Reddito di cittadinanza: un progresso antico!

Si ringrazia la testata di Ereticamente.net per la condivisione

Il polverone che sta alzando l’idea del reddito di cittadinanza è enorme. I poteri forti, secolari e millennari, si scagliano contro questo atto del governo giallo-verde come se fosse un’azione terribile e deplorevole.  La paura di fondo, manifestata pubblicamente, è che ciò accresca l’oziosità, l’evasione fiscale e le truffe contro il tesoro dello stato. Nella realtà dei fatti il reddito di cittadinanza non è un’idea nuova, ma appartiene ad un mondo antico: quello Romano! Cosa altrettanto curiosa è che non si tratta di un concetto maturatosi nel tempo, ma emerso in contemporanea alla fondazione di Roma. Plutarco, nella vita di Romolo, ci segnala che dopo la vittoria contro i Veientini, il primo Re di Roma non volle tenere schiavi, ma restituì i prigionieri di guerra agli avversari ed entrò in conflitto con i Patrizi fondatori perché evitò l’eccesso di crescita delle loro ricchezze rifiutando di distribuire loro nuove terre (oltre, appunto, a non fornirgli manodopera gratuita in forma di schiavi), bensì volle che ad ogni cittadino romano (i quali erano tutti impegnati a partecipare alle attività belliche) venissero equamente distribuite le terre conquistate. In ciò vi è un ideale sociale molto alto che vuole emancipare l’uomo dal dipendere dai ricchi dell’epoca.

A parere di alcuni storici Romolo (1) sarebbe stato eliminato fisicamente da una congiura di individui aspiranti all’accumulazione di ricchezze, e poiché egli era profondamente amato dal popolo, al punto tale che lo riteneva figlio di un Dio, venne sparsa la voce che fu visto ascendere in cielo: da ciò si sviluppò un’apoteosi di Romolo, assunto al rango di divinità col nome di Quirino, che evitò di ricercare il corpo del Re ed eventuali responsabili di un suo possibile omicidio. Nonostante ciò la politica romulea era oramai stata avviata nella città da lui fondata. Questo ideale sociale supererà i confini romani per divenire, due secoli e mezzo dopo, una ideologia comune al mondo italico: la causa di ciò sta nello sviluppo parallelo, nella pitagorica Magna Grecia, dell’intento della cancellazione della povertà tramite la distribuzione di terre (percepite come bene reale appartenente alla natura umana a differenza del denaro che invece la difetta) con la conquista di Sibari nel 510 a.e.v. da parte dei Crotoniati, guidati da Pitagora, il quale propose di distribuire le ampie campagne della città sconfitta alle classi sociali più povere. Anche qui si accese l’opposizione di una parte avida dell’aristocrazia, la quale organizzò una rivolta sanguinolenta nella figura di Cilone, che si concluse con la cacciata dei pitagorici e di un nulla di fatto per i meno abbienti. La cosa ebbe conseguenze pesanti per tutto il sud Italia perché Kroton era la polis di riferimento per le poleis Magnogreche. A riprese i Pitagorici riconquistarono il controllo della città, ma qui gli scontri sociali erano talmente intesi, tra le diverse fazioni, che si dovette fare di Taranto la novella polis a guida della “Lega Italiota”.

Osservando il fenomeno di nascita della prima Italia, risalta la presenza di un filo conduttore che ideologicamente vuole i cittadini liberi da ogni forma di servitù tramite un reddito pro capite che provenga dalla terra concessagli dallo stato. Il fenomeno è oltretutto meritocratico e spinge l’uomo allo sviluppo del concetto comunitario perché arriva alla conquista della sua “indipendenza economica” tramite la disponibilità d’impegno data alla comunità, vuoi servendo nell’esercito od in altre strutture statali. A questa linea ideologica si oppongono gruppi di latifondisti che ambiscono al controllo dello stato e delle ricchezze da esso reperibili.  Quando Roma arriva allo scontro con Taranto, nel 280a.e.v., ci si rende conto di come la Magna Grecia sia animata dalle medesime aspirazioni civili e sociali dei Romani, motivo per il quale questi ultimi elaborarono una leggenda che voleva Re Numa discepolo di Pitagora (cosa impossibile perché i due sono vissuti a circa due secoli di distanza), un motivo di propaganda che risultò credibile a causa delle medesime ideologie attive tra italioti e romani (2). La politica della libertà attraverso il possesso o reddito terriero si vide contrapposta all’ottica delle società fondate sul commercio, come quella punica, dove la ricchezza fondamentale non era la terra bensì il denaro. Gli scontri con la plutocrazia cartaginese si conclusero con la distruzione di Cartagine del 146 a.e.v.

Dopo tale evento le tensioni sociali italiche si accentuarono: i Gracchi proposero, per l’ennesima volta, la distribuzione di terre ai meno abbienti: con la crescita del dominio romano aumentavano i cittadini e le necessità ad essi connesse. I nobili intenti di questa famiglia romana trovarono la contrapposizione dei soliti “poteri forti” che, questa volta, li eliminarono spietatamente in pubblico. Dei terreni di Cartagine non si fece più nulla, ed una enorme ricchezza pubblica restava lì, bloccata ed improduttiva. Nel giro di mezzo secolo i contrasti sociali giunsero ad una terribile guerra dove le città italiane si allearono contro i poteri forti di Roma per vedersi riconosciuta la cittadinanza e poter prendere parte alle votazioni inerenti la gestione delle nuove terre: fu la guerra sociale. Silla ufficialmente vinse, ma dovette concedere la cittadinanza romana ai “socii” (alleati) italici, i quali, con ciò, furono i veri vincitori. L’identità italiana raggiunse finalmente la realizzazione del suo ideale sociale sotto Cesare: questi nel 59 a.e.v. concretizzò la riforma agraria, facendo ottenere ad ogni cittadino la quantità di terreno necessario all’indipendenza della propria famiglia.

Col tempo Roma si trasformò in un impero sempre più strutturato nella realtà statale, da ciò ne conseguirono la crescita di città sempre più grandi con forte intensità demografica: si sviluppò allora una nuova forma di reddito, dapprima consistente nella distribuzione di alimenti (farina, olio, vino) alle classi meno abbienti, fino alla distribuzione di somme di denaro da Augusto in poi: si tratta del congiarium pro capite, ovvero una somma di denaro minima considerata utile ad avere uno stile di vita dignitoso, che veniva distribuita alle classi meno abbienti per cancellare la povertà. La Res Publica dei romani fu la più longeva, nella storia dell’umanità, perché si fondava su un ideale sociale che voleva la cancellazione della povertà. Persino la schiavitù a Roma ebbe diritti che altrove non esistevano: lo schiavo romano riceveva un reddito che poteva essere fittizio (un credito segnato) o reale (in monete), grazie al quale poteva comprarsi la libertà una volta raggiunta la cifra dovuta. Certo Roma ha avuto molti elementi contrastanti, ma dall’antica italicità si possono trarre valori molti sani ed in alcuni casi risolutivi per problematiche attuali che i nostri antenati già affrontarono.

Nella società odierna non sono più i valori ad essere il centro della società, ma il denaro, ciò ha fatto sì che una riforma di diritto, come quella attuata dal governo di Lega e Cinque Stelle, è mal vista, quasi si subisse un furto, mentre a Roma il denaro non era concepito come obiettivo di vita ma come strumento per una vita dignitosa. Le nostre nazioni divengono moderne nel momento in cui si rifanno alla politica romana: lo stesso concetto di repubblica nasce nell’antica Roma e viene ripreso dall’illuminismo in poi. Il corpo dei diritti civici nasce a Roma e da Roma lo riprendiamo. Recuperare il concetto di “reddito sociale”, concepire lo stato come struttura agente super partes per la risoluzione delle differenze sociali, ciò è profondamente moderno, poiché la modernità trae origine dalla romanità: la repubblica francese, ricca di aquile e altri simboli romani, ricca di titoli ed istituzioni riprese dalla Roma antica ne è la dimostrazione concreta e reale. Questo processo di ripresa e sviluppo non è ancora terminato perché molte, delle istituzioni positive romane, sono da riprendere e svilupparsi, ed il nostro governo attuale sta affrontando una riforma moderna che appartiene alla storia del nostro paese, dove per secoli città e fazioni hanno lottato per poter vedere il loro ideale realizzarsi a discapito dei prepotenti e degli avidi.

Note:
1 – Sulla reale esistenza di un primo re di Roma l’archeologia ha fugato ogni dubbio. A tal riguardo si vedano le ricerche condotte dall’archeologo Andrea Carandini sul Palatino. Un primo re v’è stato, ha fondato la città ed ha eretto una cinta muraria sul Palatino. Certamente vi sono elementi mitistorici e propagandistici elaborati dalla storiografia romana, ma il fatto che si attribuiscano determinate riforme al primo re significa che per i romani, ideologicamente, esse erano importanti e che erano intenzionati a promuoverle;

2 – Vedansi gli atti del convegno “Il pitagorismo in Italia ieri e oggi”, Università La Sapienza di Roma, 2005.

Giuseppe Barbera, archeologo e presidente Pietas.

DEL RISPETTO DELLE DONNE PRESSO I ROMANI

Nella novella Roma il Re Romolo, figlio di Dio Marte, dovette procurar mogli ai suoi cittadini col noto inganno dei giochi in cui fu attuato il ratto delle Sabine.

Siamo portati a vedere questo come un atto violento ed ingiusto, ma il rispetto che Romolo volle per le donne fu tale che la sua azione prese una piega ben diversa.

Plutarco infatti commenta che “col conseguente onore, amore, e spirito di GIUSTIZIA con cui furono trattate le donne dimostrò che quell’atto di violenza e di sopraffazione fu un’impresa di grandissimo valore politico, mirante a promuovere un’unione fra i due popoli [sabini e romani]”. (vita di Romolo, 35(6), 2). “Del rispetto, dell’amicizia e della saldezza che egli impresse alle relazioni matrimoniali è testimone il tempo. Nel giro di 230 anni nè un uomo osò abbandonare l’unione con la moglie, nè una donna quella col marito” (vita di Romolo, 35(6),3-4). A guisa di ciò ricordiamo che i Romani avevano il divorzio nel loro diritto, e che questi tutelava sempre la donna, la quale poteva divorziare e tornare alla sua famiglia con tutta la sua dote, la quale non poteva essere  sperperata dal marito, bensì preservata e se possibile accresciuta. Dunque Plutarco sostiene che se le donne non usassero divorziare dai mariti è perchè queste si sentivano talmente rispettate, amate ed onorate che preferivano restare nella nuova casa piuttosto che tornare dai propri genitori (e non pensiate che non esistessero già all’epoca suocere che reclamavano il ritorno della figlia dopo il matrimonio!). D’altro canto gli stessi uomini evitavano di divorziare dalla donna per amore e rispetto nei suoi riguardi, nonostante di fanciulle in cerca di marito ve ne fossero tante, mentre gli uomini, falciati dalle perenni guerre, erano pochi.

Plutarco ci sottolinea che il primo divorzio fu richiesto 230 anni dopo il ratto delle Sabine: “tutti i Romani sanno che Spurio Carvilio fu il primo a ripudiare la moglie accusandola di sterilità.” (Plut., vita di Romolo, 35(6), 4).

Del resto è noto a tutti l’evento in cui le Sabine, quando giunsero i padri ed i fratelli a liberarle, non vollero che si procedesse nella contesa, ma chiesero che i due popoli si unissero ora che avevano avuto dei figli dai loro mariti. Le loro suppliche vennero ascoltate e così “fu accettata una tregua ed i capi vennero a trattativa.Frattanto le donne condussero i loro padri e fratelli, i propri mariti e figlioletti, e portavano da mangiare e da bere a chi ne aveva bisogno, e curavano i feriti portandoli nelle proprie dimore e mostravano come avessero loro il governo della casa e come i mariti avessero attenzioni per loro e le trattassero con benevolenza ed ogni rispetto. Si fece allora la pace a queste condizioni: che restassero coi loro mariti le donne che lo volevano...” (Plut., Vita di Romolo, 19, 8-9). Ovviamente le donne restarono coi propri mariti e Sabini e Romani abitarono nella stessa città, la quale venne chiamata Roma in onore di Romolo, ed i suoi abitati Quiriti per riguardo alla patria di Tazio (ibidem).

Plutarco ci rammenta alcuni dei grandi onori che furono tributati alle donne: “cedere la strada quando camminano”, e quindi non più che le donne dovessero scansarsi al passare di uomini, “astenersi in modo assoluto da ogni parola sconveniente in presenza di una donna” a differenza degli usi di ben altri popoli, “nè farsi vedere nudi o subire davanti ai giudici in loro presenza un processo per delitti capitali“, queste ultime due norme comportamentali era per evitare atteggiamenti sconvenienti nei riguardi delle donne e perchè non vivessero la sofferenza di assistere ad una condanna.

Insomma i primi ad avere un minimo di rispetto verso il “gentil sesso” furono proprio gli antichi Romani, da ciò diviene chiaro comprendere da chi, gli Italiani, hanno ereditato quel fare tipico del sentimento latino, capace di conquistare ogni donna in ogni parte del mondo… Forse un pò le scorribande di altri popoli possono aver corrotto quel sentimento puro che l’Italico aveva elaborato per la donna, così come la nuova religione orientale ha sovvertito il rispetto tipico della religione romana, ma non disperiamo: se cerchiamo bene, nel nostro DNA quella memoria di un sano comportamento può risvegliarsi in un attimo, e magari ridestarla in quest’epoca folle di continui delitti nei riguardi delle donne non sarebbe male.

Giuseppe Barbera

MMDCCLXXI DIES NATALIS URBIS

 

Il 21 ed il 22 aprile 2018 e.v. l’Associazione Tradizionale Pietas ha svolto, come ogni anno, i festeggiamenti per i Natali di Roma.

Si tratta del momento più importante per le nostre comunità, quello in cui tutte le rappresentanze territoriali di Pietas si incontrano a Roma per onorare gli dèi e disquisire sui temi spirituali ed etici a noi più cari.

 

Le attività del tempio di Giove a Roma, per i Natali dell’Urbe di quest’anno, si sono aperte il 18 aprile 2771 a.v.c. (2018 e.v.) con l’accoglienza di una delegazione Greca, condotta da Vlassis Rassias, venuta ad onorare il Tempio di Giove nel Sanctuarium Pietatis. Allo scambio di doni con i rappresentanti Pietas, è seguito un simposio dove si è dialogato in merito ad un progetto sulle comunanze greco-romane, proposto dal gruppo Ellenico Thyrsos nel 2767 a.v.c. (2014 e.v.) proprio presso l’allora erigendo Sanctuarium Pietatis.

Nella sua sede Romana Pietas ha gestito l’accoglienza soci nella settimana a cavallo dei festeggiamenti, con ottimi risultati logistici. Particolari ringraziamenti vanno al gruppo amico Fons Perennis, che ci ha coadiuvato nella gestione dei sovrannumeri dei gentili giunti a Roma.

In occasione delle feste correnti, il socio Luigi Fratini ha composto un inno per l’Associazione Pietas, accolto dal presidente e dal direttivo nazionale con grande soddisfazione sotto auspici fausti e felici.

Rito al circo massimo

Il 21 aprile, alle ore 11.00, è stata convocata, secondo rito, l’assemblea dei soci Pietas presso il circo Massimo, dove si è svolta la cerimonia rituale in onore dei Numi tutelari di Roma all’interno del pomerio. Ringraziamenti per il sostegno logistico dell’evento vanno al Gruppo Storico Romano che ha concesso l’uso di spazi da lui allestiti.

sala piena 2

Sempre il 21 aprile, alle ore 15.00, si è svolta una conferenza organizzata presso Palazzo Falletti, dove sono intervenuti numerosi relatori sull’argomento del “Fuoco di Vesta”.
In occasione della conferenza è stato presentato anche il nuovo numero della rivista Pietas: “Civitas Sapientiae”. Particolari ringraziamenti a Fons ed Ereticamente per il sostegno a questo evento.

copertina Pietas 14

Alla sera, presso il tempio di Giove, è nato spontaneamente un banchetto con numerosi soci giunti a prendervi parte.

Il 22 aprile, alle ore 10.30, i soci si sono incontrati presso il Tempio di Giove, dove si sono svolti riti di offerte e onorificenze alla triade del Tempio.

Il presidente Pietas, soddisfatto della magnifica riuscita degli eventi di quest’anno, ha decretato che venga ritualmente appesa la Palma della Vittoria sulla porta del tempio di Giove come gesto di ringraziamento agli Dèi.

Caristia e San Valentino

Il 22 febbraio nell’antica Roma si festeggiavano i Caristia, la festa dell’amor familiare e coniugale. Si trattava di una festa riguardante l’ambito privato, non quello pubblico, durante il quale i familiari si riunivano attorno il Larario per fare offerte ai Penati e banchettare assieme. Il banchetto aveva la funzione rituale di ricongiungere i familiari in caso di eventuali dissapori.

Il 13 febbraio incominciavano i Parentalia, giorni dedicati agli antenati, ai quali seguivano i Feralia del 21 ed i Carstia del 22.

Il tutto era un ciclo dedicato alla famiglia, dall’amore commemorativo per i parenti defunti a quello per i vivi. Particolarmente il 22 i coniugi festeggiavano la loro unione ed il loro legame amoroso scambiandosi doni.

Nonostante l’abolizione forzata del culto antico, l’uso popolare dello scambio di doni tra coniugi rimase, in particolar modo tra gli innamorati che, il 14 febbraio, all’inizio delle antiche feste dedicate all’amore familiare, ancora oggi si scambiano doni.

LODE AL SOLE INVITTO

helios

LODE A TE O SOLE RADIANTE IDDIO, VINCITORE DEL FREDDO INVERNO, FECONDATORE DELLA FREDDA TERRA, POSSENTE, INVITTO, DISTRUTTORE DI TENEBRE, DEH’! M’ODI, BEATO, ETERNO OCCHIO CHE TUTTO VEDE, TITANO D’AUREA LUCE, IPERION, LUX COELI, DA TE IN TE GENERATO, INSTANCABILE, DOLCE VISTA DEI VIVENTI, A DESTRA GENITORE DELL’AURORA, A SINISTRA DELLA NOTTE, TU CHE MEDI LE STAGIONI, DANZANDO CON PIEDI DI QUADRUPEDE, BUON CORRIDORE, SIBILANTE, FIAMMEGGIANTE, SPLENDENTE, AURIGA, CHE DIRIGI LA VIA CON I CIRCOLI DEL ROMBO INFINITO, PER I PII GUIDA DI COSE BELLE, VIOLENTO CON GLI EMPI, DALLA LIRA DORATA, TRASCINANTE LA CORSA ARMONIOSA DEL COSMO, INDICANTE LE BUONE AZIONI, FANCIULLO CHE NUTRI LE STAGIONI, SIGNORE DEL MONDO, SUONATOR DI SIRINGA, DALL’IGNEA CORSA, TI VOLGI IN CERCHIO, PORTATORE DI LUCE, DALLE FORME CANGIANTI, PORTATORE DI VITA, FECONDO PAIAN, SEMPRE GIOVANE, INCONTAMINATO, PADRE DEL TEMPO, GIOVE IMMORTALE, SERENO, PER TUTTI LUMINOSO, OCCHIO COSMICO CHE CIRCOLA DAPPERTUTTO, CHE TRAMONTI E SORGI CON BEI RAGGI SPLENDENTI, INDICATORE DI RETTITUDINE, AMANTE DEI RIVI, PADRONE DEL COSMO, CUSTODE DELLA LEALTA’, SEMPRE SUPREMO, AIUTO PER TUTTI, OCCHIO DI CORRETTEZZA, LUCE DI VITA; O TU CHE SPINGI I CAVALLI, CHE CON LA SFERZA SONORA GUIDI LA QUADRIGA: ASCOLTA LE PREGHIERE, ED AI PII INIZIATI MOSTRA LA VITA SOAVE.

Lari e Penati

Lare Domestico
Statuetta di Lare Familiare

I geni protettori nella tradizione romana.

Nella tradizione romana i Lari e i Penati sono divinità legate ai luoghi abitati dagli uomini.

Pare che il termine Lare sia presente anche nella tradizione etrusca, dove esseri divini sono rappresentati con le ali. Alcuni hanno associato l’idea di “Lare etrusco” a quella di “angelo cristiano”. Si noti che il Lare etrusco ha le ali ed è rappresentato generalmente nell’atto di sollevarsi in volo; il termine angelo proviene dal greco anghelos, che significa “messaggero”. Cosa abbastanza curiosa il dio Mercurio è definito Messaggero ed è rappresentato con i calzari alati. Certamente in tutte le tradizioni ciò che è rappresentato con le ali si richiama a dimensioni superiori e alla comunicazione con queste.

Se è vero, come dicono Elio Ermete e altri grandi maestri delle tradizioni, che ogni divinità rappresenta/è un forza, allora i Lasa etruschi rappresentano/sono una forza di ascensione e comunicazione col cielo, allo stesso modo di Mercurio e dei Lari Romani. A prova di ciò si può richiamare un antico rito in uso in alcuni luoghi della Calabria. Le sere dei giorni di festa la tavola viene apparecchiata secondo determinate regole antiche. Finita la cena si lascia la tavola pulita e apparecchiata col cibo nel posto riservato al “lareddru” secondo dettami che vengono trasmessi di generazione in generazione. La notte non si passa dalla cucina per non infastidire questo presunto ospite. Se al mattino il piatto si trova vuoto si dice che “u Lareddru ha gradito” (il Laretto ha gradito). Questo antico rito di offerta al Lare della casa si tramanda secondo regolari riti cittadini da diversi secoli e alla domanda “cosa è u lareddru” si usa rispondere che è l’angioletto che abita la casa. Si evince da ciò un’assimilazione dell’antico rito sotto una forma cristiana e che chiaramente il termine Lareddru derivi dal termine Lare con l’assunzione di un suffisso diminutivo –ddru, forse finalizzato a rendere questa figura originaria della religione precedente più accettabile a chi vede con cattivo occhio il perpetrarsi di determinate forme tradizionali.

Il Lare è una divinità domestica e gli si officiano offerte e il rituale su esposto svela che determinate tradizioni hanno assunto una nuova veste ma si sono mantenute.

Castaneda definisce i luoghi concavi abitati da spiriti; il suo maestro pensa che esistano anche nelle automobili e in tutti i luoghi artificialmente prodotti dagli uomini, come ad esempio nelle case. Se ciò fosse valido anche per la tradizione romana avremmo una risposta significativa alla domanda: perché nei luoghi abitati vi sono Lari e nelle campagne Geni?

Perché il Lare è richiamato dall’azione artificiale dell’uomo, il Genio dall’azione della Natura di creare un luogo. Riscontriamo nelle città antiche la presenza di specifiche divinità all’interno delle mura urbane, altre venerate in santuari all’infuori di queste stesse mura.

Una stessa divinità può essere un Lare cittadino o il Genio di un promontorio. Perché Venere è Lare dei Romani (insieme a Marte) ma allo stesso tempo Genius Loci al Capo Ericino? Perché nella creazione della città di Roma in un modo o in un altro Venus è stata attratta dai luoghi prodotti dagli uomini, ad Erice Venus era già presente prima come Genius Loci, riconosciuta tramite una sua epifania dagli uomini, ordinò l’erezione di un suo Santuario, dunque fu attratta precedentemente dalla Natura che creò il capo ericino.

Una simile interpretazione bene spiega il perché dell’assioma romano: i Lari vivono nei luoghi abitati dagli uomini. Essendo il Lare un ente vivente, invisibile a meno che non decida di presentarsi materialmente, è una forza agente che interagisce con l’ambito umano. Si hanno conseguentemente un’infinità di forze agenti in diversi aspetti: i Lari familiari (quindi i geni protettori della famiglia), i Lari compitali (abitanti degli incroci), i Lari triviari (abitanti dei trivi), i Lari della casa intesa come luogo fisico. I Lari familiari, il Genio di ogni componente della famiglia, le genialità che si occupano della dispensa rientrano nella cerchia delle divinità domestiche. Perché queste divinità agiscano a nostro favore necessitano una serie di riti atti a creare una collaborazione tra essi e gli uomini (una sorta di Pax domestica, per riprendere le parole di Elio Ermete).

Nella tradizione romana i gentili attuano una serie di pratiche di realizzazione dell’individuo a partire dalla maggiore età con l’assunzione della toga virile. Il richiamo agli antenati ha finalità evolutive, poiché si richiamano anime che conoscono la via di realizzazione dell’individuo e possono aiutare i loro discendenti; per questo motivo comunemente si usano considerare gli antenati membri delle divinità domestiche.

Nella rituaria gentile il praticante conosce i propri Lari ed Elio Ermete nelle sue “Conclusiones Gentiles” spiega che: “Vesta è la più onorata, poiché il  fuoco ch’ella custodisce tutto permette…” , che i Lari rientrano nella gerarchia divina da lui esposta e che “la divinità gentilizia sempre segue la famiglia, nei luoghi in cui essa sceglie di vivere, così il genio di  ognuno segue il suo amato ovunque e sempre……esistono metodi di chiamata dei Lari, i quali allontanano entità fastidiose e negative…ma la chiave di tutto è sempre il carattere del gentile, che gli permette di avere buone relazioni con gli uomini e con gli dei…”

Angerona ed il Giove Fanciullo

tempio-di-Giove-Anxur

Pochi lo sanno,  ma la Dea Angerona è strettamente connessa con il Giove Fanciullo, il medesimo venerato ad Anxur (nome volsco di Terracina).
Nell’antica Roma, durante i Divalia del 21 dicembre, avvenivano  in contemporanea ai festeggiamenti saturnali,  i riti solari per il solstizio e si applicavano i misteri di Angerona, i quali connettono il silenzio alla predestinata nascita del Sole; A Terracina festeggiato come un Giove Fanciullo (Iuppiter Anxur): non a caso l’Associazione Tradizionale Pietas ha scelto di festeggiare il solstizio presso il tempio da lei eretto a Giove. Fondamentale anche il nesso tra Angerona e Venere Libitina (è nel tempio di questa dea che si serbava il sacello dedicato alla signora del Silenzio). A sua volta anche Libitina è connessa alla morte del Sole (21 dicembre) ed alla coscienza della sua certa rinascita (25 dicembre dies natalis Solis Invicti). In tutto ciò la presenza di un sacello dedicato a Venere presso il tempio di Giove Anxur ha mandato in crisi gli archeologi che cominciano a lanciare svariate ipotesi che, prive della cognizione della Tradizione, allontanano dalla comprensione del reale nesso tra Venere e Giove fanciullo.
I medesimi misteri, una volta riconquistatili, Pietas li serba e festeggia nel Sanctuarium Pietatis (dove è stato eretto il tempio di Giove) attenendosi fedelmente alle fonti ed alle logiche antiche.

Venere Ericina a Roma

 

venere ericina

L’Astarte di Erice, importata a Roma come Venere Ericina, era festeggiata il 23 aprile, giorno di dedica del suo tempio, ed il 24 ottobre. Nel primo si festeggiava il tempio eretto da Quinto Fabio Massimo in Campidoglio durante la seconda guerra punica, in occasione della quale si susseguirono diverse battaglie tra Romani e Punici per conquistare il tempio di Erice ed impadronirsi della statua e delle sue potenti sacerdotesse. Nel secondo (24 ottobre) si festeggiava il tempio eretto da Lucio Porcio Licinio fuori porta collina sul Quirinale.

Roma. Tornano i Lupi.

Sensazionale notizia e splendido auspicio. Nell’area dell’oasi naturale LIPU Castel di Guido e della Riserva Naturale Litorale Romano già dal giugno 2013 era stato individuato l’arrivo di un lupo, battezzato Romolo. Trattasi di un rarissimo canis lupus italicus, simbolo della città eterna, animale sacro al dio Marte, padre di Romolo, ed al dio Apollo, divinità sotto la cui tutela Augusto pose l’impero. Intorno al 2014 venne individuato un nuovo lupo, battezzato Numa. Si pensava alla sporadica apparizione di lupi solitari, ma nel corso del 2016 si è scoperto che Numa ha trovato una compagna! Si riversano in questa primavera le speranze che da questa coppia nascano dei lupacchiotti a sancire il ritorno dei lupi a Roma: un segno della Natura che porta alla memoria quelle mitiche forze che diedero il via all’esperienza del luminoso centro spirituale dell’umanità, Roma.

Ipazia di Alessandria, martire gentile.

Chi era Ipazia di Alessanria? E’ questa la domanda alla quale vuole rispondere il presente articolo. Ultimamente questa donna del passato (fine IV – primi V sec. e.v.) è stata strumentalizzata dalla politica di sinistra come martire del femminismo e dell’ateismo scientifico sfrenato. Ma Ipazia non era una donna che rifiutava di mettere il velo, come riportano alcuni siti internet male informati che non sanno che all’epoca in Egitto ancora non esisteva l’Islam (come in nessun altro luogo del mondo) e che, in epoca romana, le donne già indossavano il bikini come mostrano i mosaici di piazza Armerina. Neppure era una scienziata alla maniera di Margherita Hack. Ipazia era una insegnate del Serapeo di Alessandria: ciò implica moltissime cose che qui spiegheremo. Né era vergine perché rifiutava di essere sottomessa ad un mondo maschilista: ella era una sacerdotessa vergine del tempio terapeutico e come tale praticava lo studio della medicina sacra e dell’astronomia per identificare i migliori momenti per le operazioni sacerdotali, proprio come si faceva nel resto dei santuari di tutto il mondo. Santuari che si mantenevano con le rette degli studenti, particolarmente verso la fine del mondo antico, quando oramai lo stato (cristianizzato) non sosteneva più le accademie ed i templi.

Innanzitutto spieghiamo perché le scuole scientifiche, di istruzione accademica e superiore, nel mondo antico si conservassero in prossimità di Santuari. Non a caso Aristotele fondò la sua scuola nel santuario di Apollo Liceo, non a caso nell’antico Egitto le scuole scientifiche si trovavano all’interno dei santuari.

I maestri delle accademie[1] spesso erano filosofi, termine che non implica semplicemente di essere dei pensatori, come intendiamo in epoca contemporanea: quasi sempre i filosofi erano sacerdoti o uomini iniziati a culti misterici, i quali tramite la sacralità scientifica dei culti pre-cristiani (che tutto erano tranne che forme di superstizione, a differenza delle attuali religioni abramitiche) indagavano la natura delle cose in cerca della Verità Assoluta. La qualità scientifica dei culti antichi della nostra stirpe (quelli greco-romani, italici e mediterranei) viene confermata dalle più evolute teorie scientifiche attuali che altro non fanno che ricalcare le conclusioni della Teogonia di Esiodo e di quelle espresse da Ermete Trismegisto nel Corpus Hermeticum[2]. Lo scienziato dell’epoca antica, per avere una visione oggettiva delle cose e non influenzata dalle proprie fantasie, aveva spesso intrapreso un percorso spirituale per l’abbattimento dell’ego a favore di una visione lucida, razionale e coscienziosa: Pitagora, maestro pontificatore della Magna Grecia, fondò le scienze matematiche organizzate ed i suoi discepoli spirituali erano tutti grandi iniziati e matematici, sia uomini che donne. I discepoli di Socrate, quali Platone, Alcibiade e altri, erano iniziati ai misteri Eleusini: nota l’accusa di parodia dei medesimi fatta ad Alcibiade per averli replicati in casa sua. Macrobio era iniziato ai misteri mitraici ecc. ecc.

Aristotele crea la sua scuola nel tempio di Apollo Liceo perché sia un luogo di luce che abbatte l’ignoranza selvaggia così come il dio caccia e abbatte il lupo.

Le scuole mediche erano inserite in santuari terapeutici prevalentemente dedicati a divinità come Esculapio, Salus, Serapide ecc.

Dunque vi era una profonda connessione tra il sapere scientifico, la religiosità greco-romana e quella ellenistica (il Serapeo di Alessandria venne eretto in epoca ellenistica): questo perché la religiosità classica non aveva dogmi[3] ma si adattava alle scoperte e innovazioni scientifiche. Le religioni abramitiche[4], che invece vivevano di dogmi e menzogne, distrussero tutto ciò che esisteva di buono e sano per diffondere il loro odio travestito da amore: è di San Cirillo di Alessandria la richiesta di “distruzione della sapienza pagana”, infatti questa dimostrava le falsità di una religione nuova che nulla aveva a che fare con le religioni precedenti: quindi il problema non è che le religioni spesso si rivolgono contro la sapienza e le donne, come scrivono alcuni strumentalizzatori politicamente schierati, la verità è che le religioni abramitiche si sono sempre scagliate contro il paganesimo perché aveva una valenza scientifica: infatti Ipazia, Bruno[5], le accusate streghe del medioevo, i sacerdoti della tarda antichità e tanti altri non vennero perseguitati ed uccisi dai cristiani perché liberi pensatori, ma perché apologeti del paganesimo che è panteista.

Agli oppositori di tale verità ricordiamo che Ipazia era figlia di Teone, rettore del Santuario: il quale era un altissimo titolo sacerdotale e non un appellativo laico scientifico.

Il fatto stesso che Lei insegnasse nel santuario del padre implica che praticava tale culto, del resto tutti i neoplatonici (ed Ipazia era una neoplatonica) erano praticanti gentili (gentili è un appellativo per indicare quelli che oggi chiamiamo pagani, si dice gentili perché praticavano il culto delle “gentes” greco-romane) impegnati nella rivalutazione della Tradizione contro le accuse infamanti dei cristiani che volevano creare confusione con le loro menzogne, tra le tante:

  • che la cometa era segno della venuta di Cristo figlio di Dio (non è così, la cometa passa alla morte di Cesare e viene interpretata dal Senato come presagio della divinizzazione di Cesare, infatti viene scolpita nel timpano del tempio a lui dedicato nel foro e coniata nelle monete da Augusto per sottolineare che Lui era figlio di un dio e quindi un degno imperatore);
  • che Cristo era venuto tra gli uomini per insegnare l’Amore ed il perdono e ne era il primo a parlarne al mondo (se fosse stato così i cristiani non avrebbero perseguitato con odio i pagani, non si sarebbero odiati tra loro con continue lotte intestine, non avrebbero operato per l’abbattimento dell’impero romano; inoltre è Romolo che porta l’Amore tra gli uomini fondando una città che sia riflesso dell’Amor, ovvero Roma, la quale identifica nella costruzione del diritto e nella diffusione della giustizia e nella tutela delle differenti etnie l’Amore per le diverse società umane; inoltre Roma si popola con l’asilo di Romolo, il quale PERDONA le colpe dei crimini purché ci si impegni nella costruzione di una società giusta e corretta);
  • che Cristo era un personaggio storico e non inventato da Paolo (invece prima dell’80 e.v., data dell’evangelizzazione di Paolo, nessuno ha mai menzionato l’esistenza né di Cristo né dei cristiani, tanto più nel De Bello Giudaico di Giuseppe Flavio, dove sono menzionate tutte le sette operanti in Giudea al 70 e.v., anche quelle con soli tre seguaci, non compare l’esistenza di nessun Cristo e neppure un cristiano e tutti i documenti contenenti i censimenti degli abitanti dell’impero vennero scientificamente distrutti per cancellare le prove della non esistenza del Cristo, ecco perché bruciavano qualunque biblioteca e qualunque archivio storico).

Aggiungiamo che Lei era a capo della scuola alessandrina, ed il fatto che le donne nel paganesimo potevano avere ruoli importanti, mentre il cristianesimo le voleva completamente mute e sottomesse al suo sistema, poteva creare un allontanamento di parecchie devote, pertanto la sua figura era considerata scomodissima.

La scelta della verginità e di non sposarsi non era dovuta al fatto che una donna sposata, in epoca antica, non potesse studiare: Teano, moglie di Pitagora, era sposata e studiava. Semplicemente nei culti  terapeutici ( e quello di Serapide era un santuario terapeutico) si poteva scegliere di praticare la castità quando si accedeva al sacerdozio per incanalare le energie creatrici della vita (quelle erotiche dell’amore che i cristiani hanno demonizzato definendole peccaminose per poter attuare i loro mali all’umanità) ed anziché consumarle nell’atto creativo accumularle per trasformarle in energie terapeutiche in grado di agire su mali incurabili. Una taumaturga dunque, cosa che i cristiani ritenevano malvagia, infatti scriveva il vescovo di Nikiu: “una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica”, dove il termine magia è utilizzato in senso dispreggiativo. Poiché ella curava mali inguaribili era considerata una donna dalle doti miracolose, cosa che metteva in crisi la menzogna cristiana che voleva che il miracolo fosse un elemento esclusivo del cristianesimo e per questo il Vescovo Cirillo (fatto Santo dai vertici malvagi di quella setta[6]) ne ordinò l’eliminazione. Sempre il vescovo di Nikiu, per metterla in cattiva luce e screditare le sue opere di bene, affinchè tutti credessero solamente alle menzogne cristiane, scriveva: “e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici”. Ma del resto in ogni santuario terapeutico del mediterraneo avvenivano miracoli, prova storica ne sono i numerosi ex voto rinvenuti presso di essi, ad esempio quelli al tempio di Esculapio sull’isola Tiberina; motivo per il quale il cristianesimo demonizzò il paganesimo, appoggiò uomini politicamente in secondo piano (ad esempio Costantino) perché prendessero il potere con violenza ed attuassero poi la distruzione dei templi e la persecuzione legalizzata dei santi sacerdoti detentori di Verità.

Sono questi fatti storici ai quali non possiamo esimerci, i quali sono attestati dalle fonti ma che vengono tralasciati dagli atei e dai materialisti che non conoscono la scientificità del paganesimo perché, nonostante il loro distacco dal cristianesimo, hanno comunque conservato l’influenza culturale di questa pseudo religione che sempre ha messo in cattiva luce le religioni sane.

E’ dunque Ipazia una martire della Tradizione classica, una martire gentile, vittima della violenza cristiana in antico ed oggi della strumentalizzazione faziosa degli atei e delle femministe, a loro volta tutti vittime inconsapevoli di chi, per governare il mondo, ha creato odio, dissapori, lotte contrasti di genere tra maschio e femmina e tra scienza e sacro. Ma Ipazia era una donna d’enormi virtù che stimava grandi uomini come il padre, Platone ed altri e   che univa scienza e sacro come ogni pagano antico.

Dott. Giuseppe Barbera

Archeologo e presidente Associazione Tradizionale Pietas.

[1] Corrispettivo delle nostre università.

[2] A tal riguardo suggeriamo la lettura del numero monografico di Pietas “L’Ermete e la Monade”. Per ordinarlo scrivere a info@tradizioneromana.org

[3] I dogmi sono tipici di chi mente, il quale pone delle asserzioni assurde come verità assolute per dar forza ad un apparato ideologico che in una investigazione onesta crollerebbe.

[4] Sarebbero ebraismo, cristianesimo ed islam, le quali  si comportano come religioni detentrici di sapere assoluto, ma che tali non sono perché la Verità non necessita di violenza per affermarsi, essendosi queste religioni affermatesi con violenza non sono veritiere. Roma interveniva con forza solamente dietro un “casus belli”, ovvero dopo un’azione  ingiusta nei suoi confronti, ma solo per portare giustizia. Il culto di Bellona era finalizzato a scongiurare le guerre e veniva intensificato nelle trattative pre-belliche per il raggiungimento di una soluzione senza guerra, la quale, purtroppo, di frequente è servita. Ma almeno dalle azioni belliche romane risultavano poi delle società intelligenti, che sviluppavano sapere e benessere sociale, ed avvenivano sempre nel rispetto di azioni eticamente corrette, mentre i crimini della Roma cristianizzata hanno precipitato il mondo nel buio mentale del medioevo. Questo è un dato di fatto.

[5] Non si dimentichi che Giordano Bruno, Tommaso Campanella ed altri abbracciarono le idee neoplatoniche e pagane e volevano fonderle con l’etica cristiana, ma ovviamente ciò era impossibile perché i vertici cristiani non praticavano l’amore ma la fame di potere assoluto.

[6] Alla quale, quando aderiscono dei buoni, quei vertici malvagi li maltrattano e li umiliano e ne riconoscono doti di santità solamente dietro sollevazioni popolari. Palesi i casi di Francesco d’Assisi o del buon Padre Pio.