L’interpretazione dei segni

secondo il metodo degli antichi, sui fatti moderni.

Di Giuseppe Barbera

     

Nei decenni trascorsi l’Associazione Tradizionale Pietas ha raccolto l’interpretazione dei segni di quanto avveniva d’eccezionale nel tempo, un po’ per gioco ed un po’ per la curiosità di sperimentare, per verificare se quelle teorie antiche a noi giunte, fossero da doversi considerare buffe superstizioni o tracce di una scienza complessa di epoche molto antiche. In tutto questo tempo, ogni oracolo da noi raccolto (e quindi riconosciuto come tale secondo sistemi che riteniamo antichi), ogni interpretazione dei segni celesti, di eventi straordinari, di auspici raccolti  ed ogni conseguente  previsione, hanno dato riscontri talmente precisi da imporre un freno al nostro “essere moderni”.

Tutto d’un colpo ci siamo resi conto di non essere avanti realmente nelle cognizioni scientifiche, ma di aver tralasciato un’ampia branca della scienza, perfettamente definita da Aristotele come “metafisica”, la quale invece era stata individuata immediatamente dai primi uomini primitivi ed approfondita di generazione in generazione, fino a giungere all’epoca antica, la quale risalta per la sequenza di classicismo, ellenismo ed impero romano, fenomeni nei quali venne ad inglobarsi anche l’affascinante “sapienza” egizia (sapevate che ogni imperatore romano, oltre ad essere tale, era anche Faraone d’Egitto?).

Quando l’attuale governo Conte (M5S e PD) si insediò al potere, venne meno la luce elettrica presso il palazzo del governo. Ci venne chiesto se un simile evento insolito, in coincidenza con l’inizio di un nuovo lustro, potesse essere un segno. Basandoci sulle definizioni virgiliane, riconoscemmo in tale evento un segno che voleva annunciare un periodo buio per questa amministrazione statale: chi può negare l’effettiva difficoltà che si è dovuta affrontare con il covid 19?

In prossimità di palazzo Chigi nei primi giorni del novembre 2011 un gruppo di corvi creò un’insolita disputa per strada, litigandosi una preda: un giornalista chiese chissà come un aruspice avrebbe interpretato quel segno e noi annunciammo che a breve sarebbe caduto il governo corrente: quello stesso mese fu l’ultimo di Berlusconi come primo ministro.

Certamente le profezie hanno sempre affascinato l’uomo: esse frequentemente sono ristoratrici, lasciano aperta la porta della speranza verso un mondo diverso da quello in cui si vive. Noi presso i nostri templi non usiamo tentare di individuare il futuro col fine di sottomettere le masse a vene speranze, cosa che invece vergognosamente fanno ben altre religioni e personaggi, ma usiamo interpretare segni e trarre oracoli per preparaci al futuro ed affrontare nel miglior modo possibile ciò che avverrà. Questo strumento può essere utile ad ogni uomo che ne voglia far uso. Gli antichi romani utilizzarono il sistema della tratta dei segni per secoli, scegliendo di compiere ogni azione solo in base al valore dei auspici ottenuti: quando infausti restavano fermi e non agivano. Ad esempio quando Annibale si accampò sui colli Albani, pronto ad assediare Roma, il console dell’Urbe si preparò per uscire con l’esercito ed affrontarlo in campo aperto: era convinto che la forza della legione romana fosse l’unico strumento in grado di contrastare il temibile invasore; come prevedeva la legge trasse gli auspici prima di uscire, ma essi furono negativi, motivo per il quale non poté uscire ad affrontare Annibale. Il generale cartaginese non comprendeva perché i romani restassero chiusi dentro la città, e timoroso di perdere tutti i suoi successi in un sol colpo decise di levare l’assedio alla città: i romani, rispettosi dei segni divini, furono salvi senza dover neppure combattere. Ogni qual volta il sistema degli auspici venne rispettato, fu facile cogliere il favore degli eventi. Da quando Costantino vietò la tratta degli auspici, per Roma fu un lento declino di insuccessi fino al sacco della città ed il relativo crollo dell’impero.

Nel nostro tempo, volendo praticare la Tradizione in tutti i suoi dettagli, per prima cosa l’Associazione Tradizionale Pietas ha riesumato la sapienza augurale ed aruspicale partendo dagli insegnamenti di alcuni filoni popolari calabresi e da ciò che è stato trasmesso internamente nelle accademie della “scuola filosofica classica italica”, insegnamenti che trovano corrispondenza nelle attestazioni delle fonti e dei rinvenimenti archeologici, materiale storico che è minimo rispetto a quanto è sopravvissuto, fortunatamente, nei fenomeni viventi della Tradizione. Ovviamente l’Associazione resta aperta ad integrare forme sapienziali che posano giungere da ulteriori filoni popolari appartenenti al bacino mediterraneo.

Presso i templi eretti dalla Pietas è stata formata una classe sacerdotale in grado di eseguire l’interpretazione dei segni, tratte d’auspici ed oracolari, sacerdoti che poi fanno riferimento ad uno nostro collegio augurale che si occupa di verificare il rispetto dei precetti fondamentali ed i riscontri nelle nostre fonti sacre (Eneide, Bucoliche, Georgiche, Iliade, Odissea ecc.). Questo sistema che abbiamo rinnalzato è messo a disposizione di chi ne ha realmente bisogno e di tutti i praticanti gentili: è sufficiente frequentare i templi per richiedere un consulto spirituale o, se necessario, l’accesso ad una formula oracolare.

Nel frattempo noi si continua ad osservare gli accadimenti che ci circondano ed a tener computo dello sviluppo dei tempi secondo un sistema astrologico classico, di stampo greco romano, il quale ha nette distinzioni da quel sistema astrologico moderno, fenomeno che ha preso troppo di frequente una piega di sensazionalismo commerciale a discapito  di una sana astrologia, ad oggi praticata da pochi, utile più a prepararsi allo sviluppo piuttosto che a consolarsi.

Già da tempo si parla del passaggio all’era dell’acquario: lo si fa basandosi su di un calcolo esplicato da Platone, ma che oggi spesso è presentato in una ottica “commerciale” piuttosto che “sapienziale” e ciò conseguentemente crea una diffidenza verso il fenomeno, che comunque astronomicamente rimane ed avviene concretamente.  Già dal 2012 il Sole, nel sorgere equinoziale primaverile, si è inoltrato in quella linea di confine tra le forme dei pesci e quelle della costellazione dell’acquario: siamo dunque già nella transizione. Ma non ci si aspetti di vedere un cambiamento in pochi giorni o mesi: le transizioni epocali durano anni, a volte generazioni, e chi si trova al loro interno spesso non le percepisce.

Nonostante tutti questi ragionamenti, nonostante la curiosità di comprendere cosa metta in relazione eventi e fatti susseguenti, il tempo scorre giorno per giorno, con eventi eccezionali che di tanto in tanto irrompono suscitando emozioni variabili dalla preoccupazione all’ammirazione. Vogliamo dunque condividere alcuni eventi del maggio 2020 e.v. (MMDCCLXXIII A.V.C.) con l’interpretazione secondo gli scritti degli antichi.

Il giorno 11 maggio 2020 un terremoto ha svegliato l’intera città di Roma mentre nel frattempo incombeva un intenso temporale ricco di fragorosi tuoni e lampi. Gli antichi, per interpretare i segnali del futuro ad esso connessi, guardavano la posizione della Luna. Dai nostri calcoli in quel momento la Luna era in Capricorno.

Secondo Figulo Romano, che riporta scritti di Tagete (il fanciullo divino del mito etrusco,  che  insegna l’aruspicina agli uomini), i tuoni dell’11 maggio annunciano abbondanza dalla terra e dal mare;  secondo Fonteio lo stesso evento incide sulla produttività e sulle relazioni dei popoli del nord Europa, in negativo se accade di notte. Si può dedurre che giungeranno a Roma fondi ingenti, ma ci saranno discussioni tra le popolazioni del Nord Europa. Le scosse in Toro, secondo Vicellio, incidono sul raccolto dei frutti in negativo. Curioso che pochi giorni dopo sia giunta la notizia delle difficoltà agricole in Sardegna.

Mentre incorre una pandemia che ha bloccato l’intero pianeta, prevista già nei cicli lunari trasmessi dal filone ermetico ai nostri templi ed attribuita ad una influenza lunare che ritorna regolarmente, da tempo stano provando a giungere diverse comete verso la terra: ha suscitato tra queste scalpore la cometa Atlas, visibile con il telescopio ma non ad occhio nudo. Invece oggi è visibile la cometa cigno bassa sull’orizzonte all’alba nei punti cardinali di nordest. Secondo Giovanni Lido le comete che compaiono al mattino danno segni di eventi più grandi e più rapidi rispetto a quando compaiono in altre parti del cielo. Secondo Giovanni Lido quando compaiono ad est portano sventure in oriente, quando cominciano a comparire anche ad ovest dall’oriente le sventure giungono in occidente. Si badi a distinguere l’evento del momento rispetto a fenomeni più ampli. Spesso le comete sono interpretate dai romani come eventi particolarmente fausti nei grandi tempi, ma con manifestazione di difficoltà a stabilire un equilibrio: è come dire che annunciano un periodo di sofferenza (si veda l’attuale pandemia) cui seguirà un periodo più ampio di benessere secondo le leggi che regolano gli equilibri metafisici del cosmo. Si pensi alla cometa comparsa in cielo alla morte di Cesare: ella fu interpretata come annuncio della divinizzazione di Cesare e come futura realizzazione dei suoi sogni, dunque di un periodo di pace e prosperità per Roma. Nel lungo periodo fu così, infatti seguì l’epoca augustea, ma nel breve periodo ci furono le atrocità della guerra civile prima contro i Cesaricidi e poi contro Marco Antonio. Quindi le comete annunciano stravolgimenti imminenti ma per un benessere successivo. A volte però questi fenomeni, come dicevamo, impiegano anni per giungere a compimento. Nel frattempo noi cosa possiamo fare? Ciò che dovremmo fare sempre: coltivare ciò che è sano, coltivare la saggezza, la Pietas, la correttezza, l’equilibrio, le virtù. Tutti questi sono infatti elementi che in ogni situazione della vita ci consentono di muoverci coscienti negli eventi, dominatori delle emotività, per il raggiungimento della migliore soluzione in ogni condizione. Per quanto presso i templi gentili conserviamo l’uso di osservare i segni che si sviluppano nel mondo e nel cosmo, per un fattore di “rispetto” verso la Natura, cui il gentile è sempre legato perché è essa stessa manifestazione divina, ricordiamo che alla fine dei conti, come insegnava Appio Claudio Cieco, “ognuno è il fautore del proprio destino”, e per essere attori vincenti della propria vita, nessun strumento è migliore dell’equilibrio.

 

 

Lemuria

antica festa romana.

I Lemuria sono antiche festività d’epoca Romana, che in giornate alterne si sviluppavano dal 9 al 13 di maggio. Ovidio ne parla nei Fasti, riportando il rituale di uso domestico che eseguiva il pater familias, finalizzato a scacciare i lemuri. Il rito sembra essere antichissimo, al punto tale che si perse memoria, a livello popolare, della sua istituzione e della sua reale funzione. Ovidio pertanto cerca di riesumare l’uso antico riportandone importanti dettagli (cosa rarissima per gli antichi romani, i quali erano gelosissimi dei loro rituali).

Fondamentalmente l’obiettivo dei Lemuria è quello di placare i lemuri, affinchè non interferiscano con i destini familiari. Così il pater familias s’alzava nel cuore della notte, offriva loro delle fave nere e poi li scacciava dalla casa.

Ma cosa sono i lemuri? Gli autori antichi dibattono sull’argomento, cercando di darne spiegazioni “religiose” valide per il popolo e che non profanino il sacro sapere del tempio. Fondamentalmente il Lemure è il prodotto di un’azione pesantemente ingiusta, come l’aver truffato qualcuno, aver rubato creando così danni ad altri e via dicendo. L’azione scorretta ha dunque nutrito il pensiero ingiusto, ed il pensiero che è materia si attacca al suo esecutore in maniera larvale e parassitaria, spingendo l’uomo a perpetrare gli errori ed incastrandosi così in un perenne rapporto problematico con la Nemesi, che interviene nella sua vita creando e ricreando problemi per riportare il dovuto equilibrio. Nell’immaginario romano quando un individuo moriva, tutte queste forme larvali basse non seguivano la sua anima nei cieli, bensì restavano legate ai luoghi dove la persona aveva vissuto e, desiderose di nutrimento, si  attaccavano ai parenti ed ai discendenti, da ciò il detto romano che “le colpe dei padri ricadono sui figli“.

Il rito dei Lemuria oggi. Sebbene riportato da Ovidio nei Fasti, il rito dei Lemuria è incompleto di particolari dettagli fondamentali, i quali erano scontati per un praticante antico e non lo sono per un uomo moderno. Ad esempio la dovuta preparazione al rito non è trattata nel testo poetico, così come fondamentali gesti particolari sono a malapena accennati. Inoltre il rito era riservato ai patres romani, quindi a uomini che avevano ricevuto l’iniziazione gentile. Sconsigliamo oggigiorno di tentare il rito solo perchè lo si è letto in un libro o perchè è stato riportato in un sito internet: infatti se mal condotto può procurare effetti opposti ed indesiderati, come il richiamo dei Mani paterni (ossia le forme invisibili liberatesi dopo la morte degli antenati) ma l’inefficacia del successivo esorcismo. Per accedere ai rituali romani la Pietas ha restaurato il sistema di iniziazione presso i templi, con la dovuta formazione per i praticanti, affinchè acquisiscano tutte le nozioni fondamentali per essere degni e preparati nell’esecuzione dei rituali ed informati su tutti gli elementi necessari alla loro buona riuscita. E’ sufficiente connettersi al sito www.tradizioneromana.org per reperire maggiori informazioni sui templi gentili oggi operativi e sulle iniziazioni che si applicano presso questi luoghi.

 

 

 

 

FLORA

Dea Flora da un affresco di epoca romana.

La Dea Flora è quella che meglio ci consente di percepire l’idea di divinità presso i Romani. Infatti nell’antica Roma gli Dei non erano considerati come “personaggi”, bensì come Forze della Natura. La personificazione, a tutti nota, ha finalità simboliche e didattiche.

Quando a scuola studiamo la flora di un luogo, stiamo studiando la manifestazione della Dea Flora in un determinato ambiente. Essa si manifesta per intelligenza ed ha un suo ben chiaro spirito di vita che tende ad affermarsi e protrarsi nella successione generazionale della vita vegetale. La Dea Flora è dunque questa intelligenza.

In riferimento a questo semplice principio, è chiaro che Flora è la dea della fioritura ed il mito attribuisce a Lei la creazione delle diverse specie e varietà di fiori. Flora è legata alla stagione primaverile, durante la quale si manifesta. La produzione del miele è tutelata da questa Dea, cui son care le api. Ovidio nei Fasti la associa alla ninfa greca Cloris, anch’ella legata alla primavera.

Questa divinità è attestata essere venerata in Italia da epoche lontanissime. Numerose ne sono le testimonianze, tra cui ne risalta una registrata nel CIL (Corpus Inscriptionum Latinarum) relativa all’iscrizione di un altare a Flora, dedicato dal re Tito Tazio.

Questa divinità a Roma era tenuta in grande considerazione. Allo stato attuale delle ricerche, si conoscono due importanti templi a Lei dedicati nell’Urbe: uno sul Quirinale ed un altro presso il Tempio di Ceres al Circo Massimo. Aveva un flamine a Lei dedicato, il Flamen Floralis.

La sua festa cadeva dal 28 aprile al 3 maggio: i Floralia, giorni durante i quali si organizzavano giochi, manifestazioni teatrali, oltre ai dovuti sacrifici rituali, e tutto in suo onore veniva decorato con fiori: corone floreali sulle porte di casa auspicavano la floridezza della famiglia, coroncine sulle teste delle giovani donne ne auguravano la fertilità, etc.

In questi giorni di amore, gioia, floridezza, prosperità e benessere, era lecito dedicarsi a riti licenziosi, durante i quali i giovani innamorati s’incontravano nei parchi e nei giardini per amarsi liberamente.

Nei Fasti Ovidio racconta che Flora aiutò Giunone a dar vita ad un figlio senza bisogno del marito. La regina degli Dei era infatti adirata dell’aver saputo che Giove aveva partorito una figlia dal suo capo, senza bisogno della moglie. Si recò da Flora, dea tutrice della fecondità, per avere un suggerimento. La dea le diede un fiore, a Giunone bastò toccarlo per restare incinta e scoprire di attendere nel suo ventre  il Dio Marte.

 

 

ORAZIO COCLITE, MUZIO SCEVOLA E CLELIA

di K. Monterosso

“Et facere et pati fortia romanum est.”

Operare e patire da forti è da romano

  • Tito Livio

Nella Roma antica il saper soffrire e morire per la Patria, con Pietas, era il valore massimo che un uomo potesse avere.

La storia di queste tre figure eroiche, si colloca nel VI secolo a.e.v.  tra la fine dell’età regia e l’avvento della repubblica.

Tarquinio il Superbo era stato da poco cacciato dalla rivoluzione del popolo per abusi di potere, violenze e cattiva amministrazione. Esiliato chiese appoggio a Porsenna, Lucumone di Chiusi, che intervenne marciando verso Roma.

Giunto alle porte della città eterna, probabilmente con un’armata di suoi alleati etruschi, composta da numerosissimi uomini ben armati, si accampò sul Gianicolo. Per entrare in Roma era necessario attraversare il fiume Tevere sopra l’unico ponte che i romani avevano costruito: il ponte oggi noto col nome di Sublicio (all’epoca ancora in legno), che si dimostrava essere una breccia pericolosissima. Gli uomini di Porsenna già stavano per attraversarlo, quando tra le fila romane si fece avanti un giovane di titanica forza e sconfinata temerarietà: il suo nome era Orazio Coclite. Egli dopo aver fermato i compagni che si stavano dando alla fuga, presi dal panico, li esortò a riarmarsi e distruggere il ponte con ogni mezzo possibile, compreso il fuoco, mentre egli avrebbe retto l’urto dei nemici. Ottenuto ciò che voleva, si parò da solo contro i migliaia di soldati etruschi che rimasero sbalorditi dall’enorme coraggio del romano, il quale, armi alla mano, si scagliò furibondo all’assalto riuscendo a tener testa all’intero esercito nemico e impedendone il passaggio. Nel frattempo i Romani, dietro di lui, abbatterono il ponte con grandi colpi di scure. All’improvviso si udì uno schianto di assi e di travi spezzate: il ponte crollò, trascinando con sé Orazio ed alcuni soldati etruschi. Il Romano era un buon nuotatore e riuscì a porsi in salvo, raggiungendo le rive di Roma salvata.

Porsenna però non si ritirò e pose assedio alla città, con la speranza che i Romani si arrendessero vinti dalla fame.

Non passò molto tempo per riscontrare nella città laziale gli effetti dell’assedio, ma proprio mentre risorse e viveri stavano per finire, condannando il popolo a morte certa, un gruppo di giovani aristocratici romani pensò di risolvere la questione tentando un’impresa temeraria:  uccidere Re Porsenna.

I giovani tirarono a sorte e toccò a Caio Muzio, che presentandosi al Senato, chiese l’autorizzazione ad oltrepassare il Tevere da solo e senza visibili drappelli, per perseguire l’arduo tentativo. Egli ottenne il consenso e dunque, vestitosi da guerriero etrusco, partì con un pugnale nascosto e s’infiltrò nell’accampamento nemico. Arrivato in prossimità del seggio reale, si trovò immerso in una fitta folla, poiché in quel momento si stava distribuendo la paga ai soldati, con Re Porsenna seduto su di un palco con accanto il suo scrivano. Questi ultimi due avevano vestiti molto simili e lo scrivano, che aveva un gran da farsi, si trovava ad avere tutti i soldati che si rivolgevano ad esso; il romano fraintese le figure ed uccise l’uomo sbagliato, trovandosi subito accerchiato dai soldati etruschi e condotto d’innanzi al vero Porsenna che lo intimò di dire chi fosse, allorchè il giovane patrizio rispose: “Sono un cittadino romano, mi chiamo Gaio Muzio. ho voluto uccidere un nemico e nemmeno di fronte alla morte ho meno coraggio di quanto ne ho avuto per uccidere; agire e soffrire da forti è proprio dei Romani. Nè sono io solo a nutrire contro di te tali propositi: dietro di me c’è una lunga fila di giovani reclamanti lo stesso onore. Preparati dunque a questa prova, se ti piace, a lottare in ogni istante della tua vita, a trovarti sempre un pugnale e un nemico nel vestibolo della tua reggia. Questa è la guerra che noi, gioventù romana, ti dichiariamo. Non avrai a temere alcun esercito, alcuna battaglia; ma dovrai vedertela da solo contro ognuno di noi!”.

A quel punto vide poco distante un braciere per sacrifici e continuò:

“Punisco la mia mano perché ha sbagliato”

E dopo aver pronunziato tali parole, pose la propaggine dell’arto destro nel fuoco, lasciandola carbonizzare e rimanendo con fermezza, impassibile al dolore, concluse:

“Guarda come un uomo considera il proprio corpo quando ama la propria Patria”.

Il Re rimase talmente esterrefatto dinnanzi alla grandezza di tale atteggiamento e così impressionato, che diede l’ordine di liberare il giovane, il quale tornò a Roma, dove fu poi soprannominato Scevola, ovvero mancino.

Porsenna iniziò ad avere forti paure nel vedere la forza di un popolo che con un solo uomo fermò il suo esercito sul ponte Sublicio e con ardito eroismo era disposto impunemente a qualsiasi sacrificio pur di salvare la propria libertà, così, volendo preservare la propria vita, decise di intavolare coi romani trattative di pace.

Come parte del trattato di pace, che pose fine alla guerra tra Roma e Clusium, Lars Porsenna ottenne terre e ostaggi del patriziato, tra cui la giovane Clelia della Gens patrizia Cloelia. La ragazza, da indomita ed orgogliosa romana, non accettava di piegarsi al dominio di un nemico, così, una volta portata all’accampamento del Lucumone, non distante dalle sponde del Tevere, aspettò la notte e prendendo in mano la situazione spronò altre otto fanciulle a non piegarsi al giogo dello straniero, incarnando quell’ideale per il quale i loro stessi uomini si erano dimostrati disposti a tutto. Elle in quanto figlie di Roma, non sarebbero dovute esser da meno, decisero così di sfidare coraggiosamente la sorte ed eludere le sentinelle di guardia tornando alla madre patria. Fu così che queste 9 romane fuggirono arrivando sino alle gelate sponde del Tevere, ma durante il tragitto furono scoperte e bersagliate dalle frecce avversarie. L’unico ponte che portava all’urbe, era stato distrutto durante la battaglia con Orazio Coclite, ma piuttosto che la resa, le ragazze si gettarono tra le impetuose acque del sacro fiume sotto una pioggia di dardi. L’eroismo fu ripagato con la riuscita dell’impresa. Giunte all’altra sponda furono accolte dai romani che nel frattempo s’erano armati pensando di essere sotto attacco, ed invece rimasero stupiti nel vedere le giovani donne emergere dall’onde. Clelia ricongiunse le compagne alle proprie famiglie, ma una volta d’innanzi al Senato, lo Stato romano prese la decisione di persistere saldi i virtuosismi propri del sangue dei loro padri, mantenendo fede alla parola data e riconsegnando le 9 fanciulle a Re Porsenna, che una volta ricongiuntosi tra le tende dei propri soldati ordinò che le romane venissero portate al proprio cospetto chiedendo chi fosse stato l’artefice della fuga. Clelia avanzò verso il Re, tenendo fisso lo sguardo con colui che avrebbe potuto condannarla a morte, ammettendo con baldanza la propria colpa e dicendo che da romana non si sarebbe mai chinata a un nemico e che sarebbe stata disposta a riscappare. Porsenna si ritrovò di nuovo d’innanzi all’orgoglio e la fierezza della stirpe romana.

Il Lucumone, già colpito dalla lealtà dei romani ed estasiato dall’arditezza persino delle loro donne, preferì alla fine l’amicizia dei Romani piuttosto che ostinarsi a dare appoggio alla causa del Re spodestato Tarquinio il Superbo, così decise di restituire gli ostaggi e le terre per avere una pace ancora più duratura.

Per le sue gesta vennero tributati a Clelia molti onori e nel foro venne innalzata una statua equestre dell’eroina, ancora visibile nella tarda Repubblica.

IL SIMBOLISMO DEL DRAGO E IL DRAGONE DI MILANO

di Kevin Monterosso e Giuseppe Barbera

“ Tavola acquerellata di Ulisse Aldrovandi raffigurante un drago alato. Aldrovandi non pensava che mostri e draghi fossero animali fantastici; era quindi logico per lui includerli nella rappresentazione enciclopedica della natura. “

In un mito ormai perso nella notte dei tempi si narra che verso l’anno 1100 dell’era volgare, a Milano esisteva un vasto lago di acqua salmastra che occupava una superficie piuttosto estesa situata nell’attuale zona di Lodi, nell’area compresa tra Brembate (BG) e fin quasi Cremona; con all’interno una creatura spaventosa molto simile a un drago serpentiforme chiamato Tarantasio.
La leggenda vuole che questo enorme rettile, abitasse grosso modo l’area in cui oggi si trovano i giardini di Indro Montanelli e che chiunque si avvicinava troppo veniva divorato e quelli che non venivano mangiati, si vedevano arrostiti dal suo mefitico fiato infuocato.
Il drago alla fine venne sconfitto da un “certo” Umberto Visconti, Conte di Angera e progenitore di quella famiglia che un giorno sarebbe stata alla guida della possente città di Milano. Umberto si recò nella tana di Tarantasio e dopo 3 giorni di estenuanti combattimenti riuscì ad ucciderlo, tornando in città città con in pugno la testa del drago.

Questa leggenda rappresenta una delle possibili origini del biscione (el bisùn – in milanese) visconteo, glorioso vessillo meneghino.

Ma cosa rappresenta simbolicamente ed esotericamente il drago?

Il drago è un serpente alato.
Nell’occidente celtico il drago è il tutto.
nell’occidente greco-romano Minerva è definita “dragonessa”.
I legionari di Decio avevano delle truppe speciali scelte, iniziate ai misteri di Mitra appellate Dracones.

Ad un certo momento, essendo il drago simbolo del paganesimo, si crea il modello di S.Giorgio che uccide il drago, che simboleggia l’abbattimento dell’astrusità pagana. Dalla prospettiva pagano Gentile, volendo vedere in maniera positiva il simbolismo di Giorgio, bisognerebbe trasporlo alla chimera; infatti la sua iconografia è identica a quella di Bellerofonte che uccide la chimera.

I serpenti simboleggiano le astralità, un serpente alato (drago) è un’astralità dinamica in movimento.

Cosa ne differenzia positività o negatività del fenomeno?

la differenza la fa la mente, che così come incide sul Daimon, parimenti incide sull’astralità collettiva.
Quando l’anima entra in contatto con astralità basse, se la mente si lascia coinvolgere dai pensieri larvali che si nutrono in essa, allora l’anima diviene caotica e si sviluppa una chimera che si manifesta in atteggiamenti apparentemente “istintivi”, ma che in realtà provengono da suddetta astralità e da essa sono gestiti, portando la persona al disordine, persino ad azioni di cui non è cosciente.
Quando un individuo si fa coinvolgere dalle astralità correnti o drago\chimera, in quel momento si sta facendo cogliere da esso\a e verrà contaminato senza che se ne accorga.
In un santuario si avranno quindi buoni pensieri, in un bar giungeranno invece alla mente immagini basse in base a chi lo frequenta.
Il fenomeno descrive la simbiosi dell’anima con l’astralità corrente: la prima tende a prendere la forma che trasmette la seconda.

Per abbattere questo elemento, deve entrare in gioco lo spirito, che con la sua volontà deve frenare e domare le emotività.
E’ grazie all’azione spirituale che si raggiunge la separazione dagl’istinti e si diventa individui di forza (il Vir da “vis” o la Virgo da “vis agens”), anziché uomini di fango (homo da humus).
Incarnando l’azione eroica in sé, nell’atto della coltivazione dello spirito, il\la drago\chimera sarà abbattuto\a e le spaventose illusioni da lui\lei create moriranno con esso\a.

Solo con il raggiungimento del distacco si è liberi e non passivi e gestiti dall’astralità corrente.
il distacco si racciunge con la pratica eseguita con estrema correttezza:
Abluzioni
Regimi catartici
Riti (nei momenti corretti)
Dinamica mentale
studio

Questo pentacolo conduce l’uomo alla crescita, ed in effetti è nella stella a 5 punte che si cela il mistero del numero aureo

Angerona and Iuppiter


Few know it, but the Goddess Angerona is closely connected with the Jupiter Child, the same venerated in Anxur (volsco name of Terracina).
In ancient Rome, during the Divalia of December 21, solar rites for the solstice took place at the same time as the saturnal celebrations and the mysteries of Angerona were applied, which connect silence to the predestined birth of the Sun; In Terracina celebrated as a Iuppiter child (Iuppiter Anxur). The connection between Angerona and Venus Libitina is also fundamental (it is in the temple of this goddess that the shrine dedicated to the lady of Silence was kept). In turn, even Libitina is connected to the death of the Sun (December 21) and to the awareness of its certain rebirth (December 25 dies natalis Solis Invicti). In all this, the presence of a shrine dedicated to Venus at the temple of Jupiter Anxur has thrown into crisis archaeologists who begin to launch various hypotheses which, lacking the knowledge of Tradition, distance them from understanding the real connection between Venus and Jupiter as a child.
The same mysteries, once reconquered, Pietas kept and celebrated in the Sanctuarium Pietatis (where the temple of Jupiter was erected) faithfully adhering to the sources and ancient logics.

I SEGRETI DEL CIBO DELLA FESTA DEI MORTI

di Noemi Marinelli Barbera

Ogni anno, di questo periodo, tanti sono i luoghi in cui il pensiero va a chi non c’è più.

Le forzature storico religiose  hanno teso a comprimere in un unico momento una celebrazione che, nei vari posti del mondo, a seconda delle latitudini, si sarebbe vissuta nel tempo indicato dalla natura.

Le feste precolombiane dedicate ai morti ad esempio – ispiratrici degli attuali festeggiamenti mesoamericani – cadevano in estate, mentre era febbraio il tempo delle feste romane di Parentalia e Feralia.

L’esperienza del ricordo era sempre connessa a momenti in cui il buio tendeva a prevalere sulla luce, essendo il buio, a livello intuitivo, la dimensione di chi abita il regno dei morti.

Quando arriva il momento del passaggio stagionale,  le giornate si accorciano e si presenta l’occasione per il raccoglimento interiore ed esteriore (voglia di trascorrere più tempo a casa, di rientrare prima, voglia di tepore domestico).

Nel mondo antico l’uomo viveva a contatto con la natura e ne osservava i ritmi molto più di adesso, poiché da essa dipendeva la sua esistenza.

Ad oggi, sebbene sia ancora così, l’uomo moderno presume di andare per proprio conto e poter fare a meno di fermarsi e capire. Ma la forza della tradizione scorre in ognuno, malgrado il proprio livello di coscienza, e invita silentemente a perpetrare rituarie ricche di significato.

Il cibo in queste occasioni assume un potente valore magico, tantissime le ricette tramandate e preparate per i defunti: il banchetto della festa è imprescindibile, elemento di comunione e connessione tra i due regni, spesso consumato persino nei pressi del sepolcro.

Ancora oggi in India, paese tradizionale con continuità ininterrotta, dopo aver ritualizzato – e offerto cibarie, fiori e incensi sugli altari – i fedeli consumano ogni cosa entrando in comunione con il destinatario dell’offerta, sia esso un Dio, uno Spirito o un Antenato .

Allo stesso modo, nelle preparazioni per i defunti, ritornano ingredienti molto odorosi e gradevoli il cui aroma sfama i morti, poiché il profumo è nutrimento dell’invisibile, e il resto ciba i vivi, permettendo il contatto e l’unione tra i mondi.

OLTRE CHE FONTE DI SODDISFAZIONE IMMEDIATA SIA PER I MORTI CHE PER I VIVI, PER VIA DELLA LORO PIACEVOLEZZA, LE CIBARIE DEL BANCHETTO ASSOLVONO AD ULTERIORI FUNZIONI, TUTTE A VANTAGGIO DI CHI STA ONORANDO GLI ANTENATI.

L’indubbia valenza salutifera del banchetto autunnale va ricercata nelle meravigliose virtù di ciascuno dei tipici ingredienti presenti sulle tavole: ceci, zucca, castagne, mandorle, aglio, melograno, fave, fiori di sambuco, limone… tutti alimenti che depurano l’organismo e lo preparano al passaggio stagionale.

Guardando bene scopriremo che ovunque, a prescindere dai luoghi, ingredienti ricorrenti sono le spezie e soprattutto i semi (sono semi anche i legumi e la frutta secca) e l’amore è l’elemento chiave con cui preparare il tutto (il dolce pensiero per chi non c’è più e per i familiari con cui si condivide la mensa).

E allora penseremo all’analogia del seme che solo se posto nel buio della terra – sotterrato – e accudito con amore, potrà tornare un giorno a vita nuova e dare buon frutto – nel suo eterno ciclo di vita, morte apparente e rinascita -.

Portare il seme in sé per condurre in noi la sua forza, la sua intelligenza e la salubrità che ci dona, portare il seme in sé per rinnovare la certezza della vittoria della luce sul buio.

Così anche il buio diverrà momento fondamentale e sarà approcciato da ognuno con pazienza, attesa, speranza e gioia, piuttosto che nel timore.

Una piccola notazione sulle fave e le leguminose a baccello, considerate classico cibo dei morti: sono tra le uniche sementi che è possibile seminare in novembre, laddove le rigide temperature permettono solo a queste resistentissime piante di sopravvivere al gelo.

Felice festa ad ognuno.

 

Catone il Censore

CATONE IL CENSORE – “IL PRIMO TRA I PRIMI”

di K. Monterosso

 

 

Io preferisco gareggiare in Virtù con i più virtuosi piuttosto che con i ricchi in ricchezza o con gli avidi in avidità”.

Catone

Spesso, presi dalle persuasioni più o meno futili dei tempi attuali, ci si dimentica dell’immensa virtù di quegli illustri uomini della nostra stirpe che, secoli fa, abitarono il suolo italico. Qualora qualcuno si chiedesse se questa dimenticanza risulti essere un danno, bisognerebbe rispondere prontamente di “sì”. Sì, perché i motivi della decadenza e dello smarrimento della civiltà ultima impongo all’uomo contemporaneo un denudarsi della propria identità. Questi uomini esemplari del passato, i quali ebbero limpidi nel proprio spirito valori ed etiche, fedelmente esprimenti un’epoca fondata sull’eroismo e sulla luminosità olimpica, oggi possono giungere a noi come una sorta di mito, un sublime stile a cui ispirarsi per poi orientare sia i movimenti del proprio animo, sia l’azione volta ad attuare cambiamenti esteriori.

Tra i grandi uomini della stirpe romana, che possiedono l’assoluto diritto di essere elevati ad emblema e pura espressione della civiltà e della virtù, vi è sicuramente Marco Porcio Catone detto il Censore. Un uomo integralmente e gravosamente romano. Elogiato da grandi letterati e filosofi come Cicerone, che lo definì “l’ultimo vero romano”, o Plinio il Vecchio che di lui disse: “non fu secondo a nessuno”; persino i successivi autori cristiani come sant’Ambrogio e sant’Agostino, che certo non risparmiavano critiche al mondo pagano, elogiarono la sua dirittura morale e la sua perfetta coerenza. Ai nostri giorni di Catone rimane ancora lo spettro del “censore”, colui che battagliò strenuamente, affinché il suo popolo non perdesse la sua identità contro i costumi degenerati che in quell’epoca sembravano poter corrompere il puro spirito e la moralità dei figli di Roma.

È bene evidenziare che è proprio per questo ultimo punto che Catone deve essere preso da esempio da chi voglia “censurare” la decadenza e l’assenza di valori veri, propria del nostro tempo. Per l’appunto si dovrebbe ritenere la vita di Catone come fonte di importanti spunti, i quali non devono fermarsi al mero interesse retrospettivo; piuttosto lo studio della vita di questo grande Romano dovrebbe mostrarsi utile a coloro che intendessero trovare un saldo punto di riferimento, per l’analisi ed il giudizio dei numerosi aspetti della decadenza che caratterizza la modernità.

LA VITA IN BREVE

Marco Porcio Catone nacque da una famiglia plebea a Tuscolo, un piccolo villaggio vicino Roma, nel 234 a.e.v.[1] il giovane Catone venne forgiato dal duro, umile e tenace lavoro dei campi; situazione che gli conferirà l’amore per la propria terra, il valore della semplicità, della parsimonia e l’ostinazione tipica del contadino. Passò la sua giovinezza nella solitudine agreste, poichè che la sua casa era situata in un luogo abbastanza desolato. Tuttavia non mancò di distrarsi con le letture sulle grandi imprese degli eroi romani, come Quinzio Cincinnato, Furio Camillo, Curio Dentato e Fabio Massimo, dimostrando così di non essere un semplice uomo rude; anzi egli sentì di possedere un’affinità interiore con i nobili valori della romanità. Non tardarono le prime esperienze militari, durante la seconda guerra punica, che ebbero il pregio sia di toglierlo dal suo isolamento nei campi, sia di forgiarsi – ulteriormente – nei rischi del combattimento (dove dimostrò coraggio e capacità di comando). Così, nel periodo della sua giovinezza, si identificò con il modello dell’uomo romano nella sua forma più originaria, ovvero con il contadino forgiato dal sudore del duro lavoro nei campi e con il guerriero guidato dai valori eroico-aristocratici.

Marco Porcio Catone non mancò di farsi notare dal patrizio Valerio Flacco, il quale diede a quel giovane contadino la spinta necessaria per incunearsi nella vita politica di Roma. Catone iniziò il suo cursus honorum nel 204 a.e.v. come questore in Sicilia, nel 199 a.e.v. venne eletto edile e successivamente pretore in Sardegna, infine nel 196 a.e.v., a 38 anni, venne eletto alla massima carica della Repubblica: console. In questa carriera folgorante, Catone non mancò di ingraziarsi l’appoggio delle classi aristocratiche conservatrici romane, dato che in quegli anni di attività politica si espresse severamente a favore della vita austera e modesta e alla difesa del mos maiorum, dunque contro gli arricchimenti, la lussuria e i dispotismi. Sua è la citazione “i ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”, la quale dimostra quanto si accanì contro le ingiustizie e la corruzione della politica romana.
Combatté ancora durante la seconda guerra punica, in Spagna ed in Grecia, distinguendosi per abilità, virtù, doti organizzative e di comando. Nel 193 a.e.v. sposò Licinia Terzia, un’aristocratica con la quale diede vita alla sua virtuosa famiglia.

Catone fu anche un ottimo avvocato, uno scrittore originale ed uno stimatissimo oratore.
Nel 184 a.e.v. si svolsero le elezioni per il rinnovo dei censori: in quell’anno, dopo una dura battaglia elettorale Catone venne nominato censore, coronando così il suo cursus honorum. Egli onorò la sua nuova carica con zelo, autorità, intransigenza e dirittura morale, scagliandosi contro la decadenza dilagante, tanto da passare alla storia con il soprannome di “Censore”, “il Censore” per antonomasia.

CATONE COME PATER

Procedendo ad analizzare gli aspetti particolari della vita e della visione di Marco Porcio Catone, è possibile notare come egli – agricoltore, uomo politico e militare – si vantò di essere soprattutto padre. Catone considerò la familia quale cellula base della comunità romana, e non tardò quindi a sposarsi con Licinia Terzia dalla quale ebbe due figli. Il Censore trattò tutti i suoi familiari con bontà e dolcezza, considerandoli cose sacre, ma non risparmiò per questo ai suoi figli un’educazione severa, finalizzata a forgiare i futuri romani in grado di sopportare tutto pur di conseguire una vita virtuosa e devota a Roma. Perciò si impegnò ad insegnare ai figli ad andare a cavallo, a maneggiare la spada, a sopportare le intemperie, la fatica, ma anche a conoscere la legge, la storia e le gesta degli eroi romani (scrisse appositamente per loro anche un libro – tra i suoi tanti – intitolato Origines, nel quale illustrò le imprese degli avi). Non mancò neppure di dimostrare in famiglia un pudore fortissimo, e pretese il massimo rispetto sia dalla moglie che dai figli, in quanto, secondo la Tradizione, nelle famiglie romane a detenere una superiore dignitas fu sempre il padre.

VISIONE CATONIANA DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO

“Fra i contadini si formano uomini di fortissima tempra e soldati valorosissimi; e dall’agricoltura consegue il profitto più onesto, più stabile, meno sospetto: chi è occupato in quell’attività non nutre pensieri malevoli”.

Catone, De Agricoltura

La parola “economia” (letteralmente dal greco “casa” e “amministrazione”) dovrebbe subito far pensare ad un’amministrazione e gestione della casa in un tocco rudimentale e semplicistico. È solo con la moderna accezione che l’economia, contemporanea figlia dell’espansione dei commerci, delle rivoluzioni industriali, delle multinazionali fino ai capitali virtuali, è divenuta qualcosa di incomprensibile ai più per via di astratti processi e formule: un concetto talmente mutato che verrebbe da chiedersi cosa effettivamente c’entri con quel significato grossolano e primitivo che l’etimologia assolve. Per rispondere è necessario rivolgere lo sguardo alle concezioni del lavoro e dell’economia nell’antichità: si noterà che queste furono nettamente contrarie alle disposizioni oggi dominanti.

La romanità non era caratterizzata dall’ottica dell’investimento, del guadagno, del produrre sempre in maggiori quantità, piuttosto, fu caratteristica la frugalità, la moderazione negli acquisti, fino ad arrivare alla parsimonia. L’idea principale che si ebbe del lavoro, fu quella di concepire la propria professione non come un incatenamento o un impegno totalizzante (come, invece, spesso oggi avviene, confondendo la persona con la sua professione), il lavoro fu sentito, piuttosto, come una mera attività con il fine esclusivo del soddisfare le esigenze basilari, quindi senza smarrire la propria dimensione esistenziale rincorrendo ad un sempre maggiore guadagno o crescita: per dirla con un termine economico, senza ricercare un “surplus” nella produzione.
Il tempo che non veniva speso in cerca di arricchimenti, era utilizzato per l’otium, ovvero per esercitare le attività politiche, culturali e spirituali di edificazione della persona. Concezione pienamente vissuta dal Censore.

In particolare Catone vide il mestiere dell’agricoltore come superiore a tutti gli altri, in quanto la cura assidua dei campi, a suo giudizio, era capace di forgiare cittadini romani tenaci e prodi soldati. Egli considerò che l’attività del contadino fosse in grado di dare sicurezza economica e una vita stabile, improntata alla sobrietà ed all’autosufficienza. Ogni guadagno derivante dall’attività agricola doveva essere onesto e conseguito nel rispetto del mos maiorum.

Un’altra ragione per la quale Catone considerò l’agricoltura attività eccelsa, va individuata nell’importanza che, sin dai primordi, caratterizzò il rapporto tra i Romani e la terra.
Tuttavia dopo le guerre vittoriose del II secolo a.e.v. iniziò la diffusione inarrestabile delle attività di tipo commerciale. Ciò ebbe a Roma l’aspetto di una rivoluzione dei valori, in quanto l’intensa attività commerciale comportò l’apertura verso altri mondi, lo scambio assiduo di merci e tanto altro (una sorta di globalizzazione ante-litteram): tali cose che non piacquero a Catone, data la sua diffidenza nei confronti del cambiamento e dell’apertura verso l’esterno. Il commercio, secondo il Censore, non era particolarmente adatto a garantire l’onesto guadagno, in quanto l’attività commerciale si basava più sulla furbizia e sull’abilità seduttiva, anziché sul duro e semplice lavoro del contadino.

Le cose peggiorarono ulteriormente con la veloce diffusione dell’usura, pratica contro la quale Catone si scagliò vivacemente poiché anch’essa non genera un onesto e sofferto guadagno, anzi tutt’altro: alla domanda su cosa ne pensasse dell’usura, il Censore replicò “e tu cosa ne pensi dell’uccidere un uomo?”. In varie arringhe, Catone, si sforzò di dimostrare la dannosità dell’usura, come quando ribadì che le leggi di Roma condannavano “un ladro al pagamento del doppio e l’usuraio al pagamento del quadruplo”. Chiara fu, dunque, la sua condanna morale di quello che oggi in economia viene disinvoltamente chiamato “interesse”, ma che invece bisognerebbe chiamare “usura”.

Nonostante l’azione di Catone e dei suoi seguaci, Roma andò sempre di più arricchendosi anche e soprattutto attraverso le nuove pratiche commerciali e usuraie, che suscitarono il malcontento della popolazione più povera, favorirono la classe dei mercanti – la quale, come la storia ha spesso dimostrato, possiede una scarsa affinità con i principi ed i valori che caratterizzano una società tradizionale – e indussero l’aristocrazia a smarrirsi nei lussi e nei piaceri. Catone volle invece dimostrare coerenza all’Urbe e marciò contro corrente, sforzandosi di disprezzare i guadagni facili, le vesti sgargianti, le case lussuose, i cibi raffinati e i vizi sovversivi, preferendo condurre una vita umile e austera, faticosa ma saldamente ancorata alla fedeltà nei principi morali della Roma delle origini.

LE BATTAGLIE E I PRINCIPI CONTRO LA DECADENZA MORALE

Catone visse in un periodo molto turbolento della storia di Roma: il tempo delle guerre puniche. Sebbene in queste dure prove la grandezza interiore del popolo romano dimostrò di raggiungere il proprio apice, di lì a poco Roma cominciò ad essere una città aperta a nuovi costumi, diametralmente opposti al suo stile di vita originario; ovvero la forza morale, base dell’ideale politico dell’Imperium – che sottomise il materialismo ed il sensualismo orientali – andò scemando lasciando spazio nell’Urbe proprio ai quei caratteri licenziosi delle popolazioni dominate.
In particolare gli influssi del decadente mondo greco – ormai lontano dall’armonia e dalla misura “apollinea”, nonché dall’austerità spartana – si rivelarono causa di vizi e di corruzione.
Catone riconobbe il pericolo derivante dall’apertura ai nuovi costumi, il grave rischio che l’identità romana potesse perdere la sua originalità e scadere, per esempio, nell’individualismo, contrario al forte senso della comunità ed alla lealtà allo Stato; temette pure l’importazione di pratiche licenziose tipiche del mondo orientale.

Furono invece favorevoli alla visione di una Roma più aperta al mondo: Scipione l’Africano e la sua ricca e potente famiglia. La visione degli Scipioni fu rivolta all’espansione della pratica del commercio, fino a quel momento ritenuta dai romani un’attività poco onesta ed in contrasto con l’edificante e autarchico lavoro dei campi.

Scipione volle pure una Roma meno radicata nel passato e disposta ad essere influenzata da nuove idee e dai costumi provenienti dall’Oriente. Due visioni opposte, dunque, quella del Censore e quella dell’Africano. Scontrarsi con la prestigiosa famiglia degli Scipioni, costò a Catone la progressiva perdita dei privilegi. Anche il consenso popolare ne risentì, poiché l’agio ed il lusso conseguenti alle grandi conquiste, cominciarono ad influenzare anche gli strati della popolazioni fino ad allora esclusi da un certo tenore di vita.

L’aristocrazia, che inizialmente appoggiò il Censore, finì con l’abbandonare Catone insieme alle antipatie nei confronti dell’ellenismo decadente e delle culture esotiche. C’è da osservare, inoltre, che Catone suscitò il malcontento dei patrizi poiché si batteva contro i loro privilegi; ciò non perché  fosse a favore di una società egualitaria, ma perché desiderava restituire la giusta dignità al popolo contro la corruzione economica e morale del patriziato.

 

Catone morì nel 149 a.e.v. in solitudine ed impotente di fronte alla sua Roma che si stava dando ai vizi. Egli tuttavia rimase coerente con i suoi principi sino alla morte.

Nonostante la dura opposizione di Catone, in quel periodo Roma si volse verso il “nuovo” – lo straniero, il progresso – in un processo che evidentemente fu quasi inarrestabile. In particolare, dopo la vittoria su Antioco III, vi fu nell’Urbe un massiccio afflusso di poeti, cuochi, intellettuali, musici, prostitute, i quali portarono ad una diffusione di idee inedite, nuovi culti e licenze.
Invase Roma uno spirito “dionisiaco” e asiatico, caratterizzato dall’amore per il confuso, per l’informe, per la promiscuità dei sessi e delle classi sociali, per l’illimitato ed il piacere edonistico. La missione metastorica di Roma fu l’affermazione dello spirito sano che ne informava la società, tuttavia, nel periodo catoniano, si vide il popolo romano cedere a quei costumi che rappresentavano l’esatto opposto dell’austera romanità perseguita dal Censore.

Tra le conseguenze pratiche dello spirito nuovo che si diffuse tra i romani, vi furono: l’aumento dei divorzi, la pratica del celibato, il libertinaggio della gioventù, l’avidità dei guadagni, la diffusione dei culti orgiastici orientali, contro i quali venne emesso uno specifico emendamento da parte del Senato, finalizzato a ridurli. Catone sicuramente contribuì in modo eccelso ad arginare la decadenza della migliore romanità, ponendosi quale ostacolo tenacissimo ai moti sovversivi che gli si pararono innanzi.

CONCLUSIONE

Da questa sintesi della vita di Catone e delle sue principali battaglie, emerge la figura di un uomo che potremmo definire integro e “integrale”: Catone fu un capace combattente, un ottimo senatore, un severo magistrato, un erudito scrittore, un premuroso pater familias, un agricoltore, un sacerdote; riuscì a riassumere in sé, con la massima serietà ed applicazione, tutte quelle funzioni che un vero e nobile romano, radicato nel mos maiorum, doveva sforzarsi di incarnare. In particolare le virtù dell’agricoltore, il coraggio del combattente e lo zelo per l’attività politica.
Catone può essere considerato una personificazione del mos maiorum. Egli ebbe una spiccata sensibilità per la parsimonia, l’intolleranza verso la decadenza dei costumi, la vita fieramente austera che sola può conservare incontaminati quei valori dell’antica e migliore romanità. Valori che permisero al Censore di elevarsi al ruolo di difensore dello Stato e delle leggi sacre di Roma, fino agli ultimissimi giorni della sua vita quando, ormai ottantenne, emarginato ed incompreso dai più, si difese contro i giovani rampolli, figli della nuova cultura contaminata dagli influssi orientali, che nulla sapevano dell’autentica romanità.

La vicenda esistenziale di Catone mostra un uomo angustiato dal progresso incontenibile: nonostante la sua opposizione, la sua costante volontà di rettificare, la sua intolleranza e le sue azioni, egli non riuscì ad arrestare il nuovo e, con esso, la decadenza.
La lotta per ristabilire l’identità di Roma contro l’avanzata della decadente cultura tardo-ellenistica, la quale comportò conseguenze devastanti come il dilagare dell’usura, della corruzione, dell’incapacità di fare famiglia, (da cui i conseguenti divorzi volti a contrarre nuovi matrimoni per l’ascesa al potere), della decadente sessualità orientale (che voleva importare persino l’uso del “puer delicatus”, ossia la pedofilia) è da paragonare, in qualche modo, a quella speciale lotta oggi condotta dall’ “uomo differenziato” dei tempi ultimi. “Uomo differenziato” in quanto refrattario all’omologazione imposta dall’ideologia mondialista e ostinatamente attaccato ad una concezione tradizionale della vita. “Uomo differenziato” che si trova a dover fronteggiare tutte le insidie e le seduzioni suscitate dal dominio che la scienza, la tecnica e l’economia esercitano nel mondo moderno, un dominio che, di fatto, non tollera l’idea stessa di società tradizionale, imperniata sul concetto di Verità oggettiva radicata nel trascendente.

Dinnanzi a questa triste realtà, che vede avanzare ogni giorno di più il fronte della sovversione, è normale porsi la domanda se sia giusto o meno avversare e combattere ostinatamente l’incedere, apparentemente inarrestabile, del celebrato “progresso”, rischiando di vivere in una condizione di isolamento incompreso rispetto alla maggioranza dei connazionali. Il dubbio può essere risolto anche guardando all’esempio offerto da quel Romano, Marco Porcio Catone, che 2500 anni fa visse in una situazione simile a quella odierna. Egli, come sospeso fra due ere, scelse di combattere con una coerenza eroica, fino alla fine dei suoi giorni, per difendere la propria identità e i valori dei Padri, incurante delle avversità e degli antagonismi. La sua lotta non fu per nulla infruttuosa: un secolo e mezzo dopo di lui, l’idea del recupero dei valori delle origini riuscì a vincere nella figura di Augusto, il quale fondò il nuovo (l’impero), imperniandolo nei valori più arcaici dell’etica romana. Il classicismo di Catone si schierava contro un ellenismo decadente, che nulla aveva più a che fare con il grande ideale Alessandrino, così la rifondazione di Roma da parte di Augusto vede la rimonumentalizzazione del sepolcro di Romolo, volta a sancire l’ideale di ritorno alle origini, ulteriormente ribadito nell’arte dal nuovo classicismo augusteo.   Allo stesso modo, colui che oggi è desto dinnanzi alle rovine, deve concepire che una vita trascorsa nella coerenza dei principi, quand’anche procuri sofferenza e non faccia avvisare alcun bagliore di speranza, è infinitamente nobile, romana e degna di essere vissuta e, allo stesso modo dell’esempio catoniano, può essere seme destinato a fruttare nel secolo a venire.

[1] A.e.v. sta per avanti era volgare.

Reddito di cittadinanza: un progresso antico!

Si ringrazia la testata di Ereticamente.net per la condivisione

Il polverone che sta alzando l’idea del reddito di cittadinanza è enorme. I poteri forti, secolari e millennari, si scagliano contro questo atto del governo giallo-verde come se fosse un’azione terribile e deplorevole.  La paura di fondo, manifestata pubblicamente, è che ciò accresca l’oziosità, l’evasione fiscale e le truffe contro il tesoro dello stato. Nella realtà dei fatti il reddito di cittadinanza non è un’idea nuova, ma appartiene ad un mondo antico: quello Romano! Cosa altrettanto curiosa è che non si tratta di un concetto maturatosi nel tempo, ma emerso in contemporanea alla fondazione di Roma. Plutarco, nella vita di Romolo, ci segnala che dopo la vittoria contro i Veientini, il primo Re di Roma non volle tenere schiavi, ma restituì i prigionieri di guerra agli avversari ed entrò in conflitto con i Patrizi fondatori perché evitò l’eccesso di crescita delle loro ricchezze rifiutando di distribuire loro nuove terre (oltre, appunto, a non fornirgli manodopera gratuita in forma di schiavi), bensì volle che ad ogni cittadino romano (i quali erano tutti impegnati a partecipare alle attività belliche) venissero equamente distribuite le terre conquistate. In ciò vi è un ideale sociale molto alto che vuole emancipare l’uomo dal dipendere dai ricchi dell’epoca.

A parere di alcuni storici Romolo (1) sarebbe stato eliminato fisicamente da una congiura di individui aspiranti all’accumulazione di ricchezze, e poiché egli era profondamente amato dal popolo, al punto tale che lo riteneva figlio di un Dio, venne sparsa la voce che fu visto ascendere in cielo: da ciò si sviluppò un’apoteosi di Romolo, assunto al rango di divinità col nome di Quirino, che evitò di ricercare il corpo del Re ed eventuali responsabili di un suo possibile omicidio. Nonostante ciò la politica romulea era oramai stata avviata nella città da lui fondata. Questo ideale sociale supererà i confini romani per divenire, due secoli e mezzo dopo, una ideologia comune al mondo italico: la causa di ciò sta nello sviluppo parallelo, nella pitagorica Magna Grecia, dell’intento della cancellazione della povertà tramite la distribuzione di terre (percepite come bene reale appartenente alla natura umana a differenza del denaro che invece la difetta) con la conquista di Sibari nel 510 a.e.v. da parte dei Crotoniati, guidati da Pitagora, il quale propose di distribuire le ampie campagne della città sconfitta alle classi sociali più povere. Anche qui si accese l’opposizione di una parte avida dell’aristocrazia, la quale organizzò una rivolta sanguinolenta nella figura di Cilone, che si concluse con la cacciata dei pitagorici e di un nulla di fatto per i meno abbienti. La cosa ebbe conseguenze pesanti per tutto il sud Italia perché Kroton era la polis di riferimento per le poleis Magnogreche. A riprese i Pitagorici riconquistarono il controllo della città, ma qui gli scontri sociali erano talmente intesi, tra le diverse fazioni, che si dovette fare di Taranto la novella polis a guida della “Lega Italiota”.

Osservando il fenomeno di nascita della prima Italia, risalta la presenza di un filo conduttore che ideologicamente vuole i cittadini liberi da ogni forma di servitù tramite un reddito pro capite che provenga dalla terra concessagli dallo stato. Il fenomeno è oltretutto meritocratico e spinge l’uomo allo sviluppo del concetto comunitario perché arriva alla conquista della sua “indipendenza economica” tramite la disponibilità d’impegno data alla comunità, vuoi servendo nell’esercito od in altre strutture statali. A questa linea ideologica si oppongono gruppi di latifondisti che ambiscono al controllo dello stato e delle ricchezze da esso reperibili.  Quando Roma arriva allo scontro con Taranto, nel 280a.e.v., ci si rende conto di come la Magna Grecia sia animata dalle medesime aspirazioni civili e sociali dei Romani, motivo per il quale questi ultimi elaborarono una leggenda che voleva Re Numa discepolo di Pitagora (cosa impossibile perché i due sono vissuti a circa due secoli di distanza), un motivo di propaganda che risultò credibile a causa delle medesime ideologie attive tra italioti e romani (2). La politica della libertà attraverso il possesso o reddito terriero si vide contrapposta all’ottica delle società fondate sul commercio, come quella punica, dove la ricchezza fondamentale non era la terra bensì il denaro. Gli scontri con la plutocrazia cartaginese si conclusero con la distruzione di Cartagine del 146 a.e.v.

Dopo tale evento le tensioni sociali italiche si accentuarono: i Gracchi proposero, per l’ennesima volta, la distribuzione di terre ai meno abbienti: con la crescita del dominio romano aumentavano i cittadini e le necessità ad essi connesse. I nobili intenti di questa famiglia romana trovarono la contrapposizione dei soliti “poteri forti” che, questa volta, li eliminarono spietatamente in pubblico. Dei terreni di Cartagine non si fece più nulla, ed una enorme ricchezza pubblica restava lì, bloccata ed improduttiva. Nel giro di mezzo secolo i contrasti sociali giunsero ad una terribile guerra dove le città italiane si allearono contro i poteri forti di Roma per vedersi riconosciuta la cittadinanza e poter prendere parte alle votazioni inerenti la gestione delle nuove terre: fu la guerra sociale. Silla ufficialmente vinse, ma dovette concedere la cittadinanza romana ai “socii” (alleati) italici, i quali, con ciò, furono i veri vincitori. L’identità italiana raggiunse finalmente la realizzazione del suo ideale sociale sotto Cesare: questi nel 59 a.e.v. concretizzò la riforma agraria, facendo ottenere ad ogni cittadino la quantità di terreno necessario all’indipendenza della propria famiglia.

Col tempo Roma si trasformò in un impero sempre più strutturato nella realtà statale, da ciò ne conseguirono la crescita di città sempre più grandi con forte intensità demografica: si sviluppò allora una nuova forma di reddito, dapprima consistente nella distribuzione di alimenti (farina, olio, vino) alle classi meno abbienti, fino alla distribuzione di somme di denaro da Augusto in poi: si tratta del congiarium pro capite, ovvero una somma di denaro minima considerata utile ad avere uno stile di vita dignitoso, che veniva distribuita alle classi meno abbienti per cancellare la povertà. La Res Publica dei romani fu la più longeva, nella storia dell’umanità, perché si fondava su un ideale sociale che voleva la cancellazione della povertà. Persino la schiavitù a Roma ebbe diritti che altrove non esistevano: lo schiavo romano riceveva un reddito che poteva essere fittizio (un credito segnato) o reale (in monete), grazie al quale poteva comprarsi la libertà una volta raggiunta la cifra dovuta. Certo Roma ha avuto molti elementi contrastanti, ma dall’antica italicità si possono trarre valori molti sani ed in alcuni casi risolutivi per problematiche attuali che i nostri antenati già affrontarono.

Nella società odierna non sono più i valori ad essere il centro della società, ma il denaro, ciò ha fatto sì che una riforma di diritto, come quella attuata dal governo di Lega e Cinque Stelle, è mal vista, quasi si subisse un furto, mentre a Roma il denaro non era concepito come obiettivo di vita ma come strumento per una vita dignitosa. Le nostre nazioni divengono moderne nel momento in cui si rifanno alla politica romana: lo stesso concetto di repubblica nasce nell’antica Roma e viene ripreso dall’illuminismo in poi. Il corpo dei diritti civici nasce a Roma e da Roma lo riprendiamo. Recuperare il concetto di “reddito sociale”, concepire lo stato come struttura agente super partes per la risoluzione delle differenze sociali, ciò è profondamente moderno, poiché la modernità trae origine dalla romanità: la repubblica francese, ricca di aquile e altri simboli romani, ricca di titoli ed istituzioni riprese dalla Roma antica ne è la dimostrazione concreta e reale. Questo processo di ripresa e sviluppo non è ancora terminato perché molte, delle istituzioni positive romane, sono da riprendere e svilupparsi, ed il nostro governo attuale sta affrontando una riforma moderna che appartiene alla storia del nostro paese, dove per secoli città e fazioni hanno lottato per poter vedere il loro ideale realizzarsi a discapito dei prepotenti e degli avidi.

Note:
1 – Sulla reale esistenza di un primo re di Roma l’archeologia ha fugato ogni dubbio. A tal riguardo si vedano le ricerche condotte dall’archeologo Andrea Carandini sul Palatino. Un primo re v’è stato, ha fondato la città ed ha eretto una cinta muraria sul Palatino. Certamente vi sono elementi mitistorici e propagandistici elaborati dalla storiografia romana, ma il fatto che si attribuiscano determinate riforme al primo re significa che per i romani, ideologicamente, esse erano importanti e che erano intenzionati a promuoverle;

2 – Vedansi gli atti del convegno “Il pitagorismo in Italia ieri e oggi”, Università La Sapienza di Roma, 2005.

Giuseppe Barbera, archeologo e presidente Pietas.

DEL RISPETTO DELLE DONNE PRESSO I ROMANI

Nella novella Roma il Re Romolo, figlio di Dio Marte, dovette procurar mogli ai suoi cittadini col noto inganno dei giochi in cui fu attuato il ratto delle Sabine.

Siamo portati a vedere questo come un atto violento ed ingiusto, ma il rispetto che Romolo volle per le donne fu tale che la sua azione prese una piega ben diversa.

Plutarco infatti commenta che “col conseguente onore, amore, e spirito di GIUSTIZIA con cui furono trattate le donne dimostrò che quell’atto di violenza e di sopraffazione fu un’impresa di grandissimo valore politico, mirante a promuovere un’unione fra i due popoli [sabini e romani]”. (vita di Romolo, 35(6), 2). “Del rispetto, dell’amicizia e della saldezza che egli impresse alle relazioni matrimoniali è testimone il tempo. Nel giro di 230 anni nè un uomo osò abbandonare l’unione con la moglie, nè una donna quella col marito” (vita di Romolo, 35(6),3-4). A guisa di ciò ricordiamo che i Romani avevano il divorzio nel loro diritto, e che questi tutelava sempre la donna, la quale poteva divorziare e tornare alla sua famiglia con tutta la sua dote, la quale non poteva essere  sperperata dal marito, bensì preservata e se possibile accresciuta. Dunque Plutarco sostiene che se le donne non usassero divorziare dai mariti è perchè queste si sentivano talmente rispettate, amate ed onorate che preferivano restare nella nuova casa piuttosto che tornare dai propri genitori (e non pensiate che non esistessero già all’epoca suocere che reclamavano il ritorno della figlia dopo il matrimonio!). D’altro canto gli stessi uomini evitavano di divorziare dalla donna per amore e rispetto nei suoi riguardi, nonostante di fanciulle in cerca di marito ve ne fossero tante, mentre gli uomini, falciati dalle perenni guerre, erano pochi.

Plutarco ci sottolinea che il primo divorzio fu richiesto 230 anni dopo il ratto delle Sabine: “tutti i Romani sanno che Spurio Carvilio fu il primo a ripudiare la moglie accusandola di sterilità.” (Plut., vita di Romolo, 35(6), 4).

Del resto è noto a tutti l’evento in cui le Sabine, quando giunsero i padri ed i fratelli a liberarle, non vollero che si procedesse nella contesa, ma chiesero che i due popoli si unissero ora che avevano avuto dei figli dai loro mariti. Le loro suppliche vennero ascoltate e così “fu accettata una tregua ed i capi vennero a trattativa.Frattanto le donne condussero i loro padri e fratelli, i propri mariti e figlioletti, e portavano da mangiare e da bere a chi ne aveva bisogno, e curavano i feriti portandoli nelle proprie dimore e mostravano come avessero loro il governo della casa e come i mariti avessero attenzioni per loro e le trattassero con benevolenza ed ogni rispetto. Si fece allora la pace a queste condizioni: che restassero coi loro mariti le donne che lo volevano...” (Plut., Vita di Romolo, 19, 8-9). Ovviamente le donne restarono coi propri mariti e Sabini e Romani abitarono nella stessa città, la quale venne chiamata Roma in onore di Romolo, ed i suoi abitati Quiriti per riguardo alla patria di Tazio (ibidem).

Plutarco ci rammenta alcuni dei grandi onori che furono tributati alle donne: “cedere la strada quando camminano”, e quindi non più che le donne dovessero scansarsi al passare di uomini, “astenersi in modo assoluto da ogni parola sconveniente in presenza di una donna” a differenza degli usi di ben altri popoli, “nè farsi vedere nudi o subire davanti ai giudici in loro presenza un processo per delitti capitali“, queste ultime due norme comportamentali era per evitare atteggiamenti sconvenienti nei riguardi delle donne e perchè non vivessero la sofferenza di assistere ad una condanna.

Insomma i primi ad avere un minimo di rispetto verso il “gentil sesso” furono proprio gli antichi Romani, da ciò diviene chiaro comprendere da chi, gli Italiani, hanno ereditato quel fare tipico del sentimento latino, capace di conquistare ogni donna in ogni parte del mondo… Forse un pò le scorribande di altri popoli possono aver corrotto quel sentimento puro che l’Italico aveva elaborato per la donna, così come la nuova religione orientale ha sovvertito il rispetto tipico della religione romana, ma non disperiamo: se cerchiamo bene, nel nostro DNA quella memoria di un sano comportamento può risvegliarsi in un attimo, e magari ridestarla in quest’epoca folle di continui delitti nei riguardi delle donne non sarebbe male.

Giuseppe Barbera