui furono trattate le donne dimostrò che quell’atto di violenza e di sopraffazione fu un’impresa di grandissimo valore politico, mirante a promuovere un’unione fra i due popoli [sabini e romani]”. (vita di Romolo, 35(6), 2). “Del rispetto, dell’amicizia e della saldezza che egli impresse alle relazioni matrimoniali è testimone il tempo. Nel giro di 230 anni nè un uomo osò abbandonare l’unione con la moglie, nè una donna quella col marito” (vita di Romolo, 35(6),3-4). A guisa di ciò ricordiamo che i Romani avevano il divorzio nel loro diritto, e che questi tutelava sempre la donna, la quale poteva divorziare e tornare alla sua famiglia con tutta la sua dote, la quale non poteva essere  sperperata dal marito, bensì preservata e se possibile accresciuta. Dunque Plutarco sostiene che se le donne non usassero divorziare dai mariti è perchè queste si sentivano talmente rispettate, amate ed onorate che preferivano restare nella nuova casa piuttosto che tornare dai propri genitori (e non pensiate che non esistessero già all’epoca suocere che reclamavano il ritorno della figlia dopo il matrimonio!). D’altro canto gli stessi uomini evitavano di divorziare dalla donna per amore e rispetto nei suoi riguardi, nonostante di fanciulle in cerca di marito ve ne fossero tante, mentre gli uomini, falciati dalle perenni guerre, erano pochi.

Plutarco ci sottolinea che il primo divorzio fu richiesto 230 anni dopo il ratto delle Sabine: “tutti i Romani sanno che Spurio Carvilio fu il primo a ripudiare la moglie accusandola di sterilità.” (Plut., vita di Romolo, 35(6), 4).

Del resto è noto a tutti l’evento in cui le Sabine, quando giunsero i padri ed i fratelli a liberarle, non vollero che si procedesse nella contesa, ma chiesero che i due popoli si unissero ora che avevano avuto dei figli dai loro mariti. Le loro suppliche vennero ascoltate e così “fu accettata una tregua ed i capi vennero a trattativa.Frattanto le donne condussero i loro padri e fratelli, i propri mariti e figlioletti, e portavano da mangiare e da bere a chi ne aveva bisogno, e curavano i feriti portandoli nelle proprie dimore e mostravano come avessero loro il governo della casa e come i mariti avessero attenzioni per loro e le trattassero con benevolenza ed ogni rispetto. Si fece allora la pace a queste condizioni: che restassero coi loro mariti le donne che lo volevano...” (Plut., Vita di Romolo, 19, 8-9). Ovviamente le donne restarono coi propri mariti e Sabini e Romani abitarono nella stessa città, la quale venne chiamata Roma in onore di Romolo, ed i suoi abitati Quiriti per riguardo alla patria di Tazio (ibidem).

Plutarco ci rammenta alcuni dei grandi onori che furono tributati alle donne: “cedere la strada quando camminano”, e quindi non più che le donne dovessero scansarsi al passare di uomini, “astenersi in modo assoluto da ogni parola sconveniente in presenza di una donna” a differenza degli usi di ben altri popoli, “nè farsi vedere nudi o subire davanti ai giudici in loro presenza un processo per delitti capitali“, queste ultime due norme comportamentali era per evitare atteggiamenti sconvenienti nei riguardi delle donne e perchè non vivessero la sofferenza di assistere ad una condanna.

Insomma i primi ad avere un minimo di rispetto verso il “gentil sesso” furono proprio gli antichi Romani, da ciò diviene chiaro comprendere da chi, gli Italiani, hanno ereditato quel fare tipico del sentimento latino, capace di conquistare ogni donna in ogni parte del mondo… Forse un pò le scorribande di altri popoli possono aver corrotto quel sentimento puro che l’Italico aveva elaborato per la donna, così come la nuova religione orientale ha sovvertito il rispetto tipico della religione romana, ma non disperiamo: se cerchiamo bene, nel nostro DNA quella memoria di un sano comportamento può risvegliarsi in un attimo, e magari ridestarla in quest’epoca folle di continui delitti nei riguardi delle donne non sarebbe male.

Giuseppe Barbera

Ipazia di Alessandria, martire gentile.

Chi era Ipazia di Alessanria? E’ questa la domanda alla quale vuole rispondere il presente articolo. Ultimamente questa donna del passato (fine IV – primi V sec. e.v.) è stata strumentalizzata dalla politica di sinistra come martire del femminismo e dell’ateismo scientifico sfrenato. Ma Ipazia non era una donna che rifiutava di mettere il velo, come riportano alcuni siti internet male informati che non sanno che all’epoca in Egitto ancora non esisteva l’Islam (come in nessun altro luogo del mondo) e che, in epoca romana, le donne già indossavano il bikini come mostrano i mosaici di piazza Armerina. Neppure era una scienziata alla maniera di Margherita Hack. Ipazia era una insegnate del Serapeo di Alessandria: ciò implica moltissime cose che qui spiegheremo. Né era vergine perché rifiutava di essere sottomessa ad un mondo maschilista: ella era una sacerdotessa vergine del tempio terapeutico e come tale praticava lo studio della medicina sacra e dell’astronomia per identificare i migliori momenti per le operazioni sacerdotali, proprio come si faceva nel resto dei santuari di tutto il mondo. Santuari che si mantenevano con le rette degli studenti, particolarmente verso la fine del mondo antico, quando oramai lo stato (cristianizzato) non sosteneva più le accademie ed i templi.

Innanzitutto spieghiamo perché le scuole scientifiche, di istruzione accademica e superiore, nel mondo antico si conservassero in prossimità di Santuari. Non a caso Aristotele fondò la sua scuola nel santuario di Apollo Liceo, non a caso nell’antico Egitto le scuole scientifiche si trovavano all’interno dei santuari.

I maestri delle accademie[1] spesso erano filosofi, termine che non implica semplicemente di essere dei pensatori, come intendiamo in epoca contemporanea: quasi sempre i filosofi erano sacerdoti o uomini iniziati a culti misterici, i quali tramite la sacralità scientifica dei culti pre-cristiani (che tutto erano tranne che forme di superstizione, a differenza delle attuali religioni abramitiche) indagavano la natura delle cose in cerca della Verità Assoluta. La qualità scientifica dei culti antichi della nostra stirpe (quelli greco-romani, italici e mediterranei) viene confermata dalle più evolute teorie scientifiche attuali che altro non fanno che ricalcare le conclusioni della Teogonia di Esiodo e di quelle espresse da Ermete Trismegisto nel Corpus Hermeticum[2]. Lo scienziato dell’epoca antica, per avere una visione oggettiva delle cose e non influenzata dalle proprie fantasie, aveva spesso intrapreso un percorso spirituale per l’abbattimento dell’ego a favore di una visione lucida, razionale e coscienziosa: Pitagora, maestro pontificatore della Magna Grecia, fondò le scienze matematiche organizzate ed i suoi discepoli spirituali erano tutti grandi iniziati e matematici, sia uomini che donne. I discepoli di Socrate, quali Platone, Alcibiade e altri, erano iniziati ai misteri Eleusini: nota l’accusa di parodia dei medesimi fatta ad Alcibiade per averli replicati in casa sua. Macrobio era iniziato ai misteri mitraici ecc. ecc.

Aristotele crea la sua scuola nel tempio di Apollo Liceo perché sia un luogo di luce che abbatte l’ignoranza selvaggia così come il dio caccia e abbatte il lupo.

Le scuole mediche erano inserite in santuari terapeutici prevalentemente dedicati a divinità come Esculapio, Salus, Serapide ecc.

Dunque vi era una profonda connessione tra il sapere scientifico, la religiosità greco-romana e quella ellenistica (il Serapeo di Alessandria venne eretto in epoca ellenistica): questo perché la religiosità classica non aveva dogmi[3] ma si adattava alle scoperte e innovazioni scientifiche. Le religioni abramitiche[4], che invece vivevano di dogmi e menzogne, distrussero tutto ciò che esisteva di buono e sano per diffondere il loro odio travestito da amore: è di San Cirillo di Alessandria la richiesta di “distruzione della sapienza pagana”, infatti questa dimostrava le falsità di una religione nuova che nulla aveva a che fare con le religioni precedenti: quindi il problema non è che le religioni spesso si rivolgono contro la sapienza e le donne, come scrivono alcuni strumentalizzatori politicamente schierati, la verità è che le religioni abramitiche si sono sempre scagliate contro il paganesimo perché aveva una valenza scientifica: infatti Ipazia, Bruno[5], le accusate streghe del medioevo, i sacerdoti della tarda antichità e tanti altri non vennero perseguitati ed uccisi dai cristiani perché liberi pensatori, ma perché apologeti del paganesimo che è panteista.

Agli oppositori di tale verità ricordiamo che Ipazia era figlia di Teone, rettore del Santuario: il quale era un altissimo titolo sacerdotale e non un appellativo laico scientifico.

Il fatto stesso che Lei insegnasse nel santuario del padre implica che praticava tale culto, del resto tutti i neoplatonici (ed Ipazia era una neoplatonica) erano praticanti gentili (gentili è un appellativo per indicare quelli che oggi chiamiamo pagani, si dice gentili perché praticavano il culto delle “gentes” greco-romane) impegnati nella rivalutazione della Tradizione contro le accuse infamanti dei cristiani che volevano creare confusione con le loro menzogne, tra le tante:

  • che la cometa era segno della venuta di Cristo figlio di Dio (non è così, la cometa passa alla morte di Cesare e viene interpretata dal Senato come presagio della divinizzazione di Cesare, infatti viene scolpita nel timpano del tempio a lui dedicato nel foro e coniata nelle monete da Augusto per sottolineare che Lui era figlio di un dio e quindi un degno imperatore);
  • che Cristo era venuto tra gli uomini per insegnare l’Amore ed il perdono e ne era il primo a parlarne al mondo (se fosse stato così i cristiani non avrebbero perseguitato con odio i pagani, non si sarebbero odiati tra loro con continue lotte intestine, non avrebbero operato per l’abbattimento dell’impero romano; inoltre è Romolo che porta l’Amore tra gli uomini fondando una città che sia riflesso dell’Amor, ovvero Roma, la quale identifica nella costruzione del diritto e nella diffusione della giustizia e nella tutela delle differenti etnie l’Amore per le diverse società umane; inoltre Roma si popola con l’asilo di Romolo, il quale PERDONA le colpe dei crimini purché ci si impegni nella costruzione di una società giusta e corretta);
  • che Cristo era un personaggio storico e non inventato da Paolo (invece prima dell’80 e.v., data dell’evangelizzazione di Paolo, nessuno ha mai menzionato l’esistenza né di Cristo né dei cristiani, tanto più nel De Bello Giudaico di Giuseppe Flavio, dove sono menzionate tutte le sette operanti in Giudea al 70 e.v., anche quelle con soli tre seguaci, non compare l’esistenza di nessun Cristo e neppure un cristiano e tutti i documenti contenenti i censimenti degli abitanti dell’impero vennero scientificamente distrutti per cancellare le prove della non esistenza del Cristo, ecco perché bruciavano qualunque biblioteca e qualunque archivio storico).

Aggiungiamo che Lei era a capo della scuola alessandrina, ed il fatto che le donne nel paganesimo potevano avere ruoli importanti, mentre il cristianesimo le voleva completamente mute e sottomesse al suo sistema, poteva creare un allontanamento di parecchie devote, pertanto la sua figura era considerata scomodissima.

La scelta della verginità e di non sposarsi non era dovuta al fatto che una donna sposata, in epoca antica, non potesse studiare: Teano, moglie di Pitagora, era sposata e studiava. Semplicemente nei culti  terapeutici ( e quello di Serapide era un santuario terapeutico) si poteva scegliere di praticare la castità quando si accedeva al sacerdozio per incanalare le energie creatrici della vita (quelle erotiche dell’amore che i cristiani hanno demonizzato definendole peccaminose per poter attuare i loro mali all’umanità) ed anziché consumarle nell’atto creativo accumularle per trasformarle in energie terapeutiche in grado di agire su mali incurabili. Una taumaturga dunque, cosa che i cristiani ritenevano malvagia, infatti scriveva il vescovo di Nikiu: “una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica”, dove il termine magia è utilizzato in senso dispreggiativo. Poiché ella curava mali inguaribili era considerata una donna dalle doti miracolose, cosa che metteva in crisi la menzogna cristiana che voleva che il miracolo fosse un elemento esclusivo del cristianesimo e per questo il Vescovo Cirillo (fatto Santo dai vertici malvagi di quella setta[6]) ne ordinò l’eliminazione. Sempre il vescovo di Nikiu, per metterla in cattiva luce e screditare le sue opere di bene, affinchè tutti credessero solamente alle menzogne cristiane, scriveva: “e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici”. Ma del resto in ogni santuario terapeutico del mediterraneo avvenivano miracoli, prova storica ne sono i numerosi ex voto rinvenuti presso di essi, ad esempio quelli al tempio di Esculapio sull’isola Tiberina; motivo per il quale il cristianesimo demonizzò il paganesimo, appoggiò uomini politicamente in secondo piano (ad esempio Costantino) perché prendessero il potere con violenza ed attuassero poi la distruzione dei templi e la persecuzione legalizzata dei santi sacerdoti detentori di Verità.

Sono questi fatti storici ai quali non possiamo esimerci, i quali sono attestati dalle fonti ma che vengono tralasciati dagli atei e dai materialisti che non conoscono la scientificità del paganesimo perché, nonostante il loro distacco dal cristianesimo, hanno comunque conservato l’influenza culturale di questa pseudo religione che sempre ha messo in cattiva luce le religioni sane.

E’ dunque Ipazia una martire della Tradizione classica, una martire gentile, vittima della violenza cristiana in antico ed oggi della strumentalizzazione faziosa degli atei e delle femministe, a loro volta tutti vittime inconsapevoli di chi, per governare il mondo, ha creato odio, dissapori, lotte contrasti di genere tra maschio e femmina e tra scienza e sacro. Ma Ipazia era una donna d’enormi virtù che stimava grandi uomini come il padre, Platone ed altri e   che univa scienza e sacro come ogni pagano antico.

Dott. Giuseppe Barbera

Archeologo e presidente Associazione Tradizionale Pietas.

[1] Corrispettivo delle nostre università.

[2] A tal riguardo suggeriamo la lettura del numero monografico di Pietas “L’Ermete e la Monade”. Per ordinarlo scrivere a info@tradizioneromana.org

[3] I dogmi sono tipici di chi mente, il quale pone delle asserzioni assurde come verità assolute per dar forza ad un apparato ideologico che in una investigazione onesta crollerebbe.

[4] Sarebbero ebraismo, cristianesimo ed islam, le quali  si comportano come religioni detentrici di sapere assoluto, ma che tali non sono perché la Verità non necessita di violenza per affermarsi, essendosi queste religioni affermatesi con violenza non sono veritiere. Roma interveniva con forza solamente dietro un “casus belli”, ovvero dopo un’azione  ingiusta nei suoi confronti, ma solo per portare giustizia. Il culto di Bellona era finalizzato a scongiurare le guerre e veniva intensificato nelle trattative pre-belliche per il raggiungimento di una soluzione senza guerra, la quale, purtroppo, di frequente è servita. Ma almeno dalle azioni belliche romane risultavano poi delle società intelligenti, che sviluppavano sapere e benessere sociale, ed avvenivano sempre nel rispetto di azioni eticamente corrette, mentre i crimini della Roma cristianizzata hanno precipitato il mondo nel buio mentale del medioevo. Questo è un dato di fatto.

[5] Non si dimentichi che Giordano Bruno, Tommaso Campanella ed altri abbracciarono le idee neoplatoniche e pagane e volevano fonderle con l’etica cristiana, ma ovviamente ciò era impossibile perché i vertici cristiani non praticavano l’amore ma la fame di potere assoluto.

[6] Alla quale, quando aderiscono dei buoni, quei vertici malvagi li maltrattano e li umiliano e ne riconoscono doti di santità solamente dietro sollevazioni popolari. Palesi i casi di Francesco d’Assisi o del buon Padre Pio.

Il pensiero di Giuliano

Giuliano l’Apostata che fu iniziato ai veri, non concepiva perchè il paganesimo integro ed esuberante della iniziatura romana dovesse sostituirsi con una eresia antimagica che preparava alla morte e non alla vita e che si chiamava cristianesimo appunto per un simbolo di morte.

Giuliano Kremmerz

La Porta Ermetica, cap. VII

Il Maestro

La figura del maestro nel mondo antico era importantissima: egli era la fonte discula pitagorica sapienza e saggezza, in lui ci si affidava completamente per imparare e crescere a sua immagine e somiglianza. La scelta del maestro era molto importante, i migliori precettori se li potevano permettere solo gli uomini più ricchi, ma i migliori maestri erano a disposizione di tutti, però solo i migliori potevano avvicinarsi. Pitagora ebbe molti discepoli, forse nessun altro ne ha mai avuti così tanti, ed i suoi scolari erano pronti a dare la vita per lui, perchè il maestro è colui che insegna, colui che forma la società, colui che instilla le virtù nei futuri cittadini. Tutti amavano il buon maestro.
Il rispetto del maestro è esistito per millenni fino a ieri, quando ancora i genitori ti sgridavano se eri stato ripreso dal tuo maestro di scuola, perchè anche loro rispettavano i maestri! Oggi invece non c’è più rispetto, tutt’altro, genitori che facilmente con presunzione s’ergono a figura di maestri dei maestri….
Come possono i giovani crescere nel rispetto se i loro stessi genitori a volte non rispettano le figure importanti della loro gioventù?

Mundus Patet 2767! S’è fatto bene a “conferenziare”?

mundus“Qualcuno” sostiene che “il Mundus Patet non sia giornata adatta ad un incontro culturale, perchè per i Romani in quel giorno non si dovesse fare nulla di rituale e importante”.   Tale definizione è sbagliata, faziosa,  perché nella realtà dei fatti l’apertura del Mundus è un gesto rituale, ed a quella apertura si compiono offerte di primizie, riti che lo stesso Romolo inaugurò. Quindi certi riti si fanno, anzi è obbligatorio compierli! Semmai nei giorni di Mundus era cosa buona evitare di dedicarsi a determinate opere per dare a quella giornata il giusto valore. Un po’ viene a mente il detto popolare “di Venere e di Marte né si sposa, né si parte né s’inizia l’arte”, difatti le proibizioni vigenti consistevano nel non attacar battaglia, non fare leva, non si convocava il popolo a votare, non si operava nella pubblica amministrazione (gli uffici restavano chiusi), non si salpava e né si contraeva matrimonio (Macr. Sat. 1, 16, 16). Il divieto a compiere atti pubblici in quei giorni era perchè i romani riflettessero sull’importanza misterica di tale festa. L’esecuzione di adeguai riti della giornata (apertura del mundus, formule ed offerte, relativa chiusura rituale ad un determinato orario) era un obbligo per i sacerdoti e magistrati adibiti ai compiti, talmente importanti che il resto delle attività cultuali restavano ferme per evitare che questi riti “occulti” venissero tralasciati. In questa giornata i sacerdoti compivano riti per aprire la “connessione” tra i “mondi”. Essendo il dies mundi Cereris era doveroso, da parte dei gentili, compiere determinati riti. Chi non conosce codesti riti non deve neppure provare ad emulare, o imitare o parodiare, perché essi sono di tale potenza che porterebbero sciagura a chi s’approcciasse a farli inconsciamente. Nella pratica romana è infatti fondamentale la “coscienza” di ciò che si compie ritualmente. Mai operi chi è nel dubbio, altrimenti la sua arroganza e presunzione, nei confronti del rito, saranno la sua rovina. Per realizzare un mundus e compiere i “dovuti” gesti rituali, bisogna avere a fondo intuito il significato misterico del rito ed averlo ricevuto legittimamente. L’incontrarsi, dopo 2000 anni, in un giorno di Mundus e compiere una conferenza sulla Romanità è una cosa corretta, perchè essa non è un’attività lavorativa ma un gesto che è finalizzato ad aprire quella fossa di contatto con un mondo occulto. Questo occulto mondo misterico della Tradizione, nel giusto tempo calendariale, deve tornare a congiungersi col mondo dei vivi praticanti. La conferenza dell’8 novembre 2014 e.v. è stato un gesto analogico al rito del Mundus Patet, giorno in cui “tutti i mondientrano in contatto, dunque giornata adattissima allo studio piuttosto che al far leva, o atti d’ufficio, o matrimoni, o guerre o riti pubblici. Ci si è mossi nel pieno rispetto dei precetti patrii: quell’8 novembre 2767 diversi gruppi di Tradizione si sono incontrati pacificamente senza sigillare il ben che minimo accordo, senza farsi o dichiararsi guerra, ma semplicemente ogni relatore ha esposto le sue idee sul “contatto” tra dimensione umana e dimensioni divine. Nulla di più appropriato! Gli stessi organizzatori dell’evento (la redazione di ereticamente.net) non avevano ragionato su tutto ciò, hanno semplicemente agito e Pietas ha aderito volentieri ad un atto così profondo che solo i Numi potevano esserne stati ideatori, utilizzando, come al loro solito, gli uomini.  Chi è rimasto a casa a leggere un libro sui miti, magari anche fumando un buon sigaro e sorseggiando un buon vino, è stato pio. Chi è venuto alla conferenza, per avere informazioni che lo aiutassero a riflettere sui misteri della romanità, è stato pio. Chi, in malafede, l’8 novembre 2014 avesse fatto un giro di telefonate per raccogliere accoliti alla detrazione di tale evento, avrebbe violato la prescrizione dei padri a “non far leva”. Chi, quell’8 novembre, avesse mosso parole polemiche per far guerra a qualsivoglia gruppo, avrebbe violato le norme dei padri.
Dunque chi sostiene che la prescrizione dei padri fosse di non far nulla, ma allo stesso tempo solleva polemiche, interpreta male e viola una chiarissima prescrizione pontificale espressa nella Kalendarium.
Chi non ha compreso il significato misterico del rito del Mundus non può riconoscere quali siano le azioni analogicamente più corrette in riferimento a quel rito; chi invece ha inteso l’importantissimo arcano, chpietas 11 rivistee si cela dietro il gesto di tale rito, bene comprende che solo i Numi della Tradizione Patria potevano ispirare gli uomini ad incontrarsi in un giorno di Mundus per favorire l’incontro di forze provenienti dai diversi mondi. E quest’azione di conciliazione ha mondato le impurità di ogni cattivo pensiero reciproco. Ed è proprio in un giorno di Mundus che tante cose, che erano dubbie ed occulte, son venute alla Le vie al SacroLuce. Ringraziamo tutti i relatori e gruppi che hanno preso parte all’evento. Per gli studiosi curiosi di conoscere quale “parte di sapere” sia venuta alla luce nel mundus dell’8 novembre MMDCCLXVII sono disponibili gli Atti del Convegno “Le Vie al Sacro della Tradizione Classica”. Per ordinarli scrivere a info@tradizioneromana.org