Approccio al Sacro

L’approccio al sacro è un’esigenza insita nello spirito dell’essere umano.

Ogni persona cerca la sua via e v’erge una forza a guida, sia essa il razionalismo più puro di un ateo od il misticismo sfrenato d’un fanatico religioso. Ma rimembriamo che la sapienza degli antichi romani recita: “in medio stat virtus”. La virtù sta nel mezzo, pertanto l’uomo sano è colui il quale trova il suo equilibrio nel punto medio tra due estremi. Chi fa ciò realizza un processo interiore che incomincia dalla mente; il pensiero è il primo mezzo che l’individuo utilizza nel suo cammino verso il Sapere. La “meditazione” è un’azione finalizzata a convogliare la persona verso il punto medio utile alla ricezione della giusta luce e analogicamente volta all’equilibrio. Così nel mondo antico erano appellati “filosofi” coloro i quali utilizzavano il grande potere della ragione umana per approcciarsi alla Verità; questi individui erano spesso a ridosso del tempio, altri più illuminati riuscivano a varcarne la soglia ed essere iniziati ai misteri. Pitagora venne iniziato nei templi egizi, poi in quelli della Caldea e suo maestro d’oriente, al dire d’alcune fonti, fu proprio Zoroastro. Socrate si pone con discorsi e forma mentis tipici del pensiero pitagorico, tanto che alcuni autori tardo-antichi lo definiscono un “pitagorico”. Plutarco venne iniziato ai misteri dionisiaci ed in tarda età divenne sacerdote a Delphi. Ipazia di Alessandria era figlia del rettore del Serapeo cittadino ed iniziata ai misteri isiaci e terapeutici. Così ancora ricordiamo Cicerone iniziato ai misteri augurali, Apuleio iniziato ai misteri isiaci ed osiridei, Celso, autore del “Discorso vero” era un iniziato, e così via. Il filosofo, l’amante della ricerca, incomincia il suo percorso distaccandosi dalla folla profana antistante al tempio, egli sale il primo gradino grazie all’uso della ragione, ma poi impara ad abbandonare la ratio a favore della Mens, un apparato divino interiore che permette il contatto col proprio Genio (Mens è la contrazione di meus ens, il mio ente interiore, ossia il Nume della persona) e l’ascenso alla  Luce intellettuale divina, che viene confermata nel Tempio. Infatti l’insegnamento misterico consiste in una conferma di Verità conquistate e raggiunte dall’iniziando.

Socrate, grazie alle sue meditazioni, sviluppò il contatto col proprio Genio interiore (Daimon) che l’avvertiva dei pericoli e gli indicava preziose perle di sapienza, che egli spiegava al discepolo solamente dopo che quelli l’avesse trovata nella propria interiorità.

Per comprendere meglio i concetti relativi all’iniziazione, bisogna prima capire come le fasi della vita spirituale di un uomo fossero organizzate all’interno della società romana.

Per gli antichi esistevano diverse condizioni di partenza relative alla condizione sociale di nascita, che passava di madre in figlio per eredità. Si poteva nascere schiavi, liberi o cittadini.

Lo schiavo poteva nascere tale o divenirlo per debiti o perché prigioniero di guerra o altro ancora. Egli doveva riscattare la propria libertà col lavoro dopo essere stato al servizio di una famiglia di cittadini benestanti (tanto da potersi permettere di comprare uno schiavo). Presso di loro imparava la lingua e gli usi latini ed il valore del poco denaro che riusciva ad accumulare, col quale poi avrebbe potuto comprare la propria libertà, raggiunta una certa somma. Gli schiavi divenuti liberi erano detti liberti e si integravano immediatamente e perfettamente nella società, meglio di tanti figli di cittadini liberi e benestanti abituati ad avere tutto ed a volte inetti a procurarsi beni e ricchezze. Noti sono i nomi di moltissimi liberti divenuti abili commercianti ed arricchitisi fino a divenire cavalieri della Res Publica Romana. Il rito di emancipazione dello schiavo era una vera e propria iniziazione, una immissione alla condizione di civis.

Gli uomini liberi erano i non cittadini abitanti nei confini dell’impero. Essi erano considerati ingenui (ossia senza il genio)[1], generalmente avevano origini straniere e quindi praticavano culti differenti da quelli romani.

Il civis. Al compimento del diciassettesimo anno d’età i giovani romani abbandonavano la toga puerile per assumere quella virile; essi divenivano viri anzichè homines. Vir è colui che incarna la vis, ossia la forza, homo è colui che è fatto d’humus, di fango. Dalla vis del vir o della virgo proviene la virtus. Con l’assunzione dello stato di cittadinanza l’uomo otteneva diritti politici e religiosi. Tra quelli religiosi vi era la possibilità di poter praticare in privato per il proprio sviluppo spirituale, e dunque l’uomo diveniva sacerdote di se stesso. Se viveva nell’ambito della famiglia d’origine era comunque soggetto all’autorità paterna, anche in ambito religioso, qualora andasse a vivere da solo o costituisse un’altra famiglia, in tal caso diveniva suo iure pater familias. Il cives era un gentile, ossia un uomo che conosceva le qualità del proprio genio. Oggigiorno chi si definisce pagano anziché gentile deve ancora riuscire a liberarsi da una nomenclatura stereotipata che nasceva con fine dispregiativo nella tarda antichità, sebbene è da riconoscersi che il pagano d’oggi s’è fatto libero dalla schiavitù schematica del mosaico sociale contemporaneo e che a volte vuol rimarcare una purezza “rustica” e naturale; dunque egli è un uomo che tende alla libertà, ma ancora appartiene alla categoria degli ingenui perché non conosce la condizione qualitativa del proprio Nume. Tale cognizione si raggiunge con lo sviluppo di una determinata presa di coscienza, che è matematicamente consequenziale ad uno specifico stadio di purificazione interiore.

L’iniziazione. E’ una condizione d’incominciamento, è l’avvio ad una nuova fase interiore che sopraggiunge in sostituzione ad una condizione animica, intellettiva e spirituale precedente e superata. Le catene della sapienza sacerdotale antica, ricche di esperienze tradizionali millenarie, identificarono sette passaggi fondamentali, ai quali attribuirono delle nomenclature utili a definire il livello evolutivo di un individuo. Particolari esperienze, uguali per tutti, segnano il superamento di determinate porte. I pontefici ed i maestri iniziatori conoscono bene codeste esperienze ch’essi stessi hanno vissuto, e pertanto riconoscono il conseguito sviluppo di un neofita da un determinato evento, ch’essi ovviamente hanno già vissuto, e non da preferenze individuali. Dunque l’accattivarsi le attenzioni di un maestro è cosa inutile nella via tradizionale; mentre risulta importante l’azione pratica, poiché essa porta allo sviluppo spirituale, al rapporto col Nume e a manifestazioni concrete che avanzano l’uomo in stadi e condizioni superiori. Vi sono diversi tipi di iniziazione. Vi è l’avviamento alla via spirituale, che per intenderci corrisponde al battesimo nel cristianesimo o all’assunzione della toga virile nella tradizione romana. Vi è poi l’iniziazione sacerdotale che consiste nell’accesso al tempio. In tutte le tradizioni il percorso iniziatico è suddiviso in due fasi principali: la prima lunare e la seconda solare.

L’iniziazione lunare. I neofiti sono sempre in condizione lunare. Essi incominciano il percorso ascoltando per imparare, si fanno lune K del proprio maestro A che li illumina e li accresce con la propria sapienza così come i petali della rosa mistica contornano il centro del fiore. Chi ama il suo maestro in maniera disinteressata ne assorbe mano a mano tutta la Luce fino a divenire una Luna piena e dunque terminare la prima fase. Per alcuni si tratta di pochi anni di lavoro, per altri di un’intera vita, ma la condizione raggiunta rimane impressionata nell’anima e dunque, in una nuova incarnazione, ci si ritroverà già più avanzati spiritualmente rispetto alla massa comune. La fase lunare impone una forma, necessaria al raggiungimento di una essenza sublimata, non può essere saltata né rinnegata, altrimenti si giungerebbe alla pazzia. Chi vuole comprendere l’essenza delle cose deve prima analizzarne la forma.  L’ascolto è importantissimo per chi vuole imparare: Pitagora obbligava i suoi discepoli ad anni di silenzio prima d’iniziarli alla matematica apollinea. Apuleio viene prima iniziato ai misteri isiaci e successivamente a quelli osiridei. Così nel calendario romano, perpetuo ripetersi del mito, prima si svolgono le feste sacre a Giunone (novilunio e primo quarto di luna) e poi quelle a Giove (plenilunio).

Il discepolo perfetto è ricettivo, perché come egli ha la funzione di ricevere la Luce del Sole per illuminare il buio mentale che lo circonda ed essere fonte d’aiuto per le persone comuni non iniziate, dando ad essi consigli saggi e ponderati per quanto gli sia possibile, mai profanando gli insegnamenti ricevuti ma riflettendo l’amore del suo insegnante alla società.

Egli accetta le critiche e lavora costruttivamente abbattendo l’accidia spirituale, soltanto così potrà accedere ad una condizione superiore. Gli aspiranti dervisci che giungevano alla moschea di Mevlana, per quella filosofia esoterica islamica[2] che tanto prende dalla sapienza teologica antica, dovevano abbattere il proprio ego lavorando per mesi presso i forni del santuario dalla prima mattina, per poi distribuire pane ai poveri mendicanti che affamati andavano a chiedere l’elemosina presso il tempio di sapienza. Non si può raggiungere una volontà di potenza senza aver prima abbattuto il desiderio d’inedia insito nel seme dei piaceri animici oscuri nutriti dai fantasmi di concupiscenza. Così non possono aprirsi le porte del tempio a coloro che non abbiano abbattuto la cattiveria a favore della giustizia e della bontà. Le iniziazioni antiche non erano per i poveri di spirito, ma premiavano quei mendicanti d’ignea sapienza, che lavoravano per rendersi in grado di ricevere i raggi di un caloroso amore migliorativo.

L’iniziazione solare. La fase solare succede a quella lunare. Qui avviene il superamento delle condizioni passionali e s’incomincia il cammino per la propria realizzazione spirituale. Le virtù della Pietas vengono incarnate per raggiungere la condizione di Sole splendente. La conoscenza acquisita nella fase pregressa permette di rinascere come il Sole fanciullo d’inverno: egli sì è un Sole, ma ancora debole e piccolo ed incapace di portare una rinnovata primavera. Egli deve crescere e riuscire ad innalzarsi sempre più nei cieli fino al raggiungimento eroico del sole estivo e divenire dunque un magister, individuo creante per mezzo d’una energia magnetica ch’egli sviluppa per generare luce intellettuale. Come Ercole, Ulisse, Perseo e gli altri innumerevoli eroi della mitologia greco-romana dovrà compiere grandi opere per realizzare la quadratura del cerchio, ossia l’ordinamento equilibrato della propria interiorità. La parola dell’iniziato solare è sempre più coscienziosa, poiché conosce l’importanza del verbum, sempre più rada, poiché quando il Sole rinasce è festa d’Angerona, la domina silentii. Nella Magna Grecia pitagorica i matematici erano addentrati ai misteri apollinei. I Pontefici Romani in epoca imperiale assumevano come divinità tutelare un Nume Solare, così Augusto scelse Apollo, Nerone il Sole, Decio preferì Mithra ed Aureliano rinnovò il culto del Sole Invitto. Degli iniziati antichi pochissimi parlano di come si sviluppa il percorso solare: Apuleio sottolinea l’impossibilità di esprimere la meraviglia dei misteri osiridei, i pitagorici tramandano le regole degli acusmatici, ma evitano di menzionare quelle dei matematici, e così via. Essi infatti comprendono che la Verità è un’intelligenza che tutela se stessa svelandosi solamente ai silenziosi meritevoli, così Macrobio sottolinea che la spiegazione reale dei miti e l’accenno ai loro misteri, corrisponda al mettere le dee della Sapienza per strada, obbligandole a prostituirsi perché tutti possano averle. Per rispetto della meritocrazia sacra gli iniziati ai misteri non profanano il loro sapere. Potremmo aggiungere una considerazione importante: se la Verità è un’intelligenza che tutela se stessa, non svelandosi mai ai chiacchieroni, allora non può esistere la sua profanazione. Ma molti usano elargire intuizioni di piccoli frammenti della verità per sentirsi importanti e considerati, essi fanno un gesto d’orgoglio al quale segue sempre la punizione da parte del proprio Genio, che più non suggerisce loro la giusta visione delle cose. Questi sono piccoli profanatori, imbroglioni che vanno a caccia d’ingenui, soggetti che mai arrivano all’iniziazione solare. Cattivi sono i profanatori di pratiche interne del tempio, che compiono un gesto con l’intento di mettere in difficoltà la sapienza sacerdotale, ma pure quelli, fondamentalmente, non valgono nulla, poiché le pratiche sapienziali reali si trasmettono soltanto per via orale e per immagini, e nessuno che le conosca le spiega ad un altro. Infatti il processo sapienziale misterico non avviene per insegnamento, ma per riconoscimento: il maestro A da le pratiche, così come il sole emana il raggio di Luce portatore di calore ed energia, il discepolo K mette in pratica il rito e quando ottiene è perché ne è meritevole; quand’egli parla colla sua guida e spiega d’aver compreso cosa fare per realizzare il mistero, il maestro A semplicemente gli da conferma o meno su quanto ha riferito. Al limite gli da qualche perla di saggezza per aiutarlo, sicchè se c’è pulizia e rettitudine nell’allievo, quelli riceverà dal suo Nume la giusta indicazione per la conquista dell’agognato premio. Da ciò si desume che non può esistere una pratica scritta che tramandi un mistero, e che ogni pratica profanata sia un falso deviante dalla Veritas.

Il compito del maestro è quello di amare, dare il mezzo, valutare e riconoscere i progressi dell’allievo.

Purtroppo oggigiorno ignavia ed accidia imperano, motivo per il quale il sistema sapienziale del tempio antico trova difficoltà a ripresentarsi al volgo: è infatti questa un’epoca malata, ove tutto è dovuto e nulla è da conquistarsi, dove il maestro è messo in dubbio e criticato perché tralascia di compiere gli oneri dei suoi scolari, è questo il tempo di porci che s’abbuffano di perle solo per soddisfare il piacere istintivo d’ingoiare, eppure è questo il momento per gli eroi. Ma chi è eroe oggi? E’ colui il quale incarna con fatica la pietas, il corpo dei valori virtuosi, che s’impegna a trasformarsi da homo in vir per agire in maniera volitiva per il ripristino di un corretto sistema spirituale meritocratico, al quale necessariamente conseguirà un rinnovato ordine sociale, abbattimento della politica passionale a favore dell’impegno sano e corretto nei confronti della società.

Altre iniziazioni. Bisogna tenere presente che l’iniziazione consiste, fondamentalmente, al compimento di un gesto per passare da una precedente condizione individuale ad una nuova presa di coscienza.  Pertanto è iniziazione non solo quella templare, ma anche quella alla pratica rituale domestica (appunto l’assunzione della toga virile), è iniziazione alla vita erotica il primo rapporto sessuale, è iniziazione alla vita coniugale il matrimonio e così via. Corrispondendo ogni divinità ad una forza identificata nella natura, possono esistere differenti iniziazioni a diversi culti (terapeutici, cereali, dionisiaci etc.) utili a prendere coscienza di come quella specifica forza, definita divina, operi nella Natura. Così a Roma esistevano diversi collegi iniziatici, da quello augurale a quello arvale, ove gli addentrati divenivano esperti nella gestione di specifiche forze. Così le matrone, ad esempio, oltre all’accesso ad una nuova vita con la contrazione d’un matrimonio, venivano iniziate ai misteri di Bona Dia perché imparassero a gestire le energie sacre che si sviluppano nella realtà familiare, per svolgere serenamente ed al meglio la propria funzione. Così il legionario veniva iniziato al culto marziale della legione (che si sviluppava attorno le sacre insegne) ecc. Tutte queste altre iniziazioni, che si svolgevano negli appositi templi preposti, erano “specializzazioni” relative alle qualità geniali dell’individuo, esse non interferivano con il percorso iniziatico avviatosi con il passaggio alla condizione gentile, bensì l’arricchivano.

Pratica, iniziazione e rapporto con l’iniziatore. E’ possibile praticare la tradizione romana al giorno d’oggi? Certamente. Esistono varie associazioni, in Italia e all’estero, che si occupano di tradizione romana. Sta all’individuo il compito di esplorare e conoscere, fin quando non trova l’ambiente ed i compagni adatti a lui. Certamente gli uomini onesti e pii si accompagneranno a quelli come loro; mentre furfanti, imbroglioni, diffamatori ed improvvisati tradizionalisti attrarranno e terranno con se ingenui ed altri simili. Per il principio aristotelico “similia similibus” ognuno è attratto ed attrae gente simile a se. Chi dentro se stesso è evoluto, s’avvicinerà a gente evoluta, chi è involuto troverà nella sua ricerca gente involuta e s’assocerà a quella, talvolta disprezzando i gruppi validi solamente per invidia. Oro chiama oro, l’argento è attratto dall’oro perché prossimo a lui nella scala dei valori e migliore, piombo chiama piombo ed a volte disprezza l’oro perché irraggiungibile alla sua condizione attuale.  Quando si entra in un gruppo umano, lo si frequenta, quando si percepisce una sincera sintonia con i suoi membri, a tutti gli effetti si sta vivendo, per quanto blanda, un’esperienza iniziatica: s’incomincia a pensare con una nuova forma mentis e ci si approccia al sacro in base agli insegnamenti che si ricevono. Ma come si può comprendere se quelle nozioni siano corrette o meno? Purtroppo in giro è facile incontrare fanfaroni che s’improvvisano sacerdoti di grande esperienza. Il primo elemento da analizzare è se il gruppo sia realmente coeso o meno. La seconda cosa da guardare è la reale salubrità mentale dei suoi membri: se essi sono un gruppo di matti eterogenei, squilibrati anche nell’approccio al dialogo, che neppure riescono a rispettare la forma della lingua corrente, bene guardatevi da quelli e preparatevi ad una nobile fuga, alla maniera del rex sacrorum al 24 febbraio. Quando invece incontrate gente la cui pulizia si percepisce da lontano, la cui aurea vi rassicura, la cui sapienza vi pare acquisita dall’esperienza anziché dalla lettura, allora accostatevi ieraticamente, come lo si fa presso gli altari; comportatevi piamente, come se stesse dialogando con un dio occulto, e verificate se queste persone siano una corrente che si comporta con rettitudine e giustizia tra di loro, che siano gente ch’evita i pettegolezzi ed il parlar male d’altri gruppi o persone, e se nei vostri confronti saranno retti, bhè allora coltivatene una sincera amicizia ed incominciate a distinguere i metalli preziosi da quelli ignobili. Attenti a non approfittare delle persone giuste o preziose ed evitate cattiverie ed ignominie, altrimenti quelli vi puniranno occultandovi la loro luce e non dandovi mai più la benché minima considerazione.

Seppure abbiamo spiegato che il discepolo è Luna K di un Maestro A è bene mettere in chiaro alcune cose. Quando si frequenta un ambiente umano non si è costretti ad essere ricettivi alla guida spirituale di quel gruppo, bensì ci si deve accostare in maniera libera e pia (ovvero con buone intenzioni). Quando un individuo pensa di aver trovato il Sole adatto a lui, allora lì può liberamente scegliere di seguire i suoi insegnamenti, se poi li si reputa validi, sempre liberamente, può scegliersi d’intraprendere la via del discepolato. E’ come quando, raggiunta la maturità, alcuni scelgono d’iscriversi all’università; prima si riflette su ciò che si vuole divenire: un ingegnere, un medico, un biologo, un geologo ecc. Quindi si visitano gli atenei dove sia presente la facoltà selezionata, così infine ci si iscrive e s’incominciano a frequentare i corsi. Durante il corso di studi, dove l’allievo và per imparare e non per insegnare, si sceglie il docente da seguire e dunque la materia in cui laurearsi. Durante la tesi l’allievo è completamente Luna del suo maestro, che gli permetterà di divenire ciò che tanto si desidera e per cui si è molto studiato. Si laureano col massimo dei voti quelli che sanno ascoltare e ricevere gli insegnamenti del loro docente. Così è nel campo tradizionale, col superamento delle ingiustizie umane (raccomandazioni e nepotismo) poiché gli iniziati alla Sapienza del Tempio non giudicano, ma valutano e riconoscono i giudizi sentenziati dagli dei. Alcune persone, accostandosi alla Tradizione, s’arrogano il diritto di mettere in discussione la regole tradizionali che per millenni sono state praticate nelle caste sacerdotali di tutto il mondo e di tutte le religioni; essi inventano religioni più antiche, elaborando interpretazioni rocambolesche e viziate faziosamente, solamente per dare spazio al proprio orgoglio. Quegli individui, che si sentono più saggi di tutti i pontefici antichi, degli anziani sacerdoti d’ogni epoca, già si ergono al seggio della cattedra, pronti ad insegnare agli altri, senza neppure essersi mai iscritti all’università della saggezza. Non si può pretendere d’insegnare storia delle religioni alla facoltà di lettere senza neppure averne conseguito il titolo di studio. Una materia può insegnarsi solamente dopo averla imparata ed applicata nella propria vita. Nuove intuizioni e nuove conoscenze possono sempre raggiungersi, ma prima è sempre necessario imparare la basi della scienza e la sua storia, altrimenti non potrà mai esservi progresso.

Quando si decide di accedere alle pratiche di una collettività, innanzitutto bisogna riuscire ad entrarne a far parte, così come nell’antica Roma la cittadinanza era un diritto che si conquistava. Quando poi si raggiunge ed ottiene l’addentramento è bene cercare d’essere coerenti alla scelta fatta e cercare di seguire gli insegnamenti del centro che si è scelto. A volte dopo un po’ di tempo ci si può rendere conto d’aver sbagliato via o di preferirne maggiormente un’altra, così come molti studenti al secondo o terzo anno di corso decidono di cambiare facoltà e di fare nuovi studi. Ciò è lecito, l’importante è saper coltivare sempre la virtù dentro se stessi, ed anche quando si cambia via lo si deve fare con stile e non in maniera bifolca, altrimenti il senso dispregiativo della parola “pagano”[3] prende forma a discapito del valore di resistenza, coerenza e virtù dell’abitante del pagus.

 

Come praticare? Molte persone si costruiscono larari ove vivere la propria spiritualità più profonda, ma li profanano costantemente inviandone le immagini in giro per la rete o mostrandoli ad ogni visitatore della propria casa, quasi dovessero iniziarli ad arcani misteri. In tutto ciò vi è solamente un senso d’orgoglio che ricerca l’approvazione altrui. Per ciò che riguarda la pratica vera e propria ci si arrangia a scaricare preghiere dalla rete, e riesumarle da vecchi testi ed altro ancora. Si pratica senza preparazione, si vedono i desideri realizzati e non si comprende che questi svaniscono presto perché s’è mal lavorato, così pure disgrazie che vengono a seguire s’attribuiscono a forze malvagie che si scagliano contro di noi, senza comprendere che esse sono state generate dal praticare senza preparazione. Castità, digiuno e preghiera sono le tre regole tradizionali. Sia essa di mezza giornata o di un intero giorno, ma deve farsi. Non si opera a stomaco pieno e non si usano orazioni a caso. E’ sempre bene avere un riferimento sano che dia dei consigli.

Importantissimo! Chi vuol seguire una via spirituale lo deve fare per lo spirito, non per ottenere beni materiali. E’ bene pregare per il benessere delle persone che amiamo, per la salute, per la Luce intellettuale. Nella vita affrontiamo molte difficoltà ed afflitti siamo portati ad accostarci agli dei. Ciò è giusto. E’ cosa saggia chiedere agli dei di essere purificati dalle malvagità, è bene pregare il proprio Nume perché ci dia la forza di compiere con virtù le imprese della nostra vita e non pregarlo perché Lui le risolva per noi. Il gentile utilizza la vis per essere vir ,uomo e virgo la donna. L’uomo romano prende il controllo della propria vita, è lui il fautore del proprio destino, non gli astri. Questa forza interiore viene dal sacro fuoco intimo dello spirito, che dà l’energia e la luce necessarie ad una vita soddisfacente.

 

Rito al proprio Genio.

Per chi voglia realmente approcciarsi alla pratica tradizionale suggeriamo quanto segue.

Si preghi il proprio Nume, castamente, puramente. Non è necessario pregare misticamente tutti i giorni a tutte le ore. E’ più utile operare bene e raramente che spesso e male. Ci si astenga dai piaceri venerei e dalle carni prima di praticare. Si tralasci d’usare riti dei quali non si conosce realmente l’uso (quello infatti si conquista solo nel tempio). Suggeriamo l’inno orfico al proprio Genio per avere da lui l’aiuto di un buon consiglio e la forza d’affrontare i momenti difficili:

 

 

 

 

profumo del Genio

incenso

Invoco il Genio, la grande guida che dà tremore,

Mite Giove, generatore di tutte le cose, che dà vita ai mortali.

Grande Giove, sempre in movimento, che non lascia impuniti, re del tutto,

dispensatore di ricchezza, quando dovizioso entra nella casa,

quando è contrario raggela la vita dei mortali dalle molte pene:

in te infatti sono le chiavi della gioia e del dolore.

E dunque beato, santo, cacciando i dolori che causano molti lamenti,

quanti mandano la distruzione della vita per tutta la terra,

concedi uno scopo di vita glorioso, dolce e buono.

 

 

Riti di Catarsi.

Chi voglia realmente evolversi e trovare la sua giusta via dovrà purificarsi.

Gli antichi romani osservavano scrupolosamente le tre fasi principali della Luna: Kalendae, Nonae e Idi. Novilunio, primo quarto e plenilunio. In queste tre date si eseguano abbondanti lavande del corpo, ci si abluzioni al mattino ed alla sera, nella giornata si evitino i cibi provenienti da animali morti e si prediligano quelli vitali, come frutta e verdure. Al mattino si offrano incenso e si pongano fiori sull’altare del Larario, purchè ci si mantenga casti prima d’accostarvisi. Chi vorrà potrà recitare preghiere a Giunone alle Kalendae ed alle Nonae, mentre Giove sarà pregato alle Idi. Si onorino gli dei, non gli si chieda nulla per evitare di sporcarsi col desiderare. Infatti il desiderio distrugge la Volontà, che è volo dell’ente.

Ai solstizi ed agli equinozi si onori il Sole, evitando di cibarsi d’animali morti nel corso della giornata, ci si mantenga casti e si preghi il Nume Solare perché ci purifichi dai nostri mali e ci indichi la via della Salus.

 

Minervalia 19-24 marzo.

Se conoscete persone pie, eticamente sane e colme di saggezza frequentatele. Praticate e soprattutto studiate. Se volete meditare non perdetevi in esercizi mentali inutili, ma seguite gli insegnamenti pitagorici espressi nei detti aurei. Il pensiero ben lavorato è Mens sana in corpore sano e permette un migliore effetto nei riti catartici. Se volete realmente evolvervi spiritualmente, ai Minervalia pregate Minerva, colei che sostiene gli eroi che s’impegnano della via di ritorno alla monade; Eseguite dal 18 al 25 marzo regime alimentare vegetariano, castità assoluta e pregate ogni mattina la dea della Sapienza, dal 19 al 24, affinchè vi indichi la via per evolvervi nelle virtù della pietas. I buoni e puri avranno responso, e bene lo riconosceranno per azione divina. I malevoli saranno sviati o, nel migliore dei casi, ignorati.

 

Codeste perle saranno certamente utili ai puri, inutili agli empi.

 

Studio. Per approcciarsi bene alla via tradizionale romana suggeriamo lo studio dei classici greci e latini. In particolar modo si prediligano i neoplatonici. Un semplice manuale di storia della religione romana può essere utile per conoscere la basi più elementari del culto antico. Agli scritti sacri di Iliade, Odissea, Eneide, Bucoliche, Georgiche, Teogonia, Inni Omerici ed Inni Orfici si accompagnino anche quelli di Flavio Claudio Giuliano imperatore, infamemente detto l’apostata; ecco una lista di alcuni testi suggeriti:

 

L’arte di Ascoltare,                  Plutarco

Dialoghi Delphici,                    Plutarco

Discorso sulla verità,                Celso

L’antro delle ninfe,                               Porfirio

Sugli dei e il Cosmo,                            Salustio

Saturnalia,                                           Macrobio

Somnium Scipionis,                             Cicerone

Commento al Somnium Scipionis,        Macrobio

L’asino d’oro,                                      Apuleio.

 

Tra gli autori delle epoche moderne invitiamo allo studio delle opere di Giordano Bruno e dei neoplatonici, notevole “La filosofia occulta o la magia” di Agrippa per i continui rimandi a profonde cognizioni teologiche antiche.

 

Dei tanti autori contemporanei che cercano di studiare e comprendere il mondo romano, trovo metodologicamente geniale e perfetta l’opera di Enrico Montanari “Roma. Momenti di una presa di coscienza culturale”, pregna di un razionalismo accademico che si sublima per l’approccio matematico all’analisi degli eventi storici, fino ad identificare i meccanismi dell’azione metafisica applicata dai romani nella seconda guerra punica.

Visita la pagina dell’ente religioso Pietas – Comunità Gentile

 

[1] La distinzione tra ingenui e gentili è ben spiegata da Elio Ermete nel testo “Aspetti esoterici nella tradizione romana gentile”.

[2] Il sufismo.

[3] Pagano sta per villico, ignorante, bifolco. Venne utilizzato dai cristiani contro i gentili per svilirne la sapienza e perché i centri di campagna furono quelli più resistenti alla forzata conversione cristiana.

Call for tolerance and non-violence between the parties in Italy

Call for tolerance and non-violence between the parties in Italy

With kind request for sharing

Giuseppe Barbera the Pontifex Maximus of the Gentile community expresses concern about the current situation of political discussion in Italy. While our community does not comment on political events, as there are already party and civic associations and bodies responsible for discussing the Country’s policies, it must be remembered that the approach to interpersonal relations, based on the exchange of ideas and emotions often coming from the soul and spirit, belongs to the sphere of a spiritual way of life. The pursuit of behavior based on tolerance, mutual respect, love and peace, is a fully-fledged part of spiritual ethics.

Despite the silence of the main religious entities in Italy, it is our duty to report the following:

  • we have witnessed violence that has caused us concern; in particular, we refer to some events that occurred during the workers’ manifestation in Trieste, which took place on 15 October 2021 during the evacuation of the strike demonstration of the dockers, which had attracted attention from all over Italy, so much so that it formed a crowd of vulnerable people to be protected at all times, such as women, seniors and children.
  • we saw the videos posted live on social networks, by the many people present, who wanted to witness the strike in question; we saw many journalistic testimonies, including those of Dr. Raffaella Regoli, who shared videos both on social networks and did a report for the television program “Fuori dal coro“, which aired on Rete 4.

It was with great dismay and discomfort that we saw the poorly managed activities, which resulted in violence against pregnant women, unarmed people sitting in prayer and a serious risk to the safety of the seniors and children.

It is not clear from this photo why water cannons were used on protesters sitting on the ground praying. None of the responsible for this action considered that many elderly people present in the square could have fallen to the ground because they were hit by the water jet or simply slipped on the wet ground, with very dangerous consequences for their health!

In this other photo we see that the demonstrators didn’t react badly but remained seated to pray and to emphasize their constitutional right to demonstrate and strike. You see water on the ground and them wet, in the cold of October, while they shake hands and hold back every instinct to react, showing great strength of mind and spirit.

An elderly man, leading the procession, felt a little unwell before the forces of law and order began to advance, and instead of being given help, as required by Italian law which actually punishes the failure to help a person who is ill, he was charged by the police in riot accommodation, despite the fact that there was no riot, but simply a crowd of people sitting down!

The order to charge was given to everyone, even against this pregnant woman, who manifested peacefully but had her nose broken with a bat in the face despite her condition and with the risks associated with her condition.

In the proximity of the procession there was a school, from which men and women with children were coming out, and they were affected by a tear gas charge. The most serious fact is that there have been reports of children of few months old, being hit by a tear gas shell in their cots: imagine what could have happened if the shell had accidentally hit the child’s eye! This violates a series of international child protection regulations!

This photo shows children running away after being targeted by tear gas. We have seen videos of citizens and journalists warning the police not to throw smoke bombs in that area, because there was a school there! They went unheeded.

All this worries us.

We are noticing, from social networks to television, that more and more frequently, in order to assert one’s position, one easily falls into lies: we have read newspaper articles that spoke of violent demonstrators, when in fact we had seen live videos of what was perhaps one of the most peaceful manifestations ever seen in Italy. We want, on this occasion, to refer to a very important ethical value: the Truth.

It is the duty of every citizen on this free world to cultivate honesty: Truth for us is life and good, while lies are death and disease, in fact it is said that every time a man lies, a part of the world dies.

Reflecting on what has happened in recent days, we are shocked to witnessing those criminals have been allowed to storm the headquarters of a labor union in Rome, opening the police cordons and letting them through, while unarmed citizens, including pregnant women, elderly, people crouched to pray and children, have been subjected to violent action.

The origins of these imbalances clearly lie in the intolerance towards people with different thoughts than ours. In this particular moment in history, the Italian population is divided between those who see the green pass as a means of protecting the health of the community and those who see it as a means of social discrimination. Regardless of the position each person chooses to take, it should be emphasized that hatred and contempt for those who think differently should not be cultivated. In this era, we are witnessing the gradual abandonment of dialogue as an instrument of confrontation, which is so useful in preserving the healthiest institutions and developing the maturity of individuals. It seems that society is descending into a terrible collective immaturity, where repressed anger and negative feelings are vented in arguments between different factions.

The great Gentile philosophers of the ancient world, such as the well-known Plato, taught the importance of dialogue as a necessary tool for achieving interpersonal balance and the inner growth of individuals. All this is based on a confrontation aimed at reaching a common middle point between the parties, something that unites and highlights unanimously shared elements, achievable through the use of reason.

 

Nowadays, unfortunately, the purpose of the confrontation between two parties is no longer to reach a common middle ground, but has decayed into an attempt to overpower one part over the other: a search for self-affirmation and ego at the expense of the other.  This kind of culture is dangerous, because it does not aim to resolve differences and erase prejudices and hatreds, but rather cultivates them.

This can further escalate into the violence we have witnessed in recent days. We call on the entire population and the institutions to return to empathy, dialogue, human respect and affection that must bind people together, even in the face of those who think differently. Only in this way will we be able to reverse the loss of control over our actions and return to the cultivation of balance, which is fundamental not only to the political and economic growth of the Country, but above all to the spiritual growth of its citizens.

 

Hermes Helios

(Giuseppe Barbera)

Pontifex Maximus Gentium Pietatis

 

Post Scriptum:

We would like to congratulate the Comitato 15 Ottobre for the peaceful method of their demonstrations and for their constant appeals to citizens to demonstrate in a Gandhian style, thus departing from other forms of violent demonstrations.

We would like to thank Dr Raffaella Regoli, journalist for the television program Fuori dal Coro, on Rete 4, for her consent to share images taken from her reports. Other images not extrapolated from them are taken from internet, among those in the public domain.

Appello alla tolleranza ed alla non violenza tra le parti in Italia

Appello alla tolleranza ed alla non violenza tra le parti in Italia.
Con cortese richiesta di condivisione

Il pontificato massimo della Comunità Gentile “Pietas” esprime preoccupazione sulla attuale situazione di discussione politica in Italia. Premesso che la nostra comunità non si esprime sui fatti politici, in quanto già esistono associazioni partitiche, civiche ed enti preposti alla discussione delle politiche del paese, vi è comunque da ricordare che l’approccio alle relazioni interpersonali, fondato sullo scambio di idee ed emozioni provenienti spesso dall’anima e dallo spirito, appartiene all’ambito di un modo di vivere spirituale. Il perseguire comportamenti fondati sulla tolleranza, sul rispetto reciproco, sull’amore e sulla pace, rientrano a pieno titolo in un ambito di etica spirituale.

Nonostante il silenzio dei principali enti religiosi in Italia, è nostro dovere segnalare quanto segue:

  • abbiamo assistito a delle violenze che ci hanno messo in preoccupazione; in particolar modo ci riferiamo ad alcuni eventi accaduti in occasione della manifestazione dei lavoratori a Trieste, avvenuti in data 18 ottobre 2021, durante lo sgombero della manifestazione di sciopero dei portuali, la quale aveva attirato attenzioni da tutta Italia, tanto da formare una folla con persone fragili da dover tutelare sempre, come donne, anziani e bambini.
  • Abbiamo visto i video postati in diretta sui social, dai tanti presenti, che volevano testimoniare lo sciopero in questione; abbiamo preso visione di tante testimonianze giornalistiche, tra cui quelle della dottoressa Raffaella Regoli, che sia ha condiviso video sui social, sia ha realizzato un servizio per il programma televisivo “Fuori dal coro”, andato in onda su rete 4.

Da tutto ciò abbiamo preso visione, con grande sgomento e sconforto, di attività mal gestite, che hanno prodotto violenze su donne incinte, persone inermi sedute a pregare ed una grave messa in rischio della sicurezza di anziani e bambini.

Dalla presente fotografia non si riesce a comprendere perché siano stati usati cannoni ad acqua su manifestanti seduti a terra a pregare. Nessuno dei responsabili di tale azione ha considerato che molti anziani, presenti in piazza, sarebbero potuti cadere a terra perché colpiti dal getto d’acqua o semplicemente scivolando sul bagnato, con conseguenze molto rischiose per la loro salute!

In quest’altra fotografia vediamo che i manifestanti non hanno reagito in malo modo, ma sono rimasti seduti a pregare ed a sottolineare il loro diritto costituzionale a manifestare e scioperare. Si può notare a terra l’acqua e loro bagnati, al freddo d’ottobre, che si stringono per mano e tengono a freno ogni istinto a reagire, dimostrando una grande forza d’animo e di spirito.

Un signore avanti negli anni, in testa al corteo, si è sentito poco bene prima che iniziasse l’avanzata delle forze dell’ordine, ed anziché vedersi soccorrere, come prevede la legge italiana che anzi punisce penalmente l’omesso soccorso ad una persona che sta male, s’è visto caricare dalla polizia in assetto antisommossa, nonostante non vi fosse una sommossa, ma semplicemente una folla di persone sedute!

L’ordine di carica è stato dato verso tutti, persino contro questa donna incinta, che manifestava pacificamente ma s’è vista spaccare il naso, nonostante il suo stato interessante ed il rischio che avrebbe potuto portare una manganellata in faccia, alla sua gravidanza.

In prossimità del corteo vi era una scuola, dalla quale stavano uscendo uomini e donne con bambini, che si sono visti precipitare una carica di lacrimogeni. Fatto gravissimo è che sono stati denunciati casi di bambini di pochi mesi cui è finito il proiettile lacrimogeno nella culla con loro all’interno: immaginate cosa sarebbe potuto accadere se il proiettile avesse colpito accidentalmente l’occhio del bambino! Tutto ciò viola una serie di norme internazionali sulla tutela dei minori!

In questa foto si vedono bambini che scappano dopo essere stati bersagliati dai lacrimogeni. Abbiamo preso visione di video di cittadini e giornalisti che segnalavano alle forze dell’ordine di non lanciare i fumogeni in quella zona, perché lì vi era una scuola! Essi sono rimasti inascoltati.

Tutto ciò ci preoccupa.

Stiamo notando, dai social alla televisione, che sempre più frequentemente, pur di affermare la propria posizione, si scade facilmente nella menzogna: abbiamo letto articoli di giornali che parlavano di manifestanti violenti, quando invece avevamo visto i video in diretta di quella che è stata forse una delle manifestazioni più pacifiche mai viste in Italia. Vogliamo, in tale occasione, fare riferimento ad un valore etico importantissimo: la Verità. E’ un dovere di tutti gli abitanti di questo pianeta coltivare l’onestà: la verità per noi è vita e bene, mentre la menzogna è morte e male, infatti si suol dire che, ogni volta che un uomo mente, una parte del mondo muore.

Riflettendo su quanto accaduto in questi giorni, siamo rimasti interdetti nel vedere che è stato consentito a pregiudicati di assaltare la sede di un sindacato a Roma, aprendo i cordoni della polizia e lasciandoli passare,  mentre per  cittadini inermi, tra cui donne incinte, anziani, gente accovacciata a pregare e bambini, sono state applicate azioni violente.

Origini di questi squilibri stanno chiaramente nella intolleranza sul pensiero diverso dal proprio. In questo particolare momento storico, la popolazione italiana è divisa tra chi vede nel provvedimento del green pass uno strumento di tutela della salute della collettività e chi invece ne vede un mezzo di discriminazione sociale. Al di là delle posizioni che ogni persona scelga di prendere, è bene sottolineare che non debbono coltivarsi l’odio ed il disprezzo nei riguardi di coloro che la pensano diversamente. In quest’epoca stiamo assistendo alla perdita dello strumento del dialogo, oggetto utilissimo alla preservazione delle istituzioni più sane ed allo sviluppo della maturità degli individui. Pare che la società stia scadendo in una terribile immaturità collettiva, dove rabbie e sentimenti negativi repressi, vengano sfogati nelle discussioni tra le diverse fazioni.

I grandi filosofi gentili del mondo antico, come ad esempio il ben noto Platone, insegnano l’importanza del dialogo come strumento necessario al raggiungimento degli equilibri interpersonali e della crescita interiore degli individui. Tutto ciò si fonda su un confronto che ha lo scopo di raggiungere un punto medio comune tra le parti, un qualcosa che unisca e che metta in risalto elementi unanimamente condivisibili, raggiungibili grazie all’uso della ragione.

Oggigiorno, purtroppo, lo scopo del confronto tra due parti non è più il raggiungimento di un medio comune, bensì è decaduto nel tentativo di sopraffazione di una parte sull’altra: una ricerca di affermazione di se stessi e del proprio ego a discapito dell’interlocutore.  Questo tipo di cultura è pericolosa, perché non mira a risolvere le differenze e a cancellare i pregiudizi e gli odi, bensì li coltiva.

Tutto ciò può ulteriormente scadere nella crescita delle violenze cui abbiamo assistito nei giorni scorsi. Lanciamo un appello a tutta la popolazione ed alle istituzioni, affinché tutti quanti tornino a coltivare l’empatia, il dialogo, il rispetto umano e l’affetto che devono legare le persone, anche difronte a tutti quelli che la pensano diversamente da sé. Soltanto così potremo far rientrare la perdita di controllo delle proprie azioni e tornare a coltivare gli equilibri, fondamentali non solo per la crescita politica ed economica del paese, ma soprattutto per la crescita spirituale dei suoi abitanti.

Hermes Helios
(Giuseppe Barbera)
Pontifex Maximus Gentium Pietatis

Post Scriptum:

Volgiamo le nostre congratulazioni al comitato 15 ottobre, per la metodica pacifica delle loro manifestazioni e per i continui appella ai cittadini a manifestare in stile gandhiano, discostandosi così da ben altre forme di manifestazioni violente.

Ringraziamo la dottoressa Raffaella Regoli, giornalista per il programma televisivo Fuori dal Coro, di rete 4, per il consenso alla condivisione di immagini estrapolate dai suoi servizi. Altre immagini non estrapolate da essi, sono tratte dalla rete internet, tra quelle rese di pubblico dominio.

DALL’ARENA ALL’AGORÀ: PER UN’EDUCAZIONE ALLA PAROLA

Di tutte le cose che la natura umana ha in sé, certo nessuna è più divina della parola, soprattutto della parola che cerca di comprendere la divinità. E niente ha più efficacia nella conquista della felicità.

                                                                                                                                             (Plutarco, De Iside et Osiride)

 

Quando l’anima, non riuscendo più a tener dietro ai carri degli dèi nella contemplazione delle idee, cade, l’umidità di lei fa sì che, al suo contatto con la terra, si ritrovi interamente ricoperta di fango. In esso ella riposa, e sin dal concepimento ne fa un rivestimento, cercando di dargli forma. Per fare ciò, ella necessita di ricorrere al suo fuoco interiore, affinché cuocia il fango. Tuttavia, questo fuoco è inizialmente molto piccolo, e rischia anzi di essere travolto esso stesso dal fango: ha quindi bisogno di essere ravvivato per poter separare l’acqua dalla terra. Col respiro l’anima lo alimenta, ma non tanto da farlo crescere. Infatti, esso necessita di ulteriore nutrimento, e a tal scopo son plasmate le orecchie. Tuttavia, nella caduta anch’esse restano mischiate al fango. Proprio al fine di liberarle, gli uomini hanno sviluppato l’arte della parola e dell’ascolto. I buoni padri e i buoni educatori sono infatti coloro che trasmettono il calore del proprio fuoco interiore tramite la propria parola: dapprima modellano le orecchie, insegnando al giovane ad ascoltare; poi, attraverso di esse, svolgono come l’azione del mantice che soffia sul fuoco, facendolo ardere sempre di più, finché esso diviene tanto caldo e potente da asciugare e modellare il fango e poter a sua volta essere d’aiuto ad altri. E durante il tempo necessario a ciò, essi, come abili scultori, devono ora scalpellare qua, ora levigare e limare là, ora inumidire o asciugare, e in generale evitare ogni asprezza della forma, data da un asciugarsi incerto o troppo rapido, o un improvviso cedimento.

Coloro che non riescono a liberarsi, continuano invece a non poter sentire gli altri, e non fanno per questo altro che agitarsi e gridare, ostili a tutti e tutto, incapaci di comprendere alcunché, soprattutto la propria condizione, che credono sia la medesima per tutti, e non mirano così neanche a liberarsi. Peggio ancora coloro che finiscono sotto cattivi educatori: essi si ritrovano appesantiti dalle forme grottesche e orrende assunte dal fango fattosi solido, e finiscono col credere che la propria forma coincida realmente con quella del loro sarcofago. E quando giunga qualcuno a cercar di far vedere loro quale sia la reale condizione in cui versano, per spronarli a liberarsene, lo travolgono con aspre parole, lo insultano e ne fanno oggetto di scherno, cercando talvolta persino il confronto fisico. Rendono così il mondo un campo di battaglia, dovunque passino lasciano il deserto, e della propria vita fanno una schermaglia continua.

Abbiamo voluto iniziare il nostro intervento con questo racconto d’ispirazione mitologica, che prende le mosse da due miti platonici (quello della biga alata, riportato nel Fedro, e quello della caverna, tratto dalla Repubblica) al fine di introdurre la trattazione di uno dei mali, forse il principale, che affligge i nostri tempi: l’incapacità di ascoltare.

Nonostante, infatti, la nostra epoca sia spesso connotata come quella della comunicazione, ciò che si riscontra di continuo nell’esperienza quotidiana è invece una assoluta incomunicabilità. I punti d’incontro costituiti da piattaforme come i social network, ormai da tempo i principali (e oggi quasi unici) spazi di aggregazione e discussione pubblica (pur gestiti e regolati dall’arbitrio di privati, cosa che meriterebbe una trattazione a sé), somigliano sempre più ad arene che non ad agorà. Si parla spesso di dialogo, ma quel che si vede effettivamente è solo un’apposizione e opposizione di monologhi, finalizzata non certo a esercitare la ragione insieme all’interlocutore, bensì ad aver ragione dello stesso, individuato quale nemico in quanto non aderisce alla stessa posizione. Quando ci comportiamo in tale maniera, come afferma Plutarco, nel nostro discorso siamo guidati dallo «spirito di contesa e di litigio sui problemi», e adoperiamo le argomentazioni «come se calzassimo il cesto o un guantone da pugile, per scontrarci gli uni contro gli altri», provando «più gioia nel colpire e mettere giù l’avversario che nell’imparare o insegnare qualcosa»[1].

Il fatto che già nell’antichità se ne trattasse, ci dice come questo non sia certo un problema nuovo[2], per quanto possa aver raggiunto dimensioni e pervasività prima mai viste: è invece qualcosa di attinente all’essenza stessa dell’uomo e alla sua crescita, sia individuale che comunitaria. La parola, infatti, non è un semplice strumento, che sia per comunicare o per altro; non è un qualcosa di esterno che appartiene all’uomo, che questi possiede quasi fosse una vanga o una zappa. Il termine λόγος (lógos), deriva dal verbo λέγειν (leghein), il quale vuol dire, si, parlare e discorrere, ma il cui significato primario, a partire dalla radice -λεγ, è “raccogliere” e “radunare”, ma anche “scegliere”[3]. Non sarà certo superfluo rilevare qui come la stessa radice sia anche quella di lex[4], legge e di termini a essa collegati, come eleggere. Ciò che la parola lega dunque non sono solo le cose e le parole tra loro, ma innanzitutto gli uomini. Essa è ciò che lega gli uomini più di ogni cosa. Già nel momento stesso in cui la parola viene concepita, in essa è implicito tanto l’io che proferisce, quanto il tu a cui è rivolta e che lo accoglie. Ci dice ancora Plutarco, infatti:

 

I più […] sbagliano, perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio e di esercizio, ma che dell’ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi si accosta in modo improvvisato. […] I bravi allevatori rendono sensibile al morso la bocca dei cavalli: così i bravi educatori rendono sensibili alle parole le orecchie dei ragazzi insegnando non a parlare molto, ma ad ascoltare molto.[…] E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare.[5]

 

A una più attenta considerazione la prima che ci è necessaria tra queste attività, anche in ordine cronologico, nella nostra vita, è proprio quella dell’ascolto; ché altrimenti non impareremmo neanche a parlare. Anzi, a ben vedere, la prima, e condizione di tutte le altre, è la conquista del silenzio, cui soltanto segue la possibilità di dirigere attivamente (quindi per scelta) l’attenzione[6]. E probabilmente lo stesso linguaggio, come si può evincere dalla origine onomatopeica di moltissimi termini, non sarebbe mai nato, senza l’ascolto più attento di ogni lieve fruscio, del più flebile sibilo o scricchiolio, che richiede innanzitutto che l’uomo sappia ordinare e mettere a tacere il fluire confuso dei propri pensieri, il Polifemo (letteralmente “il rumoroso”, “colui dalle molte voci”) che risiede dentro di noi, e che col suo continuo vociare non ci consente serenità e ci allontana dalla coscienza, tenendoci prigionieri e terrorizzati all’interno della caverna e sbattendoci con forza, fino a far «sprizzare a terra il cervello»[7]. Ci sarebbe poi da chiedersi a che pro parlare se non si sapesse d’essere ascoltati e non si fosse disposti a propria volta a prestare ascolto. La situazione di oggi ne è una prova: parlare diventa un’attività sempre più rara. La “dissenteria verbale” (o verbosità) e le vicendevoli grida sono la norma, in una gara a chi alza di più la voce, con il risultato che a vincere è semplicemente chi dispone di altoparlanti in grado di sovrastare il rumore generale (se non anche, spesso, di aizzarlo, fomentarlo e dirigerlo). Si crea quindi un contesto in cui a prevalere è il più forte (leggasi il più ricco), non il migliore, e chi comanda lo fa non in virtù della concordia e della presenza di fini condivisi, di con-fini, rispetto ai quali si ritiene giusto ordinare la vita dei singoli e della città, ma piuttosto a causa della stasis di cui ci parla Platone[8], della inimicizia profonda che si scatena tra i simili e che dilania il corpo civile, fomentando la discordia e la «gravosa contesa», e quindi l’emergere di poteri tirannici fondati sull’odio e la paura che separano e isolano gli uomini. Non v’è tirannide in cui all’arroganza dei dominatori non corrisponda la viltà dei dominati. Ne Le Opere e i Giorni, Esiodo non a caso distingue due tipi o, per meglio dire, due diverse espressioni, di Contesa (Ἔρις), a seconda di come tale forza venga declinata all’interno dell’essere umano, e quali effetti generi[9]: la Buona Contesa è quella che spinge a gareggiare coi simili in virtù, esortando «anche il neghittoso al lavoro» e quindi a migliorarsi; quella cattiva «favorisce la guerra luttuosa e la discordia»[10]. Possiamo affermare che quando a prevalere è questa manifestazione di Eris, gli uomini non si riconoscono più tra loro. Ecco infatti la descrizione che Esiodo ci dà di quella che chiama età del ferro:

 

[…] e Zeus distruggerà anche questa stirpe di umani caduchi, quando ai nati biancheggeranno le tempie. Il padre non sarà simile ai figli, né i figli a lui; né l’ospite all’ospite o il compagno al compagno né il fratello sarà caro così come lo era prima. Non verranno onorati i genitori appena invecchiati, che verranno, al contrario, rimproverati con aspre parole[…]. Sciagurati! Che degli dei non hanno timore! Questa stirpe non vorrà ricambiare gli alimenti ai vecchi genitori; il diritto per loro sarà nella forza ed essi si distruggeranno a vicenda le città. Non onoreranno più il giusto, l’uomo leale e neppure il buono, ma daranno maggior onore all’apportatore di male e al violento; la giustizia risiederà nella forza delle mani; non vi sarà più pudore: il malvagio, con perfidi detti, danneggerà l’uomo migliore e v’aggiungerà il giuramento. La Gelosia malvagia, malèdica e dallo sguardo sinistro, s’accompagnerà con tutti i miseri umani.[11]

 

Notiamo qui come l’età del ferro consista sostanzialmente nel venir meno della sacralità di ogni legame e nella negazione di tutti i valori della pietas: Dei, Patria e Famiglia vengono totalmente disconosciuti, e ciò si lega in via diretta con la mancanza assoluta di giustizia e l’assenza del Diritto. In virtù di quanto visto finora, possiamo dire che ciò che viene meno in tale epoca è la linea della parola, di quel respiro che viene trasmesso da una generazione all’altra, passando per quelle porte dell’anima che sono le orecchie.

Il continuo rinnovarsi della tradizione dimostra che per millenni e millenni gli uomini sono stati in grado di ascoltarsi, che numerosissime generazioni sono state capaci di trasmettersi amore e conoscenza, o forse è più corretto dire che proprio per amore si sono tramandate la sapienza e hanno continuato a coltivarla e farla crescere. Dove cercheremo, infatti, la fonte del mito, se non nell’amore di un padre e di una madre che vogliono ardentemente che i figli crescano alla piena luce, che i loro occhi ne possano godere senza restarne feriti, senza fuggirla né temerla? Il μῦθος (mythos) è parola, ma come ci indica la sua stessa derivazione dal verbo μύειν (myein), il quale significa chiudersi, star serrati, principalmente riferito alla bocca e agli occhi (si pensi anche all’italiano muto), è parola che va ascoltata, verso la quale ci mettiamo attivamente all’ascolto, rimanendo in silenzio e concentrandoci unicamente su di essa. È una parola che dobbiamo accogliere e coltivare al nostro interno[12]. Come quando, raccolti attorno al fuoco, ascoltiamo i racconti. Vediamo così come emerga l’altro significato, sicuramente più conosciuto, di mito: narrazione e racconto. E nel suo stimolarci all’ascolto, il mito ci indica al contempo la via della riflessione, della considerazione attenta dei suoi elementi, alla maturazione interiore delle giuste domande, prima ancora che la ricerca delle risposte. Su tale modello possiamo vedere anche scuole come quella pitagorica, la cui prima tappa consiste in un periodo di silenzio assoluto, dedicato al solo ascolto del maestro e dei suoi insegnamenti, gli ἀκούσματα (akúsmata, letteralmente, le cose udite)[13]. L’iniziato è poi detto μύστης (mystes), cioè colui che osserva il silenzio iniziatico[14] ed è in grado di udire la voce del suo δαίμων (dáimon), il genius latino. Tornando al mito, lo stesso poeta, prima di cantare le gesta eroiche e divine che ne sono oggetto, inizia la propria opera invocando le Muse. Il suo ruolo diviene quindi quello di esprimere quanto ascoltato dalla divinità in maniera intelligibile agli uomini. La mitologia trova la sua radice nella volontà del poeta di rendere il mito accessibile traendone dei logoi, scegliendo in modo che siano adatti all’uditorio, rivelando gradualmente il legame intimo tra tutte le cose e dando tutti gli strumenti per  giungere alla Ἀλήθεια (Alétheia), cioè al dis-velamento, la rimozione dell’oblio[15].

È però frequente che molti non riescano ad andar molto oltre il significato letterale e, nella fretta di emettere un giudizio, anziché interrogare se stessi bollino come fantasticherie, invenzioni e finanche menzogne, tali racconti. Da cui l’accostamento del mito a qualcosa di falso.

Le considerazioni finora fatte, per quanto brevi, ci consentono di comprendere che il verbo parlare ha una coniugazione particolare, in cui la prima e la seconda persona procedono assieme e in maniera complementare: io parlo, tu ascolti; io ascolto, tu parli. È così che nasce il dialogo: dall’alternarsi degli interlocutori nella coniugazione del parlare. O, ancor meglio, dalla coniugazione degli interlocutori nel parlare. Infatti, tramite il lógos, le anime sono come unite in matrimonio, e questo, se condotto onestamente, consente a ciascuna di esse di accogliere i migliori semi e partorire nuovi e ottimi frutti. La parola è un ponte verso l’altro, ma anche una porta verso se stessi, e dunque qualcosa che va profondamente meditato e ponderato, sia quando è proferita che (e ancor più) quando viene accolta. Se non facciamo ciò, i nostri discorsi non saranno altro che parti di vento infecondi, come dice Plutarco[16]. Saremo invero noi a diventare sterili, portatori di un lógos vuoto, la cui continua emissione è quasi un tentativo di sopperire alla sua mancanza di concretezza, di incisività sul mondo. Ci sarà inoltre estremamente difficile non solo riconoscere e trarre profitto da un discorso utile, ma anche smascherare quelli falsi e dannosi, dai quali saremo facilmente ingannati e traviati.

Se si vuole essere realmente liberi, bisogna quindi, seguendo l’esempio degli antichi, coltivare se stessi anzitutto nel silenzio e nella pratica dell’ascolto, deponendo la presunzione e la superbia, così da disarmare il nostro più temibile carceriere: l’ignoranza. Potremo allora sciogliere i vincoli che ci tengono relegati nel fondo della caverna e iniziare l’ascesa per uscirne.

 

BIBLIOGRAFIA

 

  • Cicerone, Delle Leggi, a cura di A. Resta Barrile, Zanichelli, Bologna, 1972;
  • Enciclopedia Filosofica, Bompiani, Milano, 2006;
  • Esiodo, Le Opere e i Giorni, a cura di S. Rizzo, Rizzoli, Milano, 1979;
  • Omero, Odissea, trad. it. G. Aurelio Privitera, Fondazione Lorenzo Valla, 1983;
  • Platone, Repubblica, a cura di G. Lozza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1990;
  • Plotino, Enneadi, a cura di G. Faggin, Rusconi, Milano, 1992;
  • Plutarco, Tutti i Moralia, a cura di E. Lelli e G. Pisani, Bompiani, Milano, 2017;
  • Plutarco, L’arte di saper ascoltare, a cura di M. Scafidi Abbate, Newton Compton Editori, 2006.

 

[1]Plutarco, Come constatare i propri progressi nella virtù, 80b, trad.it Giulio Pisani, in Tutti i Moralia, Bompiani, Milano, 2017.

[2]Sempre che ci siano problemi realmente nuovi, e non piuttosto modi diversi di guardarvi.

[3]Cfr. https://www.etymonline.com/word/*leg- . Si veda anche la voce Logos in Enciclopedia Filosofica, Bompiani, Milano, 2006, vol.7, pp. 6756-6767. Ne citiamo qui solo un estratto: «la radice – λεγ – è la medesima per entrambi [λόγος e  λέγειν. n.d.a.], e tuttavia il significato primario di λέγειν non è “dire”, bensì “raccogliere”, “radunare”, epperò “scegliere”, e di seguito “enumerare”, “contare”; solo alla fine è “narrare”, “parlare”, “dire”[…]. Evidentemente il “dire” è una forma eminente dello scegliere e del raccogliere».

[4]«Nel significato stesso del termine legge è insito il concetto di scelta del giusto e del vero», ci dice Cicerone in De Legibus, II, V 11.

[5]Plutarco, L’arte di ascoltare, 38D 5 – 39 B 6.

[6]Passando così dalla categoria del patire a quella dell’agire. Non a caso, agere vuol dire proprio condurre.

[7]Si veda Omero, Odissea, IX, v. 290

[8]Vedi Repubblica, 470b.

[9]«Sulla terra non v’era un solo genere di Eris, bensì due ve ne sono; e mentre l’una è lodata da chi ben la conosce, l’altra è riprovevole: hanno infatti indole diversa» (Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 11-13).

[10]Ivi, vv. 14-20.

[11]Ivi, vv. 180-196.

[12]In un antro buio nasce Hermes, dio della parola e del silenzio, figlio di Zeus e Maia!

[13] Anche il nostro sistema scolastico è tuttora strutturato (almeno in linea di principio), sebbene prevalga adesso l’orientamento alla nozione invece che all’educazione, in maniera tale che il percorso dello studente sia soprattutto una lunga pratica nell’ascolto degli insegnanti. Solo a conclusione e coronamento del percorso universitario gli viene infatti richiesto di formulare quella che deve essere una sua tesi originale.

[14]Riguardo l’importanza del silenzio all’interno del percorso spirituale, particolare interesse meritano le considerazioni svolte da Plotino, il quale mostra come esso sia condizione necessaria alla ricezione della verità che viene dall’Uno: «Ma in chi è assolutamente semplice [l’Uno] quale processo è possibile? Nessuno, ma basterà un semplice contatto interiore. Ma durante il contatto, almeno finché avviene, non si avrà affatto né la possibilità né il bisogno di parlare: solo più tardi si potrà ragionarci sopra. Ma in quell’istante bisogna credere d’aver visto, quando l’anima coglie, improvvisamente, la luce. Poiché questa luce proviene da Lui, o meglio è Lui stesso […]. Questo è il vero fine dell’anima: toccare quella luce e contemplarla mediante quella stessa luce […]. Nemmeno il sole si vede mediante una luce diversa. Ma come può avvenire? Abbandona ogni cosa [Ἄφελε πάντα]» (Enneadi, V, 3, 17).

[15]Perché porre dei veli, se non per rendere visibile ciò che i nostri occhi non sono ancora in grado di vedere senza tale mediazione? Possiamo pensare al famoso lenzuolo del fantasma, usato in molte rappresentazioni: ci nasconde il suo vero aspetto, ma al contempo ci consente di percepirlo.

[16]Si veda Plutarco, L’arte di ascoltare, 38E.

La società odierna procede esattamente in questa direzione: dando continui impulsi a comprare, cliccare, dare opinioni, “comunicare” (che cosa poi?) senza mai dare sosta, non consente all’uomo di maturare, divenire fecondo, e dunque porta unicamente ai suddetti parti di vento. Nell’uomo che cresce (o piuttosto invecchia) senza maturare «rimane non la puerizia, ma, ciò che è più grave, la puerilità: e in questo è peggiore la nostra condizione, che abbiamo l’autorità dei vecchi e i vizi dei fanciulli, anzi degli infanti». L’infantilismo è la condizione cui è relegata la maggior parte degli uomini odierni, soggetti a pulsioni e capricci che si fanno via via più tirannici e che ne fanno però un consumatore perfetto, facile da dirigere al pascolo o nel suo navigare, estremamente recettivo a ogni impulso all’acquisto.

Ipazia con il padre Telone, tratto dal film Agorà.

Paola Busa di Canosa

di Paola Marconi

2 agosto 2020 e.v. – 2 agosto 216 a.e.v. Sono trascorsi ormai 2236 anni dal macello di Canne. Non voglio parlare della battaglia e della tattica, giudicata geniale, messa in atto dal nemico dei Romani, Annibale, tattica tuttora studiata, per la sua perfezione, nelle maggiori accademie militari, da West Point in giù. Voglio invece narrare una vicenda a molti sconosciuta, quella della matrona Paola Busa di Canosa.
Pomeriggio del 2 agosto 216 a.e.v., campo di battaglia di Canne, Puglia, vicinanze di Barletta, nei pressi del fiume Ofanto. La battaglia è finita. Il massacro si è compiuto. Cinquantamila (o forse settantamila) caduti romani e italici, fra cui il console Lucio Emilio Paolo, il proconsole Gneo Servilio Gemino, l’ex magister equitum di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, Marco Minucio Rufo, due questori, ottanta senatori, ventinove tribuni militari, centinaia di patrizi, di nobili plebei, di cavalieri, giacciono nel sangue e nella polvere.
E’ la più grave disfatta mai occorsa alle armi romane. Diciannovemila uomini sono stati fatti prigionieri, fra romani e italici. La loro sorte sarà ben differente. I soci italici, che lo scaltro Annibale spera di trarre dalla sua parte, vengono liberati subito, senza condizioni. I romani, invece, sono trattenuti, con l’intento di utilizzarli come merce di scambio, per intavolare una trattativa e arrivare ad una pace che nei sogni di Annibale non tarderà ad arrivare, e ridimensionerà Roma a piccola potenza regionale del Lazio, ridando a Cartagine il ruolo, perso con la prima guerra punica, di signora e padrona del Mediterraneo Occidentale. Il senato, però, rifiuta categoricamente di trattare. Possiamo immaginare lo sconcerto del punico, educato alle dottrine militari ellenistiche, per cui ” battaglia vinta, il nemico chiede la pace “, tantopiù che, a questo punto, le battaglie vinte sono state quattro, con un crescendo rossiniano di caduti da parte romana. Ma questa è un’altra storia.
Torniamo a Canne. Diecimila superstiti della mattanza sono riusciti a fuggire. Tra questi, per fortuna di Roma, un giovane, appena diciannovenne, tribuno, appartenente ad una delle gentes più nobili di Roma, una delle cinque maiores, figlio di un ex console che porta il suo stesso nome, Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano. Scipione, sedato sul nascere un tentativo di fuga all’estero architettato da alcuni nobili giovani ufficiali, si pone alla testa di un drappello di scampati e li conduce in salvo a Canosa, città vicina, distante appena quattro miglia dal campo di Annibale, città alleata di Roma dal 318 a.e.v., rimasta fedele a Roma, e che non defezionerà nemmeno dopo la disfatta di Canne.
Immaginiamo cosa dovesse essere quello scorato drappello: uomini disperati, atterriti e scioccati dalla terribile strage (la camera della morte della tonnara, la chiama il prof. Brizzi) sporchi del proprio e dell’altrui sangue, affamati, assetati, sfiniti, molti anche feriti, giungono a Canosa, scampando all’inseguimento dei punici. Infatti, come gli assedi, anche l’inseguimento strategico non sarà mai, per parlare eufemisticamente, uno dei cavalli di battaglia di Annibale, la cui abilità rifulge più che altro nella tattica da applicare sul campo di battaglia.
I fuggiaschi, dunque, arrivano a Canosa, e necessitano di tutto. Si può immaginare che, come tutti i perdenti delle battaglie di tutte le epoche, non abbiano subito trovato una amichevole accoglienza, anzi. Per fortuna viene loro in soccorso una matrona canosina, Paola Busa, appartenente ad una ricca famiglia di commercianti di origine probabilmente greca, i Buzas. Forse sposata o vedova, ha ereditato l’amministrazione dei beni di famiglia, che esercita con grande oculatezza e responsabilità, meritandosi l’ammirazione e il rispetto dei suoi concittadini. Paola Busa, difronte al triste spettacolo di quella turba di sbandati, non ha un attimo di esitazione: li accoglie in casa sua, li rifornisce di cibo, acqua e vesti pulite, e con l’ausilio di alcuni medici si prende cura dei feriti. Possiamo certamente ipotizzare che, per il prestigio di cui gode, il suo esempio venga seguito anche da altri canosini, che provvedono a fornire ai superstiti indumenti, cibo e anche denaro per il viaggio di ritorno.
La notizia dell’atto di generosità e solidarietà di Paola Busa non va perduto e giunge, portato dai soldati sopravvissuti, fino a Roma. A guerra finita, guerra, nonostante le quattro sfolgoranti vittorie di Annibale, vittoriosa per Roma, il senato le tributa grandi onori, come, secoli prima, li aveva tributati a Virgilia e Volumnia,, rispettivamente, moglie e madre di Coriolano, per aver salvato la città dall’attacco che il loro rinnegato congiunto voleva portarle.
Il ricordo del gesto di Paola Busa non si perse col tempo, e infatti la generosa matrona, oltre che da Tito Livio nel libro XXII del suo ” Ab urbe condita “, fu ricordata anche da Giovanni Boccaccio fra le donne illustri nel suo ” De mulieribus claris. “
Inoltre, senza saperlo, Paola Busa, con il suo gesto, contribuì alla vittoria di Roma. Infatti, i superstiti del macello di Canne, sia pur allontanati da Roma e confinati per tredici anni in Sicilia, andarono a costituire quelle due legioni cannensi che, a Zama, resistettero fino allo stremo delle forze all’attacco dei veterani di Annibale, fino al ritorno delle cavallerie romana e numidica, ritorno che fece pendere definitivamente la bilancia in favore delle armi di Roma.
Nella definitiva vittoria di Roma c’è quindi anche lo zampino, diciamo così di una donna generosa che, dopo una disfatta terribile, seppe seguire quello che le diceva il suo cuore, e soccorrere quei soldati sconfitti come se ognuno fosse suo figlio. Non dimentichiamo che una buona metà delle truppe romane era costituita da diciottenni e diciassettenni, appena arruolati con l’ultima leva. Il suo nome era Paola Busa, e permettetemi un briciolo di orgoglio nel constatare che questa grande matrona porta il mio stesso nome, il nome, anzi il cognomen, di un grande e valoroso caduto di Canne, il console Lucio Emilio Paolo, che, ferito, rifiutò il cavallo che un ufficiale gli offriva per mettersi in salvo, esortandolo, anzi, a correre a Roma per informare il senato della disfatta. Lucio Emilio Paolo era il suocero di Publio Cornelio Scipione, e, con lui, il cerchio si chiude. Nel segno di Roma. Quel giorno che avrebbe potuto essere la fine di tutto, rappresentò, invece, un nuovo inizio.

IL CONCETTO DI REINCARNAZIONE IN ALCUNI FILOSOFI ANTICHI

Dott. Filippo Cavatore (Gruppo Filosofi Pietas)

Ipazia con il padre Teone, tratto dal film Agorà.

Come è noto, il concetto di reincarnazione o metempsicosi è presente nel pensiero greco antico (oltrechè, ovviamente, in molte filosofie e religioni nel mondo – basti pensare all’Induismo o al Buddismo). Nell’Orfismo, in Pitagora e nella sua scuola, nonché in Platone e negli sviluppi successivi della sua filosofia, culminanti nel Neoplatonismo, avente come massimi esponenti, Plotino, Giamblico e Proclo, se ne parla diffusamente al punto che può essere considerato uno dei temi fondamentali del loro pensiero (Platone, La Repubblica; Plotino, Enneadi et alia).  Meno nota è la presenza della metempsicosi in altri pensatori del mondo classico: tratteremo qui, in particolare, di Empedocle e di Plutarco.

Empedocle nacque ad Akragas, l’odierna Agrigento, intorno al 470/469 a.e.v. E’ annoverato fra i cosiddetti “fisici”, ovvero coloro che indagarono la natura, cercando di individuare l’origine del mondo e delle leggi che lo governano. Cercò di conciliare le precedenti dottrine ioniche, pitagoriche, eraclidee e parmenidee, sostenendo che la realtà mutevole è distinta dai suoi fondamenti, identificati nei quattro elementi (chiamati da Empedocle “radici”): fuoco, aria, terra, acqua. Essi sono soggetti all’azione di due principi: Amore (Φιλότης) e Odio (Νεῖκος); il primo unisce mentre il secondo separa, da questo agire contrastante i singoli esseri sono generati e ritornano alla loro origine, in un continuo processo di trasformazione. Nel poema “Le Purificazioni” Empedocle riprende la teoria orfica e pitagorica della metempsicosi, sostenendo che sussiste una legge di natura la quale fa in modo che gli uomini scontino le proprie colpe – la cui causa è l’aver soggiaciuto a Odio – per mezzo della trasmigrazione da un essere vivente all’altro; in virtù di tale legge, ciascuna anima, nel corso dei millenni, si incarna in un essere (animale o vegetale) al momento della nascita di questo, e vi permane fino alla morte dell’essere stesso, quando, dopo averlo abbandonato, erra nel cosmo fino alla successiva reincarnazione.

«È vaticinio della Necessità, antico decreto degli dèi ed eterno, suggellato da vasti giuramenti:

se qualcuno criminosamente contamina le sue mani con un delitto o se qualcuno 〈per la Contesa〉 abbia peccato giurando un falso giuramento, i demoni che hanno avuto in sorte una vita longeva, tre volte diecimila stagioni lontano dai beati vadano errando nascendo sotto ogni forma di creatura mortale nel corso del tempo mutando i penosi sentieri della vita. L’impeto dell’etere invero li spinge nel mare, il mare li rigetta sul suolo terrestre, la terra nei raggi del sole splendente, che a sua volta li getta nei vortici dell’etere: ogni elemento li accoglie da un altro, ma tutti li odiano. Anch’io sono uno di questi, esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente Contesa.» ( Empedocle, D-K 31 B 115, traduzione di Gabriele Giannantoni in Presocratici vol.1, Milano, Mondadori, 2009, pp.410-411)

Plutarco fu uno scrittore, filosofo e sacerdote greco, con cittadinanza romana. Nacque a Cheronea fra il 46 e il 48 p.e.v. e morì a Delfi fra il 125 e il 127 p.e.v. Fu autore di numerose opere di carattere storico, filosofico e scientifico, tra cui la più nota porta il titolo di “Vite parallele”, in quanto sono accostati e confrontati personaggi notevoli della storia ellenica e di quella romana. Nel meno noto trattato “Sulla tarda vendetta degli dei”, in forma di dialogo, Plutarco presenta un cosmo tripartito: una dimensione celeste in cui soggiornano le anime definitivamente purificate; un secondo stato collocato sempre in cielo, ma ad un livello più basso, che ospita le anime penitenti, soggette alle punizioni inflitte da Dike (la giustizia divina); infine la terra ove le anime subiscono successive reincarnazioni, anche in forme animali, per liberarsi dalle loro colpe.

Oltre alle fonti filosofiche, il tema è presente anche nella poesia. Come esempio, citiamo il poeta latino Ovidio che riporta l’episodio in cui Poseidone fa reincarnare il figlio Cicno, ucciso da Achille durante la guerra di Troia, in un cigno ( Ovidio, Metamorfosi, libro XII)
; in Virgilio, durante la discesa agli inferi di Enea, vi sono tracce di una concezione orfico-pitagorica, quando Anchise parla al figlio di una teoria dei ciclica delle rinascite, affermando che le anime dei Campi Elisi si immergono nel fiume Lete,  per dimenticare le vite precedenti e poter dunque reincarnarsi in nuovi corpi terreni (Virgilio, Eneide, libro vi).

Ercole ed Alcesti

Nella sua opera “La reincarnazione nel mondo antico”, Edouard Bertholet (ed. Mediterranee) cita alcuni autori cristiani che ammettono la dottrina della metempsicosi considerandola in sintonia con la teologia cristiana: san Giustino afferma che ‘Alcune anime che si credono indegne di vedere Dio a seguito delle loro azioni durante le reincarnazioni terrene, riprenderanno i corpi’; in san Girolamo si legge: ‘Non conviene che si parli troppo delle rinascite, perché le masse non sono in grado di comprenderle’; san Gregorio di Nissa: ‘L’anima immortale deve essere risanata e purificata, se non in questa vita terrestre, nelle vite future e successive’; infine, Lattanzio sostiene che l’anima può essere immortale solo se preesiste alla nascita e che è destinata a reincarnarsi successivamente nel corso del tempo. Constatiamo, pertanto, come questa antica dottrina sia presente anche in alcuni appartenenti ad un credo religioso che ufficialmente la nega, considerandola errata e inconciliabile con quella che essi considerano l’unica vera.

Erigido el Templo de Minerva Medica en Pordenone

Erigido el Templo de Minerva Medica en Pordenone

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La Asociación Tradicional Pietas ha erigido un nuevo Templo, dedicado a Minerva Medica, en Pordenone.

El presidente Giuseppe Barbera lo anunció en la página oficial de Facebook de la Asociación de Pietas Tradicionales:

“El Templo de Minerva Medica en Pordenone, cuya primera piedra fue colocada el 15 de agosto, es hoy 20 de agosto de 2771 ab V.C. terminado en su geometría esencial. El trabajo en el aparato decorativo comenzará mañana. Desde hoy las comunidades de los Tradicionalistas Romano-Italiano del Triveneto tienen un punto de referencia fundamental para el retorno a lo Sagrado. Pietas non verba sed res”.

El 9 de agosto, nuevamente en la página oficial de facebook de la asociación, se publicaron los dibujos de diseño del Templo, desarrollados por el presidente Barbera y el ingeniero estructural Tricoli, vicepresidente de la Asociación Tradicional Pietas y presidente del club CPPT KR.

Parecía imposible, pero en solo cuatro días los militantes locales de la Pietas, apoyados activamente por la junta nacional de la Asociación, lograron erigir un espléndido Templo peripteral circular con un pronaos distyle rectangular in antis. Al este del Templo se encuentra la estatua de la Minerva Médica de Pietas, frente al “Templo el Mundus del Santuario y el altar dedicado a la Diosa forman una línea simbólicamente muy importante y fundamental para la conexión entre el mundo humano y las dimensiones divinas de lo sagrado”, nos dice el entrevistado presidente Barberá.

El Templo ya tiene su propio rector designado por el presidente y está efectivamente activo desde el 15 de agosto.

La función de este lugar es fundamental para los miembros piadosos del noreste de Italia. Finalmente, ellos también, como nosotros en Roma, tienen un lugar asociativo, abierto a aquellos interesados en revivir realmente las formas de la antigua sacralidad romano-itálica, donde pueden desarrollar actividades culturales y cultuales relacionadas con los objetivos de la Pietas: la cultura clásica.

El Templo está oficialmente abierto para el uso de los practicantes de la tradición Romano-Itálica y de los grupos griegos que trabajan por el resurgimiento del culto a los Dioses y con quienes estamos desarrollando lazos cordiales y felices de respeto mutuo, eficiencia y amistad.

En primer lugar, el grupo Thyrsos, que con Pietas acordó un programa de acción para intentar resurgir la Tradición griego-romana de la mejor manera posible. Pietas también extiende su profundo agradecimiento a los grupos YSEE, que hasta ahora han mostrado cordialidad, hospitalidad y amor por los mismos ideales de retorno a lo sagrado.

Le preguntamos al presidente Barberá ¿qué es que impulsa a la Asociación a construir Templos?

Pietas está llevando a cabo la erección de Templos a los Dioses para permitir que los hombres impulsados por nobles ideales y virtudes tengan lugares donde puedan reconectar esa relación directa entre hombres y Dioses que se nos ha negado durante dos milenios. El nuestro es un gesto de libertad guiado por un profundo espíritu de compartir, además al amor por lo que hacemos.

¿Tendrán lugar los ritos en el Templo de Minerva Medica?

En nuestros Templos se desarrollan ritos de ofrendas a los Dioses, pero también es posible solicitar oráculos, deseos, realizar votos o incluso acceder a una iniciación cívica. Además, Minerva Medica es una divinidad de apoyo espiritual a las enfermedades y los fieles le rezaban para que les sugiriera un buen médico o una medicina para curar. Junto a Esculapio y Salus pertenece al grupo de las “divinidades terapéuticas”, por las cuales se reza para curar enfermedades físicas y psíquicas. Minerva Medica es para nosotros la inteligencia divina que ilumina al médico, que a menudo puede actuar, inconscientemente, por intuición divina más que por la propia. Al mismo tiempo, considerando que muchos males surgen realmente de los desequilibrios internos (este es el caso de las somatizaciones), Minerva Medica es esa inteligencia virginal, pura, liberada de miedos e impresiones negativas (el terror de Júpiter a ser destronado) que permite el logro de un equilibrio interior, capaz de hacernos espiritualmente más fuertes frente al mal y más valientes, que nos ayuda a matar a los monstruos internos (la Minerva que sugiere a los héroes cómo ganar a Medusa, la Quimera etc.) para conducir a un nuevo equilibrio que evite somatizaciones. Todos pueden rezarle libremente, quien quiera, incluso en este Templo.

¿A qué te refieres con iniciación cívica?

De las corrientes de la actividad popular, nos basamos en la iniciación cívica que hizo del hombre sacerdote de sí mismo y de su familia, que inició y fundó su camino en el culto a los Lares y a los Antepasados, que luego siguió el refinamiento de la práctica para los Dioses, sobre esto los romanos emitieron leyes muy claras con una ley sagrada bien estructurada. Por tanto en nuestros Templos, como todavía se hace hoy en Crotone en la romería al Templo de Hera Lacinia (para familias aún vinculadas a tradiciones ancestrales), es posible llevar a cabo, en las fechas adecuadas para ello, la enseñanza del culto a los Lares y Ancestros siguiendo los preceptos informados por los rectores y sacerdotes de los mismos Templos.

El acceso al culto a los Dioses y a los colegios internos es posible para todos aquellos miembros de buena voluntad que quieran practicar la Tradición de sus tierras y de sus propios linajes.

¿Con qué frecuencia se realizarán las actividades en el Templo?

La estructura es nueva hoy, pero brindaremos un desarrollo regular de actividades, al igual que en el Templo de Júpiter. Ciertamente, los primeros ritos abiertos al público se llevarán a cabo a partir de septiembre.

Actualmente ya es posible contactar reuniones de solicitud con cita previa para visitar el Templo y profundizar en las actividades de culto y cultura de nuestra asociación. Simplemente escriba un correo electrónico a info@tradizioneromana.org . Para conocer las actividades programadas, consultar de vez en cuando, la página de eventos en el sitio web www.tradizioneromana.org o la página oficial de Facebook de la Asociación de Pietas Tradicionales https://www.facebook.com/AssociazioneTradizioneromana

Agradecemos al presidente Barberá por el tiempo concedido y a la Asociación Pietas por su trabajo.Nuevos lugares de luz antigua están ahora presentes en Italia.

  1. 25/8/2018

Templo de Júpiter, erigido en Roma

Noticias internacionales: Templo de Júpiter, erigido en Roma

 

El 10 de mayo MMDCCLXX, año de la fundación del Urbe (2017 de la era moderna) el Templo de Júpiter, erigido por la Associazione Tradizionale Pietas en Roma (Asociación Tradicional Pietas), se termina en su geometría. Ahora comenzará el trabajo de decoración, pero el Templo ya está activo.

Fue anunciado por el Presidente de la Asociación Tradicional Pietas Giuseppe Barbera.

Construido alrededor de un área dedicada en septiembre de 2012 por Giuseppe Barbera siguiendo un voto recibido, la primera piedra del Templo se colocó el 13 de julio de 2013. Desde entonces, Pietas ha operado para su construcción. Es el resultado de un viaje iniciado en 1961, cuando Gianfranco Barbera hizo una máscara de Júpiter en terracota que un día se habría exhibido en ese Templo: este día es hoy gracias a él.

Consagrado a Júpiter Optimum et Maximum, el Templo está diseñado para albergar en su celda los altares de Júpiter, Juno y Minerva. El Templo es un tetrastilo in antis en estilo Corintio, el podio ha sido realizado con bloques de toba de la Magna Grecia, zona de nacimiento y desarrollo de la Asociación Pietas. La trabeación acogerá los frisos necesarios, útiles para representar los elementos esenciales para el desarrollo espiritual del ser humano. En lo profundo de las verdes colinas, forma parte del pequeño Santuario Romano levantado por Pietas desde diciembre de 2012 con la consagración de Aedes Romae Pietatis, el Templo del hipogeo, distilado en antis, el centro de los misterios romanos aplicados, claramente deducidos de la interpretación de las obras de Virgilio.

Ningún elemento dentro de este Santuario se deja al azar: cada elemento está dispuesto con lógica y conciencia, para convertir una simple visita al lugar en un camino expresivo hacia los fundamentos espirituales del mundo clásico. La presidencia de Pietas está organizando el calendario operativo del Santuario, con el fin de inaugurar el Templo al público y completar sus funciones; sin embargo, ya está activo para los miembros de la Asociación.

En el Sanctuarium Pietatis habrá Templos, quioscos y espacios dedicados a actividades educativas. Se iniciarán cursos educativos sobre la Tradición romana y el mundo clásico; incluso será posible seguir el camino del culto doméstico y/o, para los más merecedores y dispuestos, se pondrán a disposición caminos sacerdotales, que parten de los misterios de Saturno y continúan según las tendencias personales.

El Santuario tendrá horarios de apertura al público y será posible visitarlo libremente. Es posible llevar devociones personale a los Dioses, liberarse de los propios votos, pedir deseos y oráculos y ofrecer asistencia espiritual a quienes la demanden. Hoy en Roma hay un lugar de culto romano donde se puede practicar libremente el amor por los Dioses.

Muchos lo han llamado “el primer Templo romano en Roma” después de siglos de mentes oscurecidas, como Júpiter es el Dios del cielo brillante, el Dios en el que se manifiesta la luz intelectual, le hemos dedicado el Templo erigido y abierto por el bien de la humanidad.

A los hombres virtuosos y de buenas intenciones les pedimos ayuda para el crecimiento del Santuario de la diosa Pietas, del Templo de Júpiter y para la difusión de los saludables valores de la Romanitas y el culto clásico. Quienes quieran ayudarnos materialmente y quienes quieran financiar la compra de los materiales necesarios para el desarrollo del Templo y los periódicos dedicados a los Dioses pueden escribirnos a info@tradizioneromana.org

Gracias a todas las personas que nos ayudaron, a quienes continúan haciéndolo y a quienes lo harán en el futuro: ¡este es su Templo!

(artículo publicado en Ereticamente el 20 de mayo de 2017)

Ersilia y las mujeres sabina

  • Ersilia y las mujeres sabina
    Es una opinión generalizada que la civilización y la cultura de Roma fueron machista y patriarcales; esta idea se basa principalmente en la verificación que los Romanos descendían de poblaciones indoeuropeas, cuya sociedad se basaba en supuestos considerados expresión de una supremacía masculina. También se creía que en Roma las mujeres no tenían personalidad jurídica, lo que se reflejaba también en la onomástica.
    Mientras que el hombre se distinguía por el tria nomina: praenomen, el nombre personal, nomen, el de la gens y cognomen (apodo antiguo, que luego pasa a indicar las diversas familias dentro de la gens), la mujer se indica sólo por el nombre de la gens, al femenino. En realidad, el apodo, que a menudo ridiculizaba por diversión algunos aspectos del hombre, no se usaba en las mujeres exclusivamente por respeto a ellas.
    También se cree que la mujer fuera legalmente una eterna menor de edad, destinada a pasar de la tutela (manus) del padre a la del marido, y finalmente a la de un tutor. En realidad, la tutela en el mundo romano tiene un significado diferente que en el mundo islámico actual: en el mundo romano significa garantía, protección contra los peligros, defensa.
    De hecho, en la época imperial se constató que la mujer tenía, de facto, una propia autonomía, la posibilidad de administrar sus bienes y decidir sobre su vida, con la ayuda de un tutor varón (padre o esposo) que tenía la tarea de asegurar que ningún sinvergüenza se aprovechara de ella o engañara a su dote.
    L’idea preminente degli studiosi è che la donna romana, almeno all’inizio, fosse stata condannata ad un destino di cittadina di serie B, sottomessa totalmente alla volontà dei membri maschili della sua famiglia, senza la possibilità di agire autonomamente, di esprimere una sua opinione, o di poter incidere nella vita della sua famiglia e della sua città. In realtà le cose non stanno affatto così.
    La idea preeminente de los eruditos es que la mujer romana, al menos al principio, había sido condenada al destino de un ciudadano de segunda clase, totalmente sometida a la voluntad de los miembros masculinos de su familia, sin posibilidad de actuar de forma autónoma, de expresar su opinión, o poder afectar la vida de su familia y su ciudad. En realidad, este no es el caso en absoluto.
    En la historia de Roma no faltan figuras de mujeres que, gracias a su personalidad y sus cualidades, supieron imponerse en la atención y muchas veces a la admiración de los contemporáneos y de la posteridad, y dejar una huella imborrable en la historia de su ciudad, cambiando a menudo el curso de los eventos.
    Comenzamos este resumen de “Mulieres Clarae”, como diría Giovanni Boccaccio, con la primera mujer romana que surge de los pliegues de la historia y del tiempo: Ersilia, esposa de Rómulo y, con ella, las sabinas.
    21/8/749 a.e. v.: han pasado poco más de cuatro años desde la fundación de Roma. En el valle entre el Palatino y el Aventino, Vallis Murcia, jóvenes romanos preparan los escenarios que acogerán a invitados de otras ciudades, en su mayoría sabinas, invitados a asistir a juegos y carreras de caballos en honor al dios Conso, dios de los hórreos. , a el que se consagrará un altar subterráneo. En un palco especial ocupará su lugar Rómulo, el rey fundador, quien invitó a los pueblos vecinos a la importante fiesta. En realidad, esta invitación esconde un propósito secreto.
    Roma, fundada el 21/4/753 a.e.v., se ha convertido en una ciudad de casi todos hombres: pastores de los alrededores, refugiados políticos, rezagados, bandidos y otros expulsados de sus respectivas comunidades, pero acogidos por Rómulo en el asylum, un lugar entre las dos sillas, el arx y el capitolium, después de la promesa de cambiar estilo de vida y hacer algo útil por la ciudad. Sin embargo faltan mujeres, sin las cuales Roma corre el riesgo de desaparecer en el transcurso de una generación.
    Entonces Rómulo envia embajadas a los pueblos vecinos, Ceninensi, Antemnati, Crustumini y sobre todo Sabinos, para forjar alianzas a través de matrimonios entre sus súbditos y las hijas de los extranjeros.
    Per estos se niegan, porque la fama de los Romanos es muy mala y nadie quiere tenerlos como géneros, o quizás temían que si Roma hubiera crecido se hubiera impuesto ocupando sus territorios y espacios. El momento es grave, pero Rómulo elabora la estratagema de las celebraciones en honor al dios Conso. Los vecinos vienen corriendo, también por la curiosidad por conocer la nueva ciudad, y llevan a sus mujeres, las más bellas, las vírgenes sabinas, que destacan por sus preciosos vestidos blancos. La fiesta dura todo el día, con juegos, carreras de animales, alegría, cantos, frecuentes libaciones de buen vino.
    Al anochecer, a la señal acordada de Rómulo, los jóvenes romanos se arrojan sobre las invitadas y, aprovechando el desconcierto y quizás la ebriedad de sus parientes varones, secuestran a las más bellas. Las órdenes de Rómulo son obligatorias: secuestrar solo a las jóvenes vírgenes y, sobre todo, tratarlas con el máximo honor y respeto, sin absolutamente maltrato, forzamiento y violencia. Sin embargo, sucede que, en el tumulto general, también es secuestrada una mujer ya casada, Ersilia que, para remediar el error, Rómulo quedará para si mismo. Los padres y familiares de las jóvenes vírgenes desconsolados, regresan a sus hogares, ponderando venganza.
    Mientras tanto, las jóvenes secuestradas, al principio indignadas por el gesto y temiendo por su futuro , se sienten reaseguradas por la bondad y el cariño que les muestran los secuestradores y por el efectivo compartir de bienes y ciudadanía. Por tanto, se niegan a regresar con sus familias. Pero sus parientes no se rinden y los Ceninensi, los Antemnati y los Crustumini envían embajadas al rey sabino Tito Tazio, el más poderoso de ellos, que sin embargo se demora en librar la guerra contra los Romanos.
    Entonces se mueven primero los Ceninensi y luego los Antemnati, pero son derrotados. Mientras Rómulo exulta, aquí intervine Ersilia; movida a compasión por las oraciones de las jóvenes secuestradas, que temen por la suerte de sus queridos derrotados, ruega a su marido que deje toda hostilidad y acoja a los vencidos como ciudadanos para formar un solo pueblo. Ella lo consigue sin dificultad, evidentemente la influencia que esta joven y bella matrona tiene sobre Rómulo ya ha ablandado el alma belicosa de su marido y lo ha preparado para dejar todos rencores y compartir el bien y el destino con los vencidos, que se han convertido en nuevos ciudadanos.
    En este punto, los Crustumini deciden abandonar la lucha y se integran pacíficamente en la nueva realidad romana. Ersilia logró así un gran resultado, superando el odio y el resentimiento entre los maridos y familiares de las secuestradas. Sin embargo, las dificultades aún está por llegar; de hecho, los poderosos sabinos no dejan de luchar por recuperar a sus hijas y, gracias al engaño y traición de Tarpea, hija del guardián del Capitolio, logran conquistar la fortaleza.
    Al día siguiente, estalla una violenta batalla en el valle del Foro entre los Romanos que bajan del monte Palatino y los Sabinos que descienden del monte ocupado. Tras altibajos y mucha sangre derramada, los Romanos están a punto de imponerse, pero en este punto las sabinas, desesperadas, vencido todo miedo, muchas embarazadas y otras con en brazos los hijos nacidos de las uniones con los Romanos, lideradas por la indomable Ersilia, se lanzan entre las dos filas, desafiando dardos y flechas y rogando a los contendientes que antes vuelvan sus armas contra ellas que son la causa de la disputa.
    Prefieren morir, dicen, en lugar de quedarse viudas o huérfanas. Conmovidos por ese inesperado espectáculo, Rromanos y Sabinos arrojar sus armas y los líderes, de inmediato, hacen un pacto de alianza. No solo nace una paz sino que, dice Tito Livio, de dos pueblos viene solo uno. La paz, nacida milagrosamente de una guerra tan sangrienta, hace que las sabinas sean aún más queridas por sus maridos y padres, y Rómulo las recompensa dando algunos de sus nombres a las treinta curias en las que divide al pueblo romano.
    Por tanto, podemos concluir con certeza que Rómulo fundó Roma, pero la ciudad fue guardada en su existencia y consolidada en su desarrollo por las mujeres sabinas y su valiente acción, muleres que encontraron en Ersilia, la esposa del rey, una guía indomable y sabia. Si Rómulo fue el pater patriae, Ersilia fue sin duda la mater.

Escrito por Paola Marconi

Ersilia e le donne sabine.

E’ opinione diffusa che la civiltà e la cultura di Roma siano state maschiliste e patriarcali. Questa idea si basa innanzitutto sulla constatazione che i Romani discendevano da popolazioni indoeuropee, la
cui società si basavano su presupposti considerati espressione di una supremazia maschile. E’ pensiero diffuso inoltre che, a Roma, le donne fossero prive di personalità giuridica, cosa che si rifletteva anche nell’onomastica.
Mentre l’uomo era contraddistinto dai tria nomina, praenomen, il nostro nome personale, nomen, quello della gens e cognomen (antico
soprannome, che passa poi ad indicare le varie famiglie nell’ambito della gens) la donna era indicata con il solo nome della gens al femminile. In realtà il soprannome, che spesso ridicolizzava per gioco alcuni aspetti dell’uomo, non si usava sulla donna esclusivamente per rispetto nei suoi riguardi.

Si pensa inoltre che la donna fosse giuridicamente una eterna minorenne, destinata a passare dalla tutela (manus) del padre a quella del marito, e poi
eventualmente a quella di un tutore. In realtà tutela nel mondo romano ha un significato diverso rispetto all’attuale mondo islamico: nel mondo romano sta per garanzia, protezione dai pericoli, difesa. In età imperiale è infatti riscontrato che la donna avesse, de facto, una sua autonomia, la possibilità di amministrare i suoi beni e di decidere della sua vita, con l’ausilio di un tutore maschio (padre o marito) che aveva il compito di garantire che nessun farabutto approfittasse di lei o le truffasse la dote. L’idea preminente degli studiosi è che la donna romana, almeno all’inizio, fosse stata condannata ad un destino di cittadina di serie B, sottomessa totalmente alla volontà dei membri
maschili della sua famiglia, senza la possibilità di agire autonomamente, di esprimere una sua opinione, o di poter incidere nella vita della sua famiglia e della sua città. In realtà le cose non stanno affatto così. Nella storia di Roma non mancano le figure di donne che, grazie alla loro personalità e alle loro qualità, seppero imporsi
all’attenzione e spesso all’ammirazione di contemporanei e posteri, e lasciare una traccia indelebile nella storia della loro città, mutando
spesso il corso degli eventi.  Iniziamo questa carrellata di ” Mulieres Clarae “, come avrebbe detto Giovanni Boccaccio, con la prima romana che
emerge dalle pieghe della storia e del tempo: Ersilia, moglie di Romolo e, con lei, le donne sabine.

21/8/749 a.e.v. Sono passati poco più di quattro anni dalla fondazione di Roma. Nella valle tra Palatino e Aventino, la Vallis Murcia, i giovani romani stanno apprestando i palchi che accoglieranno gli ospiti di altre città, per lo più sabine, invitati ad assistere ai giochi e alle corse di cavalli in onore del dio Conso, dio dei granai, cui si consacrerà un altare sotterraneo. In un palco speciale, prenderà posto Romolo, il re fondatore, che ha invitato i popoli confinanti all’importante festa. In realtà questo invito cela uno scopo segreto.

Roma, fondata 21/4/753 a.e.v., è rimasta città di quasi soli uomini: pastori dei dintorni, rifugiati politici, sbandati, briganti e poco di buono scacciati dalle rispettive comunità, ma accolti da Romolo
nell’asylum, luogo fra le due selle, l’arx e il capitolium, dopo la promessa di cambiare vita e di fare qualcosa di utile per la città.
Mancano però le donne, senza le quali Roma rischia di sparire nel corso di una generazione. Romolo manda quindi ambascerie ai popoli vicini,
Ceninensi, Antemnati, Crustumini e soprattutto Sabini, per stringere alleanze mediante matrimoni fra i suoi sudditi e le figlie degli stranieri. Questi però rifiutano, perchè la fama dei Romani è pessima e
nessuno vuole averli come generi, o forse temevano che se Roma fosse cresciuta si sarebbe imposta occupando i loro territori ed il loro spazi.

Il momento è grave, ma Romolo elabora lo stratagemma delle celebrazioni in onore del dio Conso. I vicini accorrono, anche per la curiosità di
conoscere la nuova città,e, fra le loro donne, le più belle sono le vergini sabine, che spiccano per i loro begli abiti bianchi. La festa si protrae per tutta la giornata, fra giochi, corse di animali, allegria,
canti, frequenti libagioni di buon vino.

Verso sera, al segnale convenuto dato da Romolo, i giovani romani si gettano sulle ragazze ospiti e, approfittando dello sconcerto e forse dell’ebbrezza che ha colto i loro parenti maschi, rapiscono le
più belle. Gli ordini di Romolo sono tassativi: rapire solo le fanciulle vergini e, soprattutto, trattarle con il massimo onore e rispetto, senza assolutamente maltrattamenti, forzature e violenze. Accade però che, nel parapiglia generale, venga rapita anche una donna già sposata, Ersilia che, per rimediare all’errore, Romolo terrà per sè. I genitori e i
parenti delle ragazze, sconsolati tornano alle loro abitazioni, meditando vendetta.

Intanto, le fanciulle rapite, dapprima oltraggiate dal gesto e timorose per il loro futuro, vengono rassicurate dalla gentilezza e dall’affetto che i rapitori dimostrano nei loro confronti e dalla fattiva
condivisione di beni e cittadinanza. Rifiutano perciò di ritornare alle loro famiglie. Al contrario, i loro parenti non si rassegnano e i Ceninensi, gli Antemnati e i Crustumini mandano ambascerie al re sabino Tito Tazio, il più potente fra loro, che però indugia a muovere guerra ai Romani. Si muovono allora prima i Ceninensi e poi gli Antemnati, che
vengono però sconfitti. Mentre Romolo esulta, ecco però intervenire Ersilia. Mossa a compassione dalle preghiere delle ragazze rapite, che temono per la sorte dei loro cari sconfitti, prega il marito di deporre ogni ostilità e di accogliere i vinti come cittadini così da formare un unico popolo, cosa che ottiene senza difficoltà. Evidentemente l’ascendente che questa giovane e bella matrona ha su Romolo, ha già ingentilito l’animo bellicoso del marito e lo ha predisposto a deporre ogni rancore  e a condividere bene e destino con i vinti, divenuti nuovi cittadini.

A questo punto, i Crustumini decidono di abbandonare la lotta e vengono pacificamente integrati nella nuova realtà romana. Ersilia ha quindi ottenuto un grande risultato, il superamento di  odi e rancori tra i mariti e i parenti delle rapite. Il difficile, però, deve ancora arrivare. Infatti i potenti sabini non rinunciano a combattere per riavere le loro figlie e, grazie all’inganno e al tradimento di Tarpea, figlia del custode del Campidoglio, riescono ad espugnare la rocca.

Il giorno dopo scoppia, nella valle del Foro, tra i Romani che scendono dal Palatino e i Sabini che calano dall’altura occupata, una violenta battaglia. Dopo alterne vicende e molto sangue versato, i Romani stanno per prevalere, ma a questo punto le donne sabine, disperate, vinta ogni paura, molte incinte e altre con in braccio i figlioletti nati dalle
unioni con i Romani, guidate dalla indomita Ersilia, si gettano fra le due schiere, sfidando dardi e frecce, e supplicando i contendenti piuttosto di rivolgere le armi contro di loro, causa della contesa.
Preferiscono morire, dicono, piuttosto che rimanere vedove oppure orfane.
Commossi da quello spettacolo inatteso, Romani e Sabini gettano le armi e i capi, seduta stante, stringono un patto di alleanza. Non nasce solo
una pace ma, dice Tito Livio, da due popoli ne scaturisce uno solo. La pace, nata miracolosamente da una guerra così sanguinosa, rende le donne
sabine ancora più care ai mariti e ai padri, e Romolo le ricompensa dando alcuni dei loro nomi alle trenta curie in cui suddivide il popolo romano.

Possiamo quindi certamente concludere che Romolo fondò Roma, ma la città fu salvata nella sua esistenza e consolidata nel suo sviluppo dalle
donne sabine e dalla loro azione coraggiosa, donne sabine che trovarono in Ersilia, la moglie del re, una guida indomita e saggia. Se Romolo fu il pater patriae, Ersilia ne fu sicuramente la mater.

 

Paola Marconi